Mercoledì sera, dopo la sconfitta ai rigori contro la Bosnia Erzegovina, l’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali per la terza volta consecutiva. Nel 2018 fu la Svezia a buttarci fuori, nel 2022 la Macedonia del Nord (in semifinale di play-off, prima di uno scontro probabilmente ancora più fatale con il Portogallo). Questa volta è stata la Bosnia a mettere nero su bianco il fallimento del sistema calcio italiano. Come accade spesso in queste situazioni, in poche ore se ne sono andati in tre: il CT Gennaro Gattuso, il Capo Delegazione Gigi Buffon e il criticatissimo Gabriele Gravina, Presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC).
Le tre teste saltate nelle ultime 48 ore sarebbero bastate a sedare gli animi in un contesto qualsiasi… se non fosse che il fallimento dell’Italia, stavolta, è un disastro di dimensioni inaudite per il prestigio della nostra Nazionale, che peraltro va oltre il confine sportivo. Ha una logica che attraversa il calcio come la sanità, l’istruzione, la pubblica amministrazione, l’imprenditoria. È la logica di un Paese che non vuole cambiare, conservatore nelle scelte, con organi decisionali non meritocratici che sanno riconoscere chi è competente solo per scansarlo.
Il paradosso dei giovani: bravi, poi scomparsi
C’è un dato che sintetizza meglio di qualsiasi analisi la malattia del sistema. L’Italia è il Paese europeo che tra il 2013 e il 2024 ha ottenuto più qualificazioni alle fasi finali dei tornei giovanili. Nel 2024 l’Under 17 ha vinto il Campionato Europeo di categoria, mentre l’Under 19 lo ha vinto nel 2023.
Dove sono finiti quei ragazzi? La domanda sembra retorica, ma non lo è. I giovani talenti italiani più promettenti quasi non giocano in Serie A. Alcuni vanno all’estero, mentre chi rimane in Italia entra in una lista d’attesa che spesso dura anni, in un campionato che preferisce sistematicamente altri giocatori di maggiore esperienza (spesso e volentieri di altre nazionalità) al giovane italiano da sviluppare. I dati del CIES, il centro internazionale di studi sportivi, dicono che tra i cinque maggiori campionati europei le due squadre che hanno impiegato meno calciatori Under 21 nelle ultime stagioni sono Inter e Napoli: le ultime due vincitrici del campionato italiano. Le squadre più forti d’Italia, quelle che dovrebbero dettare il modello, sono anche quelle che meno credono nei giovani. Il segnale che mandano verso il basso è preciso: i ragazzi possono aspettare.
Il meccanismo è identico a quello che si osserva nel mercato del lavoro italiano, nell’università, nelle professioni: si entra tardi, si aspetta a lungo, si ottiene spazio solo quando qualcuno più anziano decide di farsi da parte. Il giovane talentuoso non è una risorsa da sviluppare: è una minaccia potenziale per chi occupa già una posizione.
Il caso Baggio: quando la competenza dà fastidio
Nel 2010 l’Italia compie il primo vero passo verso quella crisi che oggi è sotto gli occhi di tutti: esce ai gironi dal Mondiale sudafricano da campione in carica. È un disastro sportivo, e la Federcalcio decide di fare sul serio. Chiama Roberto Baggio, leggenda del gioco, pallone d’oro e icona azzurra. Baggio non è un semplice campione: è un’anima sensibile, oltre che una persona lucida in grado di vedere il calcio come pochi altri. Baggio conosce il sistema dall’interno, ha studiato, accetta e passa mesi a lavorare con tecnici, esperti di formazione e analisti.
Nel 2011 consegna alla FIGC un documento di novecento pagine: un progetto organico che prevedeva una riforma completa dei percorsi di formazione degli allenatori, aggiornati a standard internazionali, con una struttura di scouting centralizzata e tecnologica per il monitoraggio costante dei giovani talenti su tutto il territorio nazionale. Tali profili avrebbero figurato in un database unico nazionale dei calciatori in età di sviluppo.
Lo scopo di questo sistema metodologico era mettere al primo posto la tecnica e la formazione integrale della persona davanti alla tattica e al risultato immediato, con un’attenzione esplicita alla crescita sociale e umana dei giovani calciatori, non solo sportiva. Era, per usare una parola oggi di moda, un “piano sistemico”, basato su analisi comparative con i modelli tedeschi e spagnoli che in quegli anni stavano già raccogliendo i frutti di riforme simili.
La FIGC lo ricevette, lo lesse (?) e non fece nulla. Baggio fu progressivamente emarginato: non ci fu un atto formale di licenziamento, nessun comunicato, nessuna polemica ufficiale. Semplicemente, come accade spesso in Italia, il documento sparì e si decise di optare per la classica tecnica dell’oblio progressivo: non se ne parlò più. Una tattica che funzionò molto bene visto che Baggio, che non è un uomo che ama palchi e microfoni, abbandonò il progetto senza fare troppo rumore.
L’élite che non cede di un millimetro
La storia di Baggio non è un’eccezione: è un archetipo. In Italia, chi elabora soluzioni strutturali a problemi strutturali si scontra con una resistenza che non è ideologica: è di interesse. Le élite che gestiscono il calcio italiano (come quelle che gestiscono molti altri settori) non si oppongono alle riforme in quanto sbagliate, ma perché le ritengono pericolose. Una riforma vera redistribuirebbe potere, risorse, visibilità… e questo non è accettabile.
Gravina, nei minuti dopo l’eliminazione, non si è dimesso. Ha detto che il tennis, il nuoto, l’atletica e lo sci sono sport dilettantistici, e che quindi il confronto non regge. È la reazione di chi, di fronte alla prova che qualcun altro sta facendo meglio, sceglie di squalificare il confronto invece di imparare da esso. Non è mancanza di intelligenza: è un riflesso di conservazione. La stessa conservazione che nel 2011 ha archiviato novecento pagine di proposte concrete perché attuarle avrebbe significato ammettere che il metodo precedente era sbagliato, e quindi che chi lo aveva difeso aveva torto. Il risultato, quindici anni dopo, è un calcio che forma bene i giovani nelle categorie di base, perché lì il sistema delle élite non arriva ancora.
Appena arriva il momento fatidico, lo stesso sistema li sbriciola nell’impatto con le strutture di potere reale. È uno spreco sistematico, non accidentale.
Per nostra fortuna, oggi il calcio è uno dei pochi settori in cui la crisi è visibile a tutti, in diretta, con un punteggio. Tre mondiali di fila non giocati, per chi ne ha vinti quattro, sono un’onta. Negli altri ambiti, dalla ricerca alla scuola, dalla sanità al lavoro, il declino è più lento, meno spettacolare, più facile da negare o da attribuire a fattori esterni.
Nel calcio no: mercoledì sera tutti hanno visto. E la reazione corale di sgomento, così diversa dall’indignazione del 2018 e dall’imbarazzo del 2022, quasi rassegnata stavolta, dice che qualcosa, nel profondo, comincia a essere capito. Il problema è che in Italia chi prova a cambiare le cose in modo serio (e quindi con analisi, con progetti, con la disponibilità a disturbare gli equilibri) viene sistematicamente rimosso, ignorato o reso innocuo. E chi garantisce la continuità dello status quo viene invece premiato, rieletto, riconfermato, fino al momento in cui diventa impossibile ignorare il fallimento.
A quel punto c’è chi si dimette (in pochi, sia ben chiaro), e si ricomincia con nuove facce e con gli stessi problemi… e magari con un altro documento di novecento pagine con le soluzioni nel cassetto. Speriamo che stavolta, almeno per lo sport più popolare del Paese, si riesca a andare oltre questo infelice modello.



