Persino i Simpson se ne sono accorti. In una puntata della trentaseiesima stagione, Springfield impazzisce per l’Othinquic, farmaco miracoloso che promette dimagrimenti rapidi a chi ha problemi di glicemia, o a chi è disposto a giurare di averli pur di arrivare pronto alla prova costume. Ozempic, Wegovy, Mounjaro e gli altri farmaci della famiglia GLP-1 hanno cambiato davvero la medicina. Per molte persone con diabete di tipo 2 o obesità rappresentano una possibilità terapeutica importante, seria, spesso attesa da anni. Il problema comincia quando una cura entra nel mercato sbagliato e slitta dalla medicina all’immaginario della disciplina estetica.
Oggi questi farmaci sono usati per dimagrire più in fretta, cancellare la fame, asciugare il corpo; tutte cose che, nella diet culture (che speravamo di aver superato) erano imperativi legati all’essere, o al “tornare”, desiderabili, attraverso il dimagrimento. Se pensavamo di aver sconfitto al thin culture, abbiamo sbagliato di grosso. E, forse, la colpa è un po’ anche di alcune derive retoriche del femminismo della quarta ondata.
Cosa c’entra l’ozempic col (post) femminismo?
Negli ultimi anni la body positivity era incastonata nel lessico del femminismo di quarta ondata: un femminismo digitale, costruito anche attraverso hashtag, campagne social, molto concentrato sulla lotta alla violenza simbolica e alla rivendicazione dei corpi esclusi. In questo contesto, il corpo grasso veniva trattato come campo di potere o un terreno politico, in quanto corpo giudicato, discriminato, escluso dalla moda, patologizzato negli ambulatori e reso invisibile nei media.
Insomma, la body positivity nasceva come idea politica che sosteneva che anche alcuni corpi, esclusi dalla moda e dai media, meritano rispetto. La body posititvity non è mai stata solo un “sentiti bella”, ma un imperativo a smettere di trattare certi corpi come sbagliati.
Il passaggio successivo, però, è stato quello che la studiosa Angela McRobbie ha chiamato “disfare il femminismo”. Il mercato ha preso questo messaggio e lo ha reso più innocuo, senza negarlo apertamente, ma assorbendolo, rendendolo compatibile con il mercato, trasformandolo non in un’idea politica ma in lifestyle. Rosalind Gill parla di sensibilità post femminista: il controllo del corpo che sembra una scelta “libera”, legata al concetto di “empowerment”, che si compone di cura di sé e investimento personale. Se presi isolati, sono anche concetti positivi, ma se ben osservati si vede come la body positivity perde forza politica e viene come “addomesticata”. Ma soprattutto, è resa un prodotto che si può vendere e comprare.
Ozempic arriva dentro questa torsione. Come scrivono Sarah Banet-Weiser e Catherine Rottenberg, il femminismo neoliberale promette emancipazione attraverso la scelta individuale, il consumo e l’ottimizzazione di sé. Così il corpo non deve più essere punito apertamente: deve essere migliorato, gestito, performato.
La magrezza come dispositivo politico contro le donne
Ed ecco che, ad oggi, la magrezza torna al centro. Suona sempre come quel vecchio obbligo brutale della diet culutre degli anni ‘2000, anche quando cerca di cambiare forma apparente. La retorica attuale, infatti, ci vende il corpo controllato come una possibilità, uno scenario “tecnicamente disponibile”. In realtà, questa subdola riforumalzione è proprio per questo più colpevolizzante: se oggi puoi correggerti, perché dovresti restare così? Perchè non rimpicciolirti, affamarti, tagliarti e cucirti per rientrare nel canone?
Ozempic è il nome commerciale più noto della semaglutide, principio attivo usato per il trattamento del diabete di tipo 2. Altri farmaci a base di semaglutide o molecole simili vengono impiegati anche per la gestione del peso, con indicazioni e regole diverse a seconda del Paese e della specifica autorizzazione. In Italia il tema è diventato anche economico.
Il rapporto OsMed 2025 dell’AIFA segnala che la spesa complessiva per farmaci antidiabetici è arrivata a 1,59 miliardi di euro, in aumento del 34,9%. La crescita più vistosa riguarda proprio semaglutide e tirzepatide: nei consumi in Fascia C, cioè a carico del cittadino, l’aumento è stato dell’85,7%, con una spesa cresciuta del 75,8%. La semaglutide da sola ha fatto registrare 430 milioni di euro di spesa a carico del Servizio sanitario nazionale e altri 162,7 milioni in Fascia C. AIFA scrive che il fenomeno riflette una domanda crescente di trattamenti destinati a curare “non solo la patologia diabetica”.
Se il diabete è stabile, perché cresce così tanto la spesa?
In Italia le persone con diabete sono circa 4 milioni. Il dato resta sostanzialmente stabile. Anche l’obesità non mostra un salto tale da spiegare, da sola, l’impennata dell’uso e della spesa per questi farmaci. Qui si apre il sospetto più delicato: una parte della domanda può passare attraverso prescrizioni troppo facili, usi impropri, scorciatoie, pressioni sui medici, strutture private interessate a intercettare una richiesta in forte crescita.
Non è un’accusa generalizzata ai pazienti né ai professionisti. È il punto sollevato anche da Angelo Avogaro, presidente della Società italiana di diabetologia: il problema non è chi ha realmente bisogno di una cura, ma chi la prescrive a persone sane o con pochi chili in più.
Il mercato, intanto, corre. Novo Nordisk, l’azienda danese produttrice di Ozempic e altri farmaci GLP-1, ha costruito su questa classe di medicinali una parte enorme della propria crescita. Nel 2024 i prodotti GLP-1 per il diabete hanno generato quasi 150 miliardi di corone danesi di vendite. La semaglutide è diventata una delle molecole simbolo dell’industria farmaceutica contemporanea.
Se un farmaco salva o migliora vite, la sua diffusione è una buona notizia. Ma in questo caso, è anche scorciatoia estetica, uno strumento di controllo sociale e un investimento finanziario. Questo cambia la domanda economica, e ci dovrebbe anche mettere in allarme sociale.
L’uso improprio è già realtà, anche in Italia
A Bolzano, nel 2025, cinque persone sono state denunciate per ricette contraffatte e ricettari rubati usati per ottenere Ozempic: l’indagine ha individuato 152 ricette e un danno stimato di circa 11 mila euro. A Padova, nel novembre dello stesso anno, una donna di 31 anni è finita in coma ipoglicemico dopo aver acquistato online quello che credeva fosse Ozempic: il prodotto conteneva insulina.
In Portogallo, un’endocrinologa è stata arrestata nell’ambito di un’indagine su prescrizioni illegali di farmaci antidiabetici a persone sane, con un danno ipotizzato di circa 3 milioni di euro per il sistema sanitario. Questi casi non dimostrano che l’Italia sia dentro una frode di massa. Mostrano però che la pressione esiste: desiderio di dimagrire, costi alti, difficoltà di accesso, mercato online, medici compiacenti, ricette false, farmaci contraffatti.
La body positivity non nasceva come strumento del capitalismo: aveva radici nella fat acceptance, nei movimenti per i diritti delle persone grasse, nella critica alla discriminazione medica, lavorativa, sociale e culturale. Sabrina Strings, in Fearing the Black Body, ha mostrato come la grassofobia moderna abbia anche una storia razziale:
il corpo grasso, soprattutto quello delle donne nere, è stato costruito nei secoli come corpo eccessivo, indisciplinato, moralmente sospetto. Prima di essere assorvita dal capitalismo, la parte body positivity non parlava solo della bellezza, ma di vivere senza essere discriminate per il proprio corpo. Accesso alle cure, abiti disponibili, sedute adatte, lavoro, rappresentazione, diagnosi non ridotte automaticamente al peso.
Quando il Capitalismo l’ha inglobata, i brand hanno preso la parola “inclusione”, l’hanno messa nelle campagne, svuotandola per renderla vendibile. Corpi non conformi, ma senza esagerare e, soprattutto senza mai mettere in discussione la macchina simbolica che divide i corpi in accettabili e non accettabili. La body positivity voleva solo “includere” e proprio per questo ha progressivamente perso la sua forza politica.
Dalla body positivity alla body neutrality
L’algoritmo ci ha messo tutti a dieta? Basta aprire Instagram o TikTok per capire che il corpo è tornato a essere un cantiere da correggere. App che contano calorie, pubblicità di integratori, digiuni intermittenti, piani lampo, cheto, dieta delle uova, allenamenti “senza sforzo”, foto prima/dopo generate dall’intelligenza artificiale. Niente di nuovo, anche se cambiano i contesti e gli strumenti.
Il cibo torna un numero che traccia un confine di desiderabilità, dentro cui entrare, ricordando il margine di cui parlava Bell Hooks. Il corpo torna un campo di battaglia e la magrezza un simbolo di status e morale. In parte, molti questi contenuti funzionano perché non sembrano nemmeno violenti, ma gamificati e gentili: il procione triste che ingrassa se mangi una fetta di torta non ti insulta.
Ti educa al senso di colpa. Sembra un Tamagotchi, ma funziona al contrario: non chiede nutrimento, chiede privazione. Fa riflettere. L’algoritmo non inventa la grassofobia, ma gli basta poco per riesumarla dagli anni ’90, perché sa che il corpo è una ferita facile da riaprire per tutte le donne nel Patriarcato Capitalista.
La moda aveva usato la body positivity quando conveniva. Oggi sembra disposta a lasciarla cadere senza troppi rimpianti. Secondo il Vogue Business Autumn/Winter 2026 Size Inclusivity Report, su 7.817 look presentati in 182 show e presentazioni:
- il 97,6% era su modelle straight-size;
- i look mid-size erano il 2,1%;
- quelli plus-size appena lo 0,3%.
È un dato minuscolo, quasi ridicolo se confrontato con anni di campagne sull’inclusività. Dice che la diversità dei corpi è rimasta spesso superficie comunicativa, non trasformazione del sistema. Le taglie grandi entrano nei discorsi, meno nelle passerelle. Entrano nei manifesti, meno nei campionari. Entrano nelle dichiarazioni dei brand, meno nei negozi.
Il corpo delle donne torna terreno pubblico. Anche quando cambia, resta imputato. Da qui il passaggio alla body neutrality: non devo amare il mio corpo tutti i giorni, non devo trasformarlo in progetto estetico permanente, non devo nemmeno celebrarlo. Perchè il senso del corpo non è la sua desiderabilità! Posso semplicemente abitarlo, è la casa in cui vivo e mi deve traportare.
La differenza sta nel contesto e la pagano i più giovani
La nuova ossessione per la magrezza arriva anche travestita da “salute” e questo la rende più difficile da criticare. Il fatto che obesità e sovrappeso possono essere associati a rischi clinici e che alcune persone trovano nei farmaci GLP-1 un aiuto reale non deve farci dimenticare che la grassofobia si nasconde spesso proprio dentro il linguaggio della salute. Un conto è curare una patologia, accompagnare una persona, valutare rischi, benefici, storia clinica, salute mentale, accesso alle cure.
Un altro è far passare l’idea che ogni corpo non magro sia un corpo incompiuto, provvisorio, in attesa di essere aggiustato. La destra culturale americana ha spesso legato forma fisica, virtù morale e disciplina. Il corpo magro viene letto come corpo ordinato, produttivo, controllato. Per le donne il messaggio è ancora più stretto:
essere snelle, desiderabili, fertili, piacevoli, efficienti, non troppo ingombranti. Occupare meno spazio resta una vecchia richiesta, anche quando usa parole nuove.
I primi segnali arrivano dai più giovani. L’indagine “Alla ricerca della perfezione”, realizzata da Fondazione The Bridge nel progetto Food For Fine di Terre des Hommes Italia, mostra che per 1 adolescente su 4 il corpo bello è “magro”. Solo il 20% lo associa alla salute, il 20,5% degli studenti lega il cibo a disagio, ansia, paura o sfogo, il 13,7% lo collega a controllo del peso, calorie, grasso o dieta.
Quasi 1 adolescente su 2 dice di conoscere coetanei che usano integratori o sostanze per accelerare il dimagrimento o migliorare l’aspetto fisico. Chi vede più spesso contenuti su diete e integratori sui social mostra livelli peggiori di soddisfazione corporea, serenità nel rapporto con il cibo, benessere psicologico e funzionamento quotidiano. Questi dati vanno letti accanto alla crescita dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
Secondo l’Ospedale Bambino Gesù, in Italia circa 3,5 milioni di persone soffrono di DCA; il ministero della Salute ha stimato un aumento di circa il 35% dal 2019, mentre al Bambino Gesù le nuove diagnosi sono cresciute del 60% nello stesso periodo.
Non serve condannare chi usa questi farmaci
La critica più facile sarebbe prendersela con chi usa Ozempic o altri farmaci simili per perdere peso. Sarebbe anche la critica sbagliata. Le scelte sul corpo sono sempre più complicate di come appaiono da fuori. Una persona può assumere un farmaco per ragioni di ogni tipo e colpevolizzare il singolo serve solo ad aggiungere controllo a controllo.
Il bersaglio è il sistema che prima ha venduto accettazione, poi ha riesumato il pèroblema e infine ci ha venduto la correzione. Un Capitalismo che prima ha detto “ama il tuo corpo”, per poi rettificare con “… se non lo ami, abbiamo una soluzione”. Se la body positivity viene svuotata della sua forza politica e diventa solo estetica, succede questo.
L’inclusione è durata il tempo di una campagna pubblicitaria, poi abbiamo rimesso al centro la magrezza con il lessico della medicina, dell’efficienza e dell’ottimizzazione. La parte più caustica è che, anche con le soluzioni che il Capitalismo rende disponibili, il corpo grasso è di nuovo in una trappola simbolica senza uscita: se non cambia, è accusato di trascurarsi; se cambia, deve spiegare come; se usa un farmaco, bara; se non lo usa, non vuole abbastanza.
Verso la body neutrality
La body positivity ha fallito? La domanda vera è: che cosa resta della sua promessa politica? Se ci ha lasciato solo l’obbligo di sentirsi belle, allora era già sconfitta in partenza. Se invece resta l’idea che nessun corpo debba guadagnarsi rispetto attraverso il suo aspetto, allora c’è ancora qualcosa da difendere, e che possiamo reinserire nel discorso pubblico attravero il concetto di body neutrality come approccio all’immagine corporea che vuole ridurre la centralità dell’aspetto fisico nella costruzione del valore personale.
A differenza della body positivity, non ci chiede di amare o celebrare sempre il corpo, ma di sviluppare un rapporto più neutro e meno giudicante con esso, spostando l’attenzione da come il corpo appare a ciò che il corpo permette di fare, vivere, sentire e attraversare.
Nasce come risposta alla body positivity ma è collegata ai concetti di body acceptance, body functionality e functionality appreciation: il corpo non viene pensato prima di tutto come oggetto da guardare, migliorare o amare, ma come parte dell’esperienza incarnata della persona.
Con questi strumenti possiamo combattere una volta per tutte il ritorno delle taglie piccole, delle guance svuotate, delle calorie contate, degli algoritmi dimagranti e delle punture desiderate anche da chi non ne avrebbe bisogno. Perchè questa tendenza, mai veramente debellata, racconta una cosa semplice: la società non ha mai smesso di voler correggere i corpi. Perchè, alla fine,attraverso la magrezza non si stia chiedendo ai corpi di stare meglio, si stia chiedendo loro di disturbare meno. E noi, invece, disturbiamo.



