Giovani preoccupati per i cambiamenti climatici
Giovani preoccupati per i cambiamenti climatici
Lo scrittore Pietro Mugnaini, nel 2019 riassunse vari interventi di Luca Mercalli in diverse trasmissioni per ricavare questa intervista, nella quale il climatologo e divulgatore scientifico spiegava i cambiamenti climatici. La riproponiamo qui perché, purtroppo, ancora attualissima.
Quali sono le cause dei cambiamenti climatici?
Le cause sono ormai ampiamente note. È un fenomeno che inizia 200 anni fa con la rivoluzione industriale. Si comincia a bruciare carbone, poi arriva il petrolio ed il gas e adesso questa santa trinità fossile la usiamo in maniera massiccia per sostenere l’intera economia del pianeta Terra e questo emette anidride carbonica (CO2). L’anidride carbonica in sé è un gas sostanzialmente innocuo per tutti noi, lo respiriamo, serve alle piante per produrre massa vegetale, il problema è che noi stiamo liberando quella che stava sotto terra da decine o centinaia di milioni di anni.
Era lì, intrappolata, non partecipava al gioco di scambio con l’atmosfera attuale. Noi bruciandola la buttiamo di nuovo nell’aria o la facciamo sciogliere nelle acque oceaniche producendo due grandi guasti nel sistema ambientale terrestre: innalziamo la temperatura perché l’anidride carbonica è un gas a effetto serra che blocca una parte del calore del sole che dovrebbe ritornarsene verso lo spazio e ce lo teniamo invece in casa. È una sorta di coperta, una coperta chimica invisibile.
Noi non la vediamo ma c’è. L’altro fenomeno è che acidifica gli oceani, perché l’anidride carbonica si scioglie nelle acque oceaniche e abbassa il Ph, quindi le acque diventano più acide e questo minaccia la vita negli oceani. Questi sono i due grandi problemi che abbiamo svegliato con la combustione dei materiali fossili soprattutto a partire dalla seconda metà del ‘900.
Quale scenario prevede per i cambiamenti climatici?
Lo scenario che prevedo è quello che è stato discusso alla conferenza sul clima di Parigi del 2015. I climatologi dicono: se continuiamo il modello “business as usual”, cioè non cambiamo niente nella nostra vita, bruciamo tutto il petrolio che c’è da bruciare, il rischio è di finire a fine secolo con 5 – 6 gradi in più. Questo è veramente catastrofico. Cinque o sei gradi in più a scala globale vuol dire cambiare la faccia del pianeta e noi non siamo pronti per questo.
Cos’è che bisogna temere dei cambiamenti climatici?
Per ora questi episodi sono fastidiosi, ci creano qualche problema: la mancanza di neve sulle alpi mette in ginocchio l’industria del turismo invernale, i problemi di siccità danneggiano l’agricoltura e creano criticità nelle riserve d’acqua ecc., però possiamo dire che sono dei fenomeni che possiamo ancora controllare.
Il problema è che sono le spie di un cambiamento che nei prossimi decenni diventerà via via molto maggiore in termini di intensità e frequenza, e questo potrebbe essere al di là delle nostre capacità di adattamento, o quanto meno di mantenimento di un tipo di vita come quella che conosciamo oggi.
Come stanno cambiando gli eventi climatici estremi?
Gli eventi meteorologici estremi hanno sempre colpito l’umanità. Negli ultimi decenni sono però accaduti due fatti. Il primo: è aumentata la vulnerabilità della nostra società che è cresciuta in termini di numero e di infrastrutture. Lo stesso evento meteorologico estremo che 100 anni fa colpiva un’area sostanzialmente poco abitata, poco urbanizzata, prevalentemente agricola, senza infrastrutture di trasporto, linee elettriche o telefoniche, antenne di trasmissione dati, industrie, chiaramente aveva meno cose da distruggere.
Oggi uno stesso evento meteorologico di pari intensità di 100 anni fa ha semplicemente più oggetti da distruggere, più capitale investito che è soggetto ad essere deteriorato da un evento meteorologico importante. L’altro elemento che sta cambiando è invece la maggiore frequenza e la maggiore intensità degli stessi fenomeni a causa del riscaldamento globale. C’è da aggiungere che gli eventi estremi sono distribuiti in modo molto difforme, per cui ci sono zone che sono colpite più o meno gravemente. Per quanto riguarda la nostra visione di futuro è che, sia la nostra vulnerabilità, che si accresce ogni giorno che passa a causa della maggior pressione sui territori da parte anche soltanto dall’aumento demografico, sia l’aumento dei fenomeni dovuti ai cambiamenti climatici, ci metteranno di fronte in futuro ad un rischio molto maggiore.
Il rischio può essere sia in termini di vite umane che vengono colpite direttamente da un episodio meteorologico, sia in danni economici e sia, infine, per gli spostamenti, le vere e proprie migrazioni di popoli, allorché queste catastrofi climatiche vadano a toccare delle zone densamente popolate e con scarse possibilità di resilienza e di ripresa, che vadano per esempio anche a incidere sulla produzione alimentare e quindi creando delle vere e proprie crisi di carestia in alcune zone che poi spingano intere popolazioni a migrare.
Come si possono combattere?
Abbiamo soltanto due strategie. La prima è quella di contenere il più possibile la magnitudo del cambiamento: lo si può fare soltanto con la riduzione delle emissioni, lo si può fare con un’economia che corra meno, che bruci meno, che inquini meno. Non è possibile però ridurre al 100% il cambiamento climatico, perché ormai ci sono 200 anni di sviluppo industriale e di emissioni che daranno i loro effetti in futuro. Possiamo quindi solo scegliere di mitigarlo.
Negli ultimi scenari climatici sappiamo che il ventaglio di cambiamento termico sul pianeta di qui a fine secolo è compreso tra circa 3 e 6 gradi. É evidente che questo margine dipende dalle nostre scelte: meglio un mondo che si scalda solo di 3 gradi piuttosto che di 6, perché con 6 gradi tutto l’adattamento diventerà più difficile. Ecco quindi il secondo punto, l’adattamento.
Anche se fossimo così bravi da ridurre il cambiamento a solo 3 gradi invece che 6, comunque questi 3 gradi non saranno indenni, non sarà qualcosa che passerà senza colpo ferire. Ci porterà comunque a un mondo diverso da quello che conosciamo oggi, con fenomeni estremi che si verificheranno e contro cui dovremo attrezzarci.
Come dobbiamo interpretare il fallimento dei numerosi meeting internazionali sul tema del clima?
I grandi meeting internazionali per prendere dei provvedimenti di tipo economico, che portino a una riduzione delle emissioni clima alteranti si fanno ormai da più di 20 anni con risultati molto modesti. L’unico accordo vincolante di questo genere è stato il protocollo di Kyoto, ma è stato un tentativo molto modesto che ha dato pochi risultati. Ora tocca all’Accordo di Parigi. Speriamo che possa essere più efficace!
La crisi economica ha fatto molto di più dei protocolli nella riduzione delle emissioni. Io penso che, o ci si rende conto tutti insieme, nella globalità dei circa 200 stati sovrani che compongono il pianeta, che siamo seduti su una bomba a orologeria e possiamo scegliere tutti insieme di disinnescarla o almeno di diminuirne il potenziale, oppure continueremo a far chiacchiere e sposteremo sempre di anno in anno il momento delle azioni radicali di cui avremmo bisogno e quindi peggiorando sempre di più la situazione.
Chi è colpevole dei cambiamenti climatici?
La colpa è nostra. Di questi 7 miliardi di abitanti su questo pianetino sempre più stretto dove tutti vogliamo prendere la nostra parte di risorse. Sappiamo benissimo che c’è un problema di disuguaglianze, lo ha detto anche Papa Francesco con la sua enciclica ambientale e climatologica. É una sostanziale descrizione di diseguaglianze sociali dato che i guasti ambientali al pianeta sono stati inflitti prevalentemente da quel paio di miliardi che oggi rappresentano il mondo ricco, il mondo occidentale, rispetto ad una parte di mondo in crescita o emergente, vedi la Cina, ad esempio, che ci sta correndo dietro e vuole imitare questo modello e poi, purtroppo, c’è la fetta degli ultimi, del miliardo che non mangia e che non ha l’acqua potabile.
Si può cambiare qualcosa con il proprio comportamento?
Mentre da un lato aspettiamo che la politica assuma degli impegni, non dobbiamo scordare che il ruolo dell’informazione e delle scelte dei singoli è forse pari a quello della politica. Non possiamo sempre e solo delegare le scelte ad altri, aspettando che vengano decise altrove. Ciò che riguarda l’uso delle risorse del pianeta e il relativo inquinamento è frutto prevalentemente di scelte individuali: ognuno di noi, ogni giorno con le proprie azioni, contribuisce in misura maggiore o minore al futuro del pianeta e delle future generazioni. Quindi direi che i due percorsi devono essere paralleli.
Da un lato abbiamo bisogno di una grande politica, perché non siamo in grado individualmente di fare tutto, ma dall’altro abbiamo anche in mano la possibilità di iniziare a reagire e dare un segnale importante, a iniziare dai nostri acquisti, dal nostro comportamento, da come usiamo l’energia, da come ci muoviamo, come viaggiamo, che tipo di casa abbiamo, quali sono le nostre scelte concrete nella vita di tutti i giorni. Purtroppo l’informazione è un punto debole, nell’attuale situazione, nonostante non ci sia mai stata così grande facilità di diffondere l’informazione in tempi rapidi e di avere le informazioni da tutto il mondo attraverso la rete. É un mondo che è distratto da troppe cose e non riesce a scegliere, tra tanta informazione, quella veramente strategica per il proprio futuro.
Quali sono le piccole cose che possiamo fare?
C’è un livello più alto dove ovviamente deve agire la politica per agevolare, incentivare o proibire, secondo il caso, i comportamenti virtuosi o dannosi, ma ognuno di noi può fare molto a livello individuale, perché alla fine il problema della devastazione del pianeta e dell’alterazione del clima è dovuto a 7 miliardi di gesti quotidiani.
La regola d’oro è non sprecare. Siamo una società in cui almeno il 30% di tutto quello che tocca è spreco: luci, TV o PC lasciati accesi per niente, cibo buttato, riscaldamento o aria condizionata a livelli troppo alti e via dicendo. Che poi non sprecare fa bene non solo al pianeta ma anche al portafogli. Spesso lo spreco incide gravemente sul bilancio familiare. Non possiamo più permetterci questo stile di vita che è fondamentalmente predatorio. Noi usiamo tutte le risorse che il pianeta ci dà, molto di più di quelle che il pianeta può rigenerare. È un problema di interessi e capitale. Se viviamo sugli interessi va bene, perché chi vive sugli interessi può campare all’infinito. Chi comincia a mangiarsi il capitale, no, perché finisce in bancarotta. Le materie prime non sono infinite.
Il nostro benessere è in mezzo a una miniera e una discarica. Dobbiamo imparare a fare un cerchio, a chiuderlo riciclando. Pensate all’energia nelle nostre case. Si spendono in un anno migliaia di euro per il riscaldamento quando oggi con le tecnologie che abbiamo si possono mettere i vetri tripli alle finestre, fare il cappotto ai muri, mettere i pannelli solari, la pompa di calore, cioè tutte quelle tecnologie che fanno risparmiare un’enorme quantità di energia e di emissioni, facendo intanto bene all’ambiente che per me rimane il vantaggio più importante che non monetizzi subito ma lo monetizzeranno i tuoi figli perché non saranno colpiti dai drammatici cambiamenti climatici, ma anche un vantaggio immediato in termini economici con risparmi sulle bollette fino all’80%.
Che ruolo ha il consumo di carne rossa nel processo del cambiamento climatico?
La carne rossa, oltre alla CO2 che è dovuta a tutto il petrolio della filiera produttiva, dal trattore per coltivare il foraggio fino alla catena del freddo per commercializzarla, produce anche il metano che è un importante gas a effetto serra, e deriva proprio dalla fermentazione che avviene dentro lo stomaco dei bovini. Quindi dovremmo mangiare meno carne nella nostra dieta. Io non dico che dobbiamo diventare tutti vegetariani, io per esempio non lo sono, però cerco con grandissima cura di mangiarne poca, di buona qualità e non sempre carne rossa, cioè se vari con suini e soprattutto pollame, queste carni non creano emissioni di metano ma solo quelle della filiera produttiva. Meno carne mangi e meglio è, non solo per l’ambiente ma anche per la salute, e questo ce lo dice la medicina. Come sempre è un problema che si risolve con il senso della misura.

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