Economia rigenerativa
Economia rigenerativa

Il debito pubblico e l’economia rigenerativa

Dopo aver toccato il picco nel 2020, ora il rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo (PIL) si è attestato intorno al 140 per cento. Cinquant’anni fa era meno di un terzo: che cosa è successo durante questi anni? Tra i Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), solo due Paesi hanno un rapporto debito pubblico/PIL più elevato di quello italiano: il Giappone e la Grecia.

Secondo i dati più aggiornati della Banca d’Italia il debito pubblico italiano ha raggiunto un valore superiore ai 2.840 miliardi di euro. Ogni anno gli Stati hanno bisogno di ingenti quantità di denaro per finanziare la loro spesa pubblica, e questo può essere fatto in vari modi: con le tasse pagate dai cittadini e dalle aziende; con le entrate relative ai profitti delle imprese pubbliche o a partecipazione statale; riducendo le spese; oppure contraendo debiti sui mercati.

Seguendo l’ultima strada, uno Stato emette sul mercato finanziario titoli di debito, promettendo a chi li compra di restituire loro il denaro prestato, con scadenze diverse, più un tasso di interesse. Questi titoli, chiamati anche “obbligazioni”, possono essere acquistati da semplici cittadini, dalle banche e dai fondi di investimento. Le radici del più recente e perdurante aumento del rapporto tra il debito pubblico italiano ed il PIL si riscontrano a partire dagli anni Settanta dopo varie tensioni internazionali, come la guerra dello Yom Kippur.

La guerra del petrolio (e il petrolio della guerra)

Nel 1973, dopo che Siria ed Egitto attaccarono Israele, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) decise di colpire gli Stati occidentali più vicini a Israele aumentando il prezzo del petrolio. In quegli anni l’economia di molti Paesi occidentali, tra cui quella dell’Italia, dipendeva molto dai prezzi bassi dell’energia: l’aumento del costo del petrolio provocò una profonda crisi economica, che portò anche a un considerevole e pericoloso aumento a due cifre dell’inflazione.

L’aumento dell’inflazione e la mancata espansione dell’attività produttiva del nostro Paese portarono a un periodo di stagflazione (vale a dire alta inflazione con bassa crescita economica), in cui lo Stato fu spinto ad aumentare il debito per pagare la spesa pubblica, che cresceva di anno in anno. Tra il 1970 e il 1980 il rapporto tra il debito pubblico e il Pil è così cresciuto dal 38 al 55 per cento. Ma è proprio negli anni Ottanta che si è assistito all’esplosione del debito pubblico, che arrivò a sfiorare un valore pari al 100 per cento del PIL.

Il Servizio Sanitario Nazionale come corretta tutela degli interessi collettivi

Le cause di questo fenomeno furono diverse. Al netto della crescita economica, era progressivamente cresciuta la spesa pubblica italiana, in parte per motivi correlati ad una corretta tutela degli interessi collettivi, ad esempio l’istituzione nel 1978 del Sistema sanitario nazionale, in parte per ragioni inique, quali l’istituzione nel 1973 delle “baby pensioni” che hanno ingiustificatamente privilegiato alcune categorie e fatto esplodere la spesa pubblica previdenziale.

Secondo alcuni esperti, un’altra causa è da ricercare nel cosiddetto “divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia”, ossia nella soppressione, avvenuta nel 1981, dell’obbligo da parte della Banca d’Italia di acquistare tutti i titoli di Stato che erano stati immessi sul mercato e non erano stati venduti. Con tale scelta abbiamo abdicato al controllo interno del nostro debito e l’abbiamo ceduto ai mercati esteri.

Negli anni Novanta, dopo l’aumento del debito pubblico avvenuto nel decennio precedente, l’Italia ha dovuto portare avanti politiche economiche con l’obiettivo di ridurre il suo debito per rientrare all’interno dei parametri europei. In quel periodo si è assistito, tra le altre cose, alla dismissione del patrimonio italiano di imprese pubbliche (privatizzazioni) ed a un cambio nella politica economica lasciata più al mercato che allo Stato (liberalizzazioni), con una notevole riduzione della spesa pubblica.

L’arrivo dell’Euro

L’entrata nell’euro portò a un calo del rendimento dei titoli di Stato italiano (e quindi degli interessi che lo Stato doveva pagare ai creditori), dato che per i mercati l’ingresso nella moneta unica europea era un fattore di riduzione del rischio di investimento.

La fase di decrescita della spesa e del debito è proseguita negli anni Duemila, ma si è interrotta nel 2008, quando l’Italia, come gli altri Paesi occidentali, ha dovuto affrontare la crisi economica nata negli Stati Uniti e poi diffusasi in modo globale.

Il governo tecnico di Mario Monti decise così di tagliare sia gli investimenti pubblici sia la spesa pubblica per beni e servizi, aumentando la pressione fiscale per imprese e lavoratori, ma questa politica economica indirizzata verso l’austerità non riuscì a risolvere la problematica del debito crescente, anzi si verificò un nuovo aumento del rapporto tra il debito pubblico e il PIL, che tra il 2008 e il 2014 è aumentato dal 106 al 135 per cento.

L’occasione di stabilizzare il nostro debito pubblico è avvenuta sotto la presidenza di Mario Draghi della Banca Centrale Europea (BCE) in quanto venne avviato il cosiddetto quantitative easing: cioè, la BCE iniziò ad acquistare titoli di debito degli Stati membri sul mercato secondario, cioè dalle banche che avevano partecipato alle aste, frenando l’indebitamento degli Stati europei nei confronti degli investitori/speculatori internazionali. Attualmente la situazione è ancora critica in quanto dobbiamo confrontarci con le gravi conseguenze economiche collegate alla recente pandemia e alle due guerre in Ucraina ed in Palestina, che sicuramente aggravano il quadro d’incertezza generale.

Oltre il concetto di sostenibilità

Gli economisti hanno avanzato varie proposte per ridurre nel tempo il rapporto debito/PIL, una di particolare interesse è quella di aumentare la crescita economica del nostro Paese. Secondo tale opzione l’azione si deve concentrare sulla crescita reale e si fonda sulle raccomandazioni da parte delle istituzioni sovranazionali di progettare riforme strutturali che vadano ad agire sulla crescita potenziale (di lungo periodo) di uno Stato.

In tale contesto s’inserisce l’economia rigenerativa, che è un modello economico che va oltre il concetto di sostenibilità, proponendosi di ripristinare e rigenerare gli ecosistemi danneggiati e in questo modo supera la mera mitigazione degli impatti negativi. L’obiettivo principale è quello di creare un equilibrio tra le esigenze umane e l’ecosistema che le supporta.

La cooperazione invece di competizione

Alcuni dei principi dell’economia rigenerativa includono l’empowerment partecipativo, la circolarità e sobrietà nell’uso delle risorse naturali, l’economia locale e la consapevolezza della comunità, la cooperazione invece di competizione, e la prosperità che rispetti i limiti del pianeta e la tutela della biodiversità. Questo modello si sta proponendo come alternativa al nostro sistema economico attuale per rispondere alle sue problematiche ambientali, sociali ed economiche.

Un contributo importante al risanamento economico del nostro Paese potrebbe essere fornito da tale nuova visione economica di sviluppo, quella rigenerativa.  Infatti, la ricerca della crescita economica sta raggiungendo i suoi limiti. Consumiamo più di quanto il nostro pianeta possa sopportare.

Di conseguenza, ci troviamo ad affrontare molteplici crisi, tra cui la scarsità di risorse, la perdita di biodiversità, le disuguaglianze sociali e il cambiamento climatico e per affrontare questa condizione di crisi multisistemica occorre imparare a gestire al meglio ed equamente la scarsità di risorse, il semplice mantenimento dello status quo è insufficiente.

Impatto positivo sull’ambiente, sulla società e sull’economia.

L’economia rigenerativa non mira solo a preservare, ma anche a restituire. Il suo obiettivo è avere un impatto positivo sull’ambiente, sulla società e sull’economia.

Il World Economic Forum definisce l’economia rigenerativa come «un pensiero sistemico per proteggere, ripristinare e ricostituire sia il capitale umano che le risorse naturali». Le aziende che si basano su un modello di business rigenerativo sono guidate da alcuni semplici principi:

  • dare più di quanto si prenda.
  • sforzarsi di creare valore o impatto positivo piuttosto che ridurre l’impatto negativo. Questo valore può essere definito in modo diverso e riferirsi, ad esempio, al ripristino della biodiversità, alla rimozione di CO2 dall’atmosfera o alla riduzione degli inquinanti. Tiene conto anche dei fattori sociali e del valore aggiunto per stakeholder, fornitori e lavoratori.
  • adottare un approccio olistico: l’economia rigenerativa non tiene conto unicamente degli obiettivi economici, ma anche di quelli ecologici e sociali.
  • concentrarsi sul sistema in cui si opera considerando la sua globalità (ambiente, società, stakeholder ecc.) e non solo gli impatti diretti che si provocano.

Sostenibilità non è un costo, ma opportunità

Il Rapporto GreenItaly 2023, giunto alla quattordicesima edizione, ogni anno fa il punto sulla green economy in Italia. GreenItaly 2023 è frutto del grande lavoro di Fondazione Symbola, Ufficio Studi della Camera, Conai, Novamont, Ecopneus, European Climate Foundation e di decine di esperti. Da tale rapporto emerge, ancora una volta, che la sostenibilità non è un costo, ma un’opportunità per competere e innovare, per creare coesione territoriale, bellezza e benessere diffuso.

L’Italia presenta molte caratteristiche per collocarsi ai vertici europei di tale nuova visione economica, infatti, siamo tra gli ecoleader europei nella vera eccellenza italiana che è la filiera del riciclo dove superiamo di molte lunghezze gli altri paesi europei (che è anche un ottimo sistema per sopperire alla mancanza di materie prime). Inoltre, è interessante notare che il 40,9% delle imprese agricole crede negli eco-investimenti, che comunque crescono costantemente in tutti i settori (l’edilizia passa addirittura dal 20,8 % del periodo 2014-2018 al 52,7 del 2018-2022).

La sostenibilità conviene? Ancora una volta la risposta è affermativa in termini di fatturato, di produzione, di occupazione e di esportazioni; infatti, i green jobs crescono più dell’occupazione tradizionale (+4,1% contro +2,2% nel periodo 2021-2022). Parliamo di 3,2 milioni di occupati, più del 13% della forza lavoro italiana.

Tali dati supportano la speranza che l’economia rigenerativa sostituisca il più rapidamente possibile l’antiquata ed iniqua visione estrattivista e lineare dell’economia e ponga solide basi per ridurre il debito pubblico del nostro Paese.

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