L’articolo che segue è il frutto di una serie di interviste raccolte fuori dagli incontri ufficiali. Sono uscite nei cortili, tra un panel e l’altro. Un caffè al volo, una sigaretta all’ombra, il registratore acceso in fretta perché tra poco si riparte. Le migliori con la valigia già in mano, nei dieci minuti vuoti prima del treno, quando uno si toglie la giacca del convegno e le parole pesano di meno. Roba artigianale, senza ufficio stampa né domande concordate. E per questo, a volte, più intime di quelle dette in aula.
La seconda edizione della scuola, intitolata Forever Young, si è svolta a Urbino dal 9 al 12 luglio e ha coinvolto, per quattro giorni, una sessantina di giovani. La scuola porta il nome di Alexander Langer, che se avete meno di trent’anni forse non conoscete. Altoatesino, bilingue, una vita passata a costruire ponti tra comunità che non si parlavano: prima tedeschi e italiani in Alto Adige, poi, da europarlamentare, nella Jugoslavia che andava a pezzi. Fondò i Verdi italiani e si spense nel 1995, a quarantanove anni. Ha lasciato una frase che a Urbino è tornata di continuo: “la conversione ecologica si affermerà solo se apparirà socialmente desiderabile.”
“Detto da un ottantaduenne”
Marco Boato – sociologo, a lungo in Parlamento, tra i fondatori dei Verdi e amico intimo di Langer – la storia dei quarant’anni la conosce a memoria, e la prima cosa che fa è correggere le date. Quella che tutti citano, dice, non è quella giusta.
«Novembre 1986, Finale Ligure, la nascita della Federazione delle Liste Verdi? È solo la certificazione notarile. Una fondazione giuridica non si fa d’emblée, senza un retroterra».
E il retroterra qual è? Ha una data anche quello: dicembre 1982, Trento, un convegno con verdi italiani, tedeschi e austriaci il cui titolo era una domanda – Un partito/movimento verde anche in Italia? – che in quell’aula ricevette risposta positiva. Da lì l’arcipelago verde, le isole ecologiste che spuntavano ovunque senza parlarsi, e il convegno di Pescara del settembre ’86: “La Terra ci è data in prestito dai nostri figli.” Quarant’anni esatti, che fanno dei Verdi la forza politica più «antica» d’Italia. Non la Lega, tiene a precisare: tutti i partiti che c’erano prima sono scomparsi, i Verdi no. Con degli errori, certo, «come succede in politica, e vanno riconosciuti».
Ma è quando si arriva alla Scuola che si capisce perché è salito fin quassù. «Non basta fare politica per conquistare il consenso – dice -. È necessario formare nuovi gruppi dirigenti giovani». Poi si ferma un attimo, e aggiunge la cosa che pesa più di tutto il resto: «detto da un ottantaduenne».
«Io continuerò l’impegno politico finché il Padreterno mi dà vita, non so ancora per quanto, perché a 82 anni non è facile. Ma è bello per me consegnare idealmente la staffetta alle nuove generazioni. È questo che permette di rinnovare la politica non solo nei contenuti, ma anche nei protagonisti».
La Scuola Langer, in Italia, l’ha inventata lui, nel 2006 a Trento. L’anno scorso a Urbino era intervenuto da remoto; quest’anno ha voluto vedere in faccia i destinatari della staffetta.
Quello che i Verdi hanno cambiato
Grazia Francescato – già presidente del WWF Italia e portavoce dei Verdi – di Langer parla come si parla di un fratello. «Per me Alex era più che un amico, un fratello d’anima». Quello che la rende felice, dice, è vedere che la sua luce non si è spenta: «continua a vivere nella memoria di tanti ragazzi che non l’hanno conosciuto. Come se un frammento della sua anima luminosa fosse entrato nella loro mente e nel loro cuore».
Nel suo intervento ha posto una domanda che, dice, forse nessuno si fa mai: cosa hanno portato di nuovo i Verdi nella storia della politica? E se la risponde da sola, partendo dal greco. «Politica viene da polis, la comunità. Ma quale comunità? Nei secoli è sempre stata la comunità degli umani. Anzi, degli umani maschi, fino a poco tempo fa». I Verdi, dice, sono i primi a mettere al centro non gli umani ma la vita in tutte le sue forme. «Se ci pensate è una cosa incredibile. Non era mai successo prima».
E che speranza vede, nelle nuove generazioni? Non fa sconti. C’è chi finisce in trappole nazionaliste, c’è la bolla dei social. Ma c’è anche un gruppo – «non tantissimi, ma è la qualità che conta» – che ha capito la cosa decisiva: il clima e la biodiversità «non sono decorazioni da mettere e togliere come le luci dell’albero di Natale. Sono al centro della politica». È stata la battaglia della sua vita, dice, adesso è la vostra. «E sarà più difficile, perché siete in un mondo in cui è difficile distinguere il falso dal vero».
Poi arriva la sua immagine migliore. I social, dice, sono zucchero: attirano come le api, ma in eccesso danno il diabete. Il contrappunto sono le lettere di Alex, la pila che tiene sempre lì e ogni tanto rilegge. Nessuna nostalgia, però, si affretta a chiarire: «non dovete distruggere le macchine, dovete vivere il vostro tempo e saperle usare». Il bersaglio è un altro, sono i maschi alfa della tecnologia, quelli che «puntano al dominio cosmico e alla fusione tra macchina e umano il più veloce possibile». «Li trovo terrificanti. Non li vedo come un modello per i giovani». Contro il più veloce, più alto, più forte, del resto, Langer proponeva più lento, più profondo, più dolce.
Clima, riarmo, giustizia
Angelo Bonelli, portavoce nazionale di Europa Verde e deputato, torna esattamente lì, alla transizione socialmente desiderabile. Che oggi, spiega, vuol dire una cosa concreta. «Di fronte a una destra globale che attacca la transizione ecologica, dobbiamo rispondere con una grande alleanza sociale. Bisogna far capire alle popolazioni più povere e ai ceti medi che i primi a pagarne le conseguenze sono proprio loro. La crisi climatica porta disuguaglianze sociali».
Tra riarmo e guerre, il clima è passato in secondo piano? «Purtroppo sì. L’agenda dei grandi governi pensa al riarmo, alle guerre, oppure ad alimentare paure». E il riarmo, aggiunge, non è nemmeno un tema separato: è una sottrazione. «Sottrae risorse alla ricerca, alla scuola, all’università. E un paese che non investe nella ricerca non investe nel futuro».
Devis Dori, deputato e avvocato, parte dai due termini del suo panel – giustizia sociale e giustizia ambientale – per spiegare da dove nasce AVS: non un partito, ma il patto stretto nel 2022 tra Europa Verde e Sinistra Italiana. E nasce proprio su quel binomio. «Mai connubio è stato più azzeccato, proprio perché non esiste una senza l’altra». Il suo appello è al coinvolgimento dal basso, «dal piccolo comitato di quartiere fino alle associazioni», sempre «nell’ottica degli ultimi». E i programmi elettorali, avverte, «devono partire dalle conoscenze e dalla scienza», non da slogan. Come la retorica sul nucleare, dice, che di fondamento scientifico non ne ha.
Francesco Emilio Borrelli, deputato e giornalista, al panel sulla disinformazione dice la cosa più controintuitiva della giornata: «una comunicazione completa non può mai essere solo su Internet». E i social fanno prendere voti? «Sì. Però li devi saper usare». Sulla sicurezza gli basta una frase: «ci deve essere la repressione, leggi certe e severe. Ma sulla prevenzione non investe nessuno. Il primo esercito che dovremmo avere è quello degli assistenti sociali e degli insegnanti».
La cura come concetto rivoluzionario
Poi ci sono loro, quelli a cui la staffetta viene consegnata. E non l’hanno presa a mani nude: ci hanno messo dentro qualcosa. Si chiama manifesto della cura, la campagna su cui i Giovani Europeisti Verdi stanno lavorando di più.
Gabriella Ferrara, portavoce nazionale dei Giovani Europeisti Verdi (GEV) e psicologa, la definisce un concetto politico prima che personale. «Prendersi cura di sé stessi, dell’altro, dell’ambiente e dell’ecologia a 360 gradi. Come concetto che può essere rivoluzionario, una forma di resistenza». Quali sono le emergenze più urgenti per le politiche giovanili? Guardare in faccia istanze che i giovani «spesso stanno urlando», dice: salute mentale, isolamento post-Covid, precariato, il problema di come arrivare al giorno dopo. Una cosa che, ammette con onestà disarmante, sta vivendo anche adesso in prima persona.
Luca Boccoli, l’altro portavoce, lo porta fino in fondo. La cura non è assistenza ai fragili, precisa: «è proprio un concetto filosofico. Bisogna cambiare il paradigma della competitività all’interno delle relazioni e dei gruppi». E qui arriva l’argomento vero. «Si possono fare tutti i programmi più belli del mondo. Potrei dirti che vogliamo un mondo a zero emissioni, con diritti pieni per tutte e tutti, senza poveri, in cui i giovani abbiano una casa e un lavoro, bla bla bla. Tutte cose belle. Però come le raggiungi, se non cambi il paradigma?». Perché nei partiti – «anche a sinistra spesso» – il modo di relazionarsi violento e di prevaricazione resta lì.
L’immagine che ne tira fuori è la migliore della Scuola. «Se giochi con le stesse carte, il tavolino è lo stesso. Magari tu hai l’asso di bastoni e quell’altro il tre di coppe, ma il tavolo è lo stesso. Bisogna costruire un nuovo gioco da tavolo».
Ai GEV si deve anche il momento meno frontale: un gioco di ruolo in un finto parlamento, ambientato nel 2050, in un futuro dove la siccità e gli eventi climatici estremi hanno moltiplicato le migrazioni. I ragazzi divisi in cinque partiti, cinque posizioni lontanissime, e una regola sola: mettersi d’accordo su un’unica legge. Che poi è quello che, da adulti, li aspetta davvero.
Due lezioni dai veterani
Luana Zanella, storica esponente verde e capogruppo AVS alla Camera, ha dedicato il suo panel alle madri costituenti: ventuno donne su cinquecentocinquantasei membri dell’Assemblea che nel 1946 scrisse la Costituzione. Un numero ridicolo, dice, che non ha impedito loro di esprimere «autorità di parola, radicalità e pensiero innovativo». Sulla sua generazione ha uno sguardo lucido: «noi abbiamo iniziato a fare politica a quattordici, quindici anni, sull’onda di movimenti radicali, globali, di massa», mentre oggi «la dimensione individualistica forse è più accentuata e il collettivo più difficile da raggiungere». Ma niente nostalgia: «ogni generazione trova la propria strada».
Ignazio Marino, chirurgo, già sindaco di Roma ed europarlamentare. Perché ha scelto di fare politica? Lo mette insieme in due parole. Indipendenza intellettuale, «per sostenere quello che è giusto e non quello che conviene». E obiettivi concreti, da spendere finché hai la possibilità di agire: i suoi erano chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari e finanziare la sanità pubblica.
Chi arriva non corre come chi parte
Solo che quello che è successo a Urbino è più della somma dei panel. C’è un uomo di 82 anni che ricostruisce quarant’anni di storia e conclude che il suo compito, ormai, è passare il testimone. C’è una donna che rilegge le lettere di un amico morto trent’anni fa e dice ai ragazzi che la battaglia della sua vita adesso è la loro.
Ma i ragazzi, il testimone, non l’hanno preso e basta. L’hanno guardato, e hanno detto che così com’è non gli serve. Che i programmi belli non bastano, che il tavolo va cambiato. Non è una staffetta, allora. È un passaggio di consegne in cui chi riceve contesta il pacco. Ed è esattamente questo che a Langer, probabilmente, sarebbe piaciuto.



