Struttura del libro
Nel 1972 Italo Calvino scrisse Le città invisibili, un libro strutturato in nove capitoli organizzati in maniera molto simile. Ogni capitolo ruotava intorno a un ipotetico dialogo fra Marco Polo e l’imperatore dei tartari Kublai Khan, nel quale il celebre esploratore veneziano descriveva a quest’ultimo cinquantacinque città da lui visitate nel corso dei suoi mitici viaggi.
L’intento dell’autore
Si trattava evidentemente di descrizioni frutto della fantasia dello scrittore cresciuto a Sanremo, che assegnava a tutte le città un nome classico di donna e le raggruppava in undici sezioni tematiche. L’intento, come ebbe a specificare lo stesso autore, era quello di offrire, sebbene fossero tutte inventate, uno spunto di riflessione che valesse per ogni città o per la città in generale.
Il caso di Leonia
Nel VII capitolo arriva il turno di “Leonia” e l’argomento su cui si sviluppa la provocazione è quello annoso dello smaltimento dei rifiuti. Leonia è descritta come una moderna metropoli, responsabile della generazione di una quantità enorme di rifiuti, in una maniera totalmente allineata con la distopia dei nostri tempi, perché a questa montagna di rifiuti si contrappone un aspetto della città assolutamente perfetto.
Il paradosso di Leonia
Leonia si rinnova quotidianamente, liberandosi di tutto quello di cui ha usufruito il giorno prima. È una forma di opulenza, perché “più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate, l’opulenza si verifica dalle cose che ogni giorno vengono buttate”. Già negli anni Settanta Calvino metteva in guardia la società del consumo, che continuamente si disfaceva di materiali ancora utilizzabili a favore di modelli più alla moda.
Il problema dei rifiuti
Ma dove finiscono i rifiuti di Leonia? Nessuno sembra porsi la questione, né a Leonia né nelle città vicine, ma nel frattempo tutto intorno alla città si è generato un vero e proprio altipiano, una catena montuosa composta esclusivamente dai rifiuti. È come se, e il concetto è bellissimo, la città avesse determinato una anti-città.
Un parallelo storico: il Monte Testaccio
Lo scrittore ligure sembrava già cosciente della crucialità del concetto di biodegradabilità e dell’esistenza di materiali prodotti dagli uomini che sembravano resistere a qualunque agente atmosferico. Un esempio reale è il Monte Testaccio a Roma, una collina artificiale alta circa trentasei metri, situata tra le mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere.
La discarica dell’antica Roma
In realtà, si tratta di una montagna di cocci, una vera e propria discarica di età augustea. Gli antichi Romani, pur essendo eccellenti riciclatori di materiali, non potevano riutilizzare le anfore non smaltate all’interno. La stragrande maggioranza veniva fracassata e ridotta in cocci, poi accatastati ordinatamente. I curatores provvedevano a contenere i cattivi odori con strati di calce e un piano inclinato permetteva di raggiungere la cima con un carro.
Il rischio apocalittico
A Leonia però c’è un problema in più: l’esistenza di altre “Leonia” tutte intorno. Altre città creano e respingono montagne di immondizia, dando vita anch’esse a crateri di rifiuti con al centro la città che li produce. Se questi crateri venissero a contatto tra loro, potrebbero innescare un crollo generale tale da cancellare Leonia per sempre.
Conclusione
Utilizzando la metafora di Italo Calvino, possiamo affermare con relativa sicurezza che non solo Leonia è una realtà, ma che a furia di crollare una sull’altra, il mondo intero è divenuto una sola grande Leonia. Tuttavia, non sembriamo esserne coscienti e, come scrisse Pier Paolo Pasolini nella postfazione a Le città invisibili, “abbiamo davanti a noi dei fenomeni di una realtà surreale di cui Calvino, nel suo scrivere con semplicità, eleganza e a briglia sciolta, pare essere veramente il semplice descrittore”.



