La mia conoscenza dell’isola di Sazan e del progetto di Ivanka Trump di trasformare 1.400 ettari nello stretto di Otranto in un resort di lusso è cominciata con un noiosissimo podcast sul canale YouTube di David Senra. Un’ora e mezza di glorificazione della vita di Ivanka che,
poverina, a 22 anni era già nei consigli di amministrazione delle aziende del padre, con stipendi da capogiro, a giocare a Monopoly su suolo americano.
Ma in età adulta ha deciso di connettersi con la natura e così, per caso, in una giornata di sole, girando con lo yacht nell’Adriatico, è “cascata” con tutta l’imbarcazione su Sazan, è andata a nuoto fino a riva e si è resa conto che quella riserva naturale è così bella che ci deve portare le ruspe, gli hotel e le piscine, insieme al marito immobiliarista Jared Kushner.
La rivoluzione dei fenicotteri: natura e sovranità a rischio
I cittadini albanesi si stanno riversando in massa nelle piazze, in centinaia di migliaia vogliono difendere l’isola, la natura e soprattutto la loro sovranità. Portano con sé gonfiabili e cartonati di fenicotteri, tipici dell’habitat dell’isola, perché si prospetta – ed è già in atto – un ecocidio. Tanto che la Commissione europea ha richiamato il governo albanese ad “astenersi da azioni” che potrebbero compromettere il percorso di adesione all’UE.
Sia per i vincoli ambientali, ma soprattutto per la preoccupazione non dichiarata che si stia acquisendo l’ennesimo asset militare e strategico nel Mediterraneo. Infatti, l’isola, fino ai recenti decreti del governo albanese, era un avamposto militare: bunker, cunicoli, basi sotterranee. Uno status che l’ha protetta da qualsivoglia speculazione edilizia e l’ha resa un’oasi naturale.
Ricordiamo che lo stretto di Otranto è la porta per Trieste, il primo porto per volumi di traffico in Italia e tra i dieci più importanti d’Europa, oltre a essere il passaggio del TAP, che porta il gas in Europa da Georgia e Azerbaigian.
Gli albanesi ci sono abituati, dato che il loro primo ministro, Edi Rama, appena può svende territorio e sovranità, come nel caso dei CPR di Giorgia Meloni e l’apertura totale del Paese alla speculazione edilizia: oggi un terzo di quello che si costruisce in Albania è di proprietà di un fondo immobiliare estero.
Ma a questo giro, grazie agli ecologisti, gli albanesi si sono resi conto del progetto imperialista americano sul Mediterraneo, che mina la loro sovranità.
In Italia come siamo messi?
Non c’è bisogno di un esperto di geopolitica per mettere insieme le evidenze: anche in Italia è in atto un processo simile a quello albanese. Secondo Assoimmobiliare, il 60% degli
investimenti immobiliari in Italia — suddivisi tra vari settori, come mostrato nel grafico a torta — è riconducibile a un fondo immobiliare straniero (7 miliardi nel 2025).
La fanno da padrone le aree commerciali, il retail, la logistica, i B&B e gli hotel. Nel computo vanno inseriti progetti strategici come quello del porto crocieristico di Fiumicino, che di fatto sottrae alla governance della Capitaneria di porto un lunghissimo tratto di costa davanti alla capitale, oppure lo stadio dell’AS Roma (progetto di proprietà americana), che dona un diritto di superficie per 99 anni a un soggetto privato a fianco alla stazione Tiburtina, il principale nodo ferroviario italiano.
Insomma, non si capisce se siamo dentro Monopoly o Risiko. In entrambi i casi, siamo spettatori di una partita che non stiamo giocando. Nell’agenda politica dei partiti non si vedono soluzioni a un imperialismo che si nasconde dietro le luci patinate del mercato. Non è catastrofismo pensare che finiremo reclusi nelle periferie delle nostre grandi città, che diventeranno delle gigantesche riserve indiane. Ma forse è già tutto in atto.



