La Cina ha deciso di guardare dentro uno dei luoghi più opachi della ricchezza privata: i trust offshore. Dal 24 luglio, i residenti fiscali cinesi che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un’imposta sul reddito delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati. La regola vale anche se i dividendi non sono ancora stati distribuiti. Vale per i redditi prodotti durante la vita del trust. Vale per i trasferimenti di beni come azioni, quote societarie e immobili.
In parole semplici: la Cina vuole impedire ai super-ricchi di spostare patrimoni all’estero per tenerli lontani dal fisco nazionale. Anche se i soldi sono dentro trust o strutture simili fuori dalla Cina, Pechino ora li considera comunque tassabili. Vale anche per strutture che non si chiamano tecnicamente trust, ma ottengono lo stesso risultato economico: spostare patrimonio fuori dalla Cina, affidarlo a un fiduciario straniero e tenerlo lontano dal controllo fiscale nazionale.
Il nuovo quadro concede 90 giorni per regolarizzare la posizione senza ulteriori sanzioni. Colpisce anche chi acquisisce cittadinanza straniera o residenza permanente all’estero, se continua ad avere i propri principali interessi economici nella Repubblica popolare.
È una svolta pesante, perché i trust offshore sono stati per anni uno degli strumenti preferiti dalle famiglie benestanti cinesi per proteggere patrimoni, pianificare successioni, ridurre la pressione fiscale e sottrarre ricchezza alla sorveglianza del Partito-Stato. Hong Kong, in particolare, è diventata uno snodo fondamentale di questa architettura. Il Global Wealth Report 2026 del Boston Consulting Group indica Hong Kong come uno dei principali hub mondiali della ricchezza cross-border, sostenuto in larga parte dai flussi provenienti dalla Cina continentale. Per anni Pechino ha tollerato una parte di questo sistema. Adesso ha deciso di smettere.
Cosa sono i trust offshore
Un trust è una struttura giuridica in cui una persona, il disponente, trasferisce beni a un soggetto fiduciario, il trustee, che li gestisce nell’interesse di beneficiari indicati. Quando il trust viene creato in una giurisdizione estera, spesso a fiscalità agevolata, diventa offshore. Esso è uno strumento giuridico in cui una persona trasferisce beni, soldi, azioni o immobili a un soggetto fiduciario, che li gestisce per conto di altri beneficiari: il proprietario non tiene più formalmente quei beni a suo nome, ma li affida a una struttura che li amministra.
Se il trust è offshore, viene creato all’estero, spesso in Paesi con tasse basse o controlli più opachi. Quindi, un grande patrimonio può uscire dal circuito nazionale e finire in un sistema più discreto, meno tassato, più difficile da controllare. Non sempre si tratta di evasione illegale in senso stretto.
Spesso si tratta di pianificazione fiscale aggressiva, protezione patrimoniale, gestione ereditaria, schermatura della proprietà reale. Il risultato, però, è politico prima ancora che tecnico: una parte della ricchezza prodotta dentro un Paese viene spostata dove lo Stato fatica a raggiungerla.
Nel caso cinese, questi strumenti sono stati usati anche per proteggersi dalla campagna anticorruzione di Xi Jinping. Chi aveva patrimonio, relazioni politiche, aziende o partecipazioni societarie poteva cercare all’estero un luogo più sicuro in cui parcheggiare beni e rendite. La nuova norma riduce questo margine. Se un residente cinese trasferisce asset in un trust estero, la plusvalenza viene tassata come reddito da trasferimento di proprietà. Se il trust produce dividendi, interessi o altri ritorni, anche quelli rientrano nella tassazione. L’aliquota indicata è il 20%.
Cosa cambia davvero e perchè ora?
In parole povere, Pechino sta dicendo ai suoi super ricchi: anche se portate i vostri soldi fuori, quei soldi resteranno comunque tassabili. Come spiegato sopra, prima il sistema era più ambiguo. Ad onor del vero, la legge cinese già prevedeva (in teoria!) la tassazione del reddito mondiale dei residenti fiscali. Il problema era l’applicazione concreta ai trust offshore.
Come già detto, la nuova disciplina chiude molte zone grigie e rende più difficile dire: il patrimonio è all’estero, quindi non riguarda più il fisco cinese. Questa precisazione burocratica ha dietro un forte messaggio politico. Il Partito comunista cinese sta facendo intendere che la ricchezza privata, anche quando si muove attraverso Hong Kong, Cayman, family office, fiduciari e strutture estere, non può considerarsi completamente autonoma dallo Stato.
Il capitale può uscire, ma non deve diventare sovrano. Può investire fuori, ma non può più farlo come se il legame fiscale e politico con la Cina fosse dissolto. Il messaggio vale anche per chi prova a cambiare cittadinanza o residenza. Se il centro degli interessi economici resta in Cina, il fisco cinese continua a guardare. Ma c’è un’altra domanda: perché Pechino lo fa adesso? Ci sono almeno tre ragioni.
La prima è fiscale
La Cina ha bisogno di entrate. La crescita rallenta, le amministrazioni locali sono sotto pressione, il mercato immobiliare non garantisce più le risorse di prima. Per anni, molte province e città hanno finanziato spesa pubblica e sviluppo attraverso la vendita dei diritti d’uso dei terreni agli sviluppatori immobiliari.
Quel modello è entrato in crisi insieme al settore del mattone. Il crollo del real estate ha ridotto una fonte essenziale di liquidità per i governi locali. Le entrate da vendita di terreni, un tempo centrali nei bilanci locali, sono scese fortemente rispetto al picco del 2021. In questo contesto, inseguire i capitali offshore non è solo una misura ideologica. È anche un modo per recuperare gettito.
La seconda ragione è politica
Dal 2021 Xi Jinping ha rilanciato la formula della “prosperità comune”, presentandola come obiettivo del socialismo con caratteristiche cinesi. Significa, almeno nel linguaggio ufficiale, ridurre le disuguaglianze, ampliare la classe media, aumentare i redditi più bassi, regolare gli eccessi dei redditi alti e riportare la ricchezza dentro una cornice considerata socialmente sostenibile.
Negli anni scorsi il bersaglio erano state soprattutto le big tech: Alibaba, Ant Group, Tencent, il mondo di Jack Ma. Oggi il messaggio si allarga. Non riguarda più solo il capitalismo digitale troppo potente. Riguarda l’intera fascia dei grandi patrimoni privati.
La terza ragione è il controllo dei capitali
La Cina mantiene da anni restrizioni sul trasferimento di denaro all’estero: il limite ordinario per cambio o trasferimento personale è di 50mila dollari l’anno. Eppure i capitali sono usciti lo stesso, spesso attraverso canali complessi.
Secondo l’Institute of International Finance, nel 2025 dalla Cina sarebbero defluiti oltre 800 miliardi di dollari. Non esistono stime ufficiali precise su quanti fondi siano parcheggiati in trust offshore, ma tutte le ricostruzioni concordano su una dimensione enorme.
Hong Kong rischia di pagare il conto, che potrebbe essere salato
La stretta sui trust si aggiunge ai controlli sugli investimenti esteri, alle sanzioni contro intermediari che offrivano accesso non autorizzato al trading di azioni straniere e agli accertamenti fiscali su redditi esteri non dichiarati. La misura avrà conseguenze anche fuori dalla Cina continentale. Hong Kong è da tempo una piattaforma privilegiata per la ricchezza dei milionari e miliardari cinesi. Trust, assicurazioni offshore, family office, gestione patrimoniale, mercato immobiliare di lusso, capital market: molti settori hanno beneficiato per anni dei flussi provenienti dalla mainland.
Pechino renderebbe più costoso e più controllato l’uso dei trust offshore e il modello di Hong Kong come grande cassaforte della ricchezza cinese potrebbe risentirne. Non significa che quei flussi spariranno, ma che saranno meno liberi, più sorvegliati, più esposti al fisco della Repubblica popolare. La reazione dei mercati lo ha mostrato subito anche su un settore vicino: le assicurazioni offshore.
Dopo le notizie sull’applicazione di un’imposta del 20% sui ritorni di polizze acquistate a Hong Kong, titoli come Prudential e AIA hanno perso terreno. Il punto è chiaro: se Pechino tassa anche ciò che finora era percepito come più lontano dal suo controllo, l’intero ecosistema della ricchezza offshore deve ricalcolare rischi, margini e convenienza.
Una misura socialista o populista?
Negli ultimi mesi Pechino ha intensificato verifiche e controlli su banche, intermediari, broker e grandi patrimoni. A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese ha segnalato casi di evasione fiscale e carenze nei controlli presso istituzioni finanziarie statali, compresa Bank of China. Il Financial Times ha raccontato accertamenti su investimenti esteri di cittadini facoltosi e controlli che, in alcuni casi, possono risalire anche a molti anni indietro.
Ci sono poi vicende simboliche. Il South China Morning Post ha citato il caso di Pan Shiyi e Zhang Xin, fondatori del gruppo immobiliare Soho China, che prima della quotazione avrebbero trasferito quote societarie in un trust alle Cayman. Un altro caso riguarda la disputa ereditaria nella famiglia di Zong Qinghou, fondatore di Wahaha Group, con un trust offshore da quasi 2 miliardi di dollari finito al centro della battaglia tra eredi.
Sono storie diverse, ma raccontano la stessa cosa: il capitale privato cinese ha imparato a muoversi globalmente. Pechino ora vuole ricordargli che la globalizzazione finanziaria non lo mette al riparo dal potere dello Stato.
Colpire i super-ricchi può sembrare una misura socialista. In parte lo è, almeno se la si guarda dal lato fiscale: tassare rendite e patrimoni sottratti al controllo pubblico significa riportare ricchezza dentro la capacità redistributiva dello Stato. Ma una lettura socialista non può limitarsi a considerare solo lo Stato che tassa i ricchi. Deve chiedersi dove vanno quelle risorse, chi decide come usarle, quale potere hanno lavoratori e cittadini sulla distribuzione della ricchezza, quali rapporti sociali vengono trasformati davvero.
Nel Capitale, quando Marx parla di debito pubblico, fiscalità e formazione del capitalismo moderno, mostra come lo Stato sia parte dei rapporti di accumulazione. La ricchezza privata nasce in uno spazio incastonato nella politica: ha bisogno di leggi, proprietà, banche, credito, infrastrutture, forza lavoro, coercizione. Proprio perchè la politica circola nel mercato, anche i paradisi fiscali non sono “fuori” dallo Stato, ma costruiti da altri Stati, da altre norme, da altri apparati giuridici.
Da questo punto di vista, il trust offshore è una forma esemplare del capitale contemporaneo: ricchezza prodotta in un luogo, protetta in un altro, amministrata da professionisti globali, resa opaca attraverso strutture legali. L’evasione viene letta all’interno del potere di classe, come capacità dei ricchi di separare se stessi dagli obblighi collettivi che restano, invece, molto presenti per chi vive di salario.
Si può parlare di socialismo con caratteristiche cinesi?
Il lavoratore non può mettere il proprio stipendio alle Cayman nè la propria fatica in un trust, nè cambiare giurisdizione al contributo previdenziale, all’affitto, al mutuo, alla tassa sui consumi. Il capitale sì. È questa asimmetria che rende politicamente importante la stretta cinese. La Cina ha costruito la propria crescita su un compromesso particolare: direzione politica del Partito, economia di mercato, apertura agli investimenti, arricchimento privato controllato, promessa di sviluppo nazionale. Per decenni questo compromesso ha funzionato perché la crescita era alta e perché milioni di persone uscivano dalla povertà. Le disuguaglianze potevano aumentare, ma venivano compensate dalla mobilità sociale, dall’urbanizzazione, dal lavoro industriale, dall’espansione dei consumi.
Ora quel patto è più fragile e la crescita è più lenta. La disoccupazione giovanile resta un problema. I salari non corrono come prima. Il mattone non produce più la stessa ricchezza. Le amministrazioni locali cercano risorse. La concentrazione patrimoniale diventa più visibile. Per questo la “prosperità comune” torna utile a Xi Jinping: offre una grammatica socialista a una fase di ri-accentramento politico e fiscale. Pechino non sta abolendo i grandi patrimoni. Sta dicendo che non possono più comportarsi come se fossero extraterritoriali.
Non siamo davanti a una redistribuzione radicale della proprietà, ma a una disciplina del capitale privato. Lo Stato lascia ai lavoratori la disponibilità di usare la ricchezza sociale, ma in sostanza dice ai ricchi: potete essere ricchi, ma dentro i confini politici fissati dal Partito. La giustizia sociale resta amministrata dall’alto, senza reale conflitto democratico dal basso. La libertà quasi assoluta del capitale di spostarsi dove paga menoè limitata. Il lavoro resta inchiodato al territorio.
Solo l’inizio
La misura sui trust offshore arriva in un momento in cui la Cina deve decidere chi pagherà il rallentamento. Le famiglie? I giovani senza lavoro stabile? I governi locali pieni di debiti? I lavoratori dei settori in crisi? O chi ha accumulato abbastanza ricchezza da spostarla fuori dal Paese? No. Almeno una parte del costo deve tornare sui super-ricchi, perchè la ricchezza privata non può essere intoccabile se la società ha bisogno di risorse.
Considerate le grandi contraddizioni della Cina contemporanea, la domanda decisiva sarà che cosa farà con le risorse recuperate. Se serviranno solo a tappare buchi di bilancio e rafforzare il controllo politico, la misura resterà una stretta fiscale dall’alto.
Se verranno usate per welfare, salari, servizi pubblici, casa, sanità, istruzione e riduzione reale delle disuguaglianze, allora la “prosperità comune” diventerà qualcosa di concreto. Tassare i ricchi è solo l’inizio: serve che la ricchezza torni a chi la produce.



