Corot e la natura vista attraverso gli stati d’animo
Il pittore francese Jean Baptiste Corot fu senz’altro uno dei rappresentanti più influenti della cosiddetta scuola di Barbizon, avviata da Théodore Rousseau, artista parigino stufo della pittura accademica. Quest’ultimo aveva deciso di dipingere in modo più libero, osservando la natura dal vivo, e fece da calamita per altri artisti che si trasferirono anch’essi ai margini della celebre foresta di Fontainebleau. Tra questi per l’appunto Corot, che finì per immortalare quei luoghi in tele spesso dominate da alberi imperiosi resi in tutta la loro possanza e vivacità. È il caso della Veduta della foresta di Fontainebleau, dipinta proprio in quegli anni. La sua tavolozza era dominata da marroni e neri oltre che da verdi scuri e argentei e le sue composizioni pittoriche erano rese in modo semplice e conciso, in maniera da accrescere gli effetti poetici dell’immaginazione. Infatti la nota comune in questi artisti fu l’associazione del paesaggio con lo stato d’animo, che non mirava tanto ad idealizzare o elevare l’immagine della natura, quanto a rendere in maniera autentica e sincera uno stato di umiltà e di piccolezza di fronte alle sue infinite e romantiche suggestioni. Corot e gli altri non realizzarono, a differenza degli impressionisti che a loro si ispirarono, le loro opere completamente all’aperto, ma spesso le conclusero nei loro studi. L’osservazione della natura, gli schizzi, le rapide pennellate erano funzionali a cogliere i cambiamenti di luce, le sfumature dei paesaggi, così come esse si presentano, ma filtrate in qualche modo a posteriori dal ricordo e soprattutto dalla sensibilità emotiva di ciascun artista.
I pioppi di Monet
Al contrario gli impressionisti furono sostenitori della pittura en plein air in versione integrale, basti pensare alle celebri tele di Auguste Renoir o di Claude Monet. Quest’ultimo, dopo essere stato stregato dalle ninfee, piante ornamentali che galleggiano nell’acqua rigenerandosi senza sosta ed alle quali dedicò un intero ciclo pittorico, ad un certo punto fu attratto da un altro elemento del paesaggio, che in seguito ripropose e rivisitò innumerevoli volte: i pioppi. Fu così che realizzò una serie di 24 dipinti ed un aneddoto racconta che questi pioppi si trovassero a Limetz, a circa due chilometri dalla sua proprietà di Giverny, e che le piante fossero destinate ad essere abbattute e vendute ad un mercante di legname. L’artista arrivò a pagare una somma considerevole a patto che gli alberi venissero lasciati dove si trovavano, affinché egli potesse terminare di dipingerli. Non era tuttavia la prima volta che il grande artista francese aveva scelto degli alberi come soggetto di un suo quadro, in particolare gli alberi in fiore comparvero sovente nelle sue opere.
Per Van Gogh fu l’albero di gelso
Anche Van Gogh non trascurò affatto il paesaggio e tanto meno gli alberi. Uno dei suoi quadri più famosi è l’albero di gelso, dipinto durante il ricovero presso la casa di cura mentale di Saint Remy, la struttura dove fu relegato a seguito della forte depressione che lo colse dopo la traumatica separazione da Paul Gauguin, con cui aveva convissuto per un breve periodo di nove settimane alla ricerca di nuove vie pittoriche. Nel quadro l’albero è l’indiscusso protagonista, saldo al centro della scena grazie alle radici che si fanno spazio in un terreno roccioso. La ricerca di soluzioni cromatiche innovative raggiunge in quest’opera dei livelli davvero altissimi, comunicando istintivamente un’energia ed una vitalità senza pari. Non solo gelsi però, platani e cipressi fecero spesso capolino nelle opere del grande pittore olandese.
L’albero della vita
Invece l’albero più famoso dell’arte contemporanea è probabilmente l’albero della vita realizzato da Gustav Klimt e ammirabile a Bruxelles presso Palazzo Stoclet, nell’ambito delle decorazioni della celebre residenza privata progettata da Hoffmann. Si tratta di tre pannelli che decorano la sala da pranzo, un maestoso mosaico di pietre dure, coralli e marmi. Al centro un albero d’oro dai mille rami che si intersecano andando a formare figure geometriche somiglianti a nuvole e onde. Sul pannello di sinistra una figura femminile riconducibile ad una danzatrice egizia, su quello di destra un abbraccio passionale, quasi simbiotico, tra un uomo ed una donna. L’albero sembra dunque rappresentare l’imprescindibile trait d’union tra la marcata solitudine inquieta della prima donna ed il calore dei due amanti in una condizione estatica. L’albero della vita dunque, simbolo antichissimo riconosciuto dalle principali culture e religioni del pianeta, sorgente di vita a dispetto della morte, simbolo di rinnovamento e di rinascita, elemento di congiunzione tra la terra e il cielo, tra il mondo luminoso della coscienza e quello oscuro e sotterraneo dell’inconscio.



