Lo scontro tra Serena Bortone e Rosanna Lambertucci a Bar Centrale sarebbe potuto restare l’ennesimo battibecco televisivo. E invece è diventato qualcosa di più: un piccolo ma chiarissimo riassunto del modo in cui il discorso pubblico italiano continua a muoversi intorno ai corpi delle donne. Da una parte c’è chi ricorda che la storia ci ha mostrato cosa significa rinchiuderci dentro il ruolo dell’“angelo del focolare”; dall’altra chi ripropone, con tono rassicurante, l’idea che “la donna nasce madre”, come se la maternità fosse un destino biologico e non un’esperienza, una scelta.
Ad un certo punto, Bortone, ormai esausta, sbotta: “I valori tradizionali sono gli stessi che per secoli hanno negato alle donne lavoro, voto ed eredità. Quante scienziate e filosofe ci siamo perse?”
E non si può darle torto. Ma procediamo con ordine.
La questione
È bastata la puntata di Bar Centrale, sabato pomeriggio su Rai1, per far esplodere un dibattito che ha radici profondissime. Durante il segmento dedicato alle trad wives (ovvero le “mogli tradizionali” diventate virali sui social) Serena Bortone e Rosanna Lambertucci si sono scontrate in diretta. Il nucleo della questione si potrebbe riassumere nella frase: che cosa significa essere donna oggi?
Lambertucci insiste: “La donna nasce madre. La maternità è il vero privilegio femminile.” Bortone risponde: “Sono proprio i valori tradizionali che per secoli hanno impedito alle donne di lavorare e di votare.” E poi, esasperata: “Perché ce l’hai con me oggi?”. Ma chi “ce l’ha” con chi, forse non è importante. Se questo alterco fosse solo un litigio televisivo, non saremmo qui. Invece, questa scena racconta esattamente come il discorso sulle trad wives nasconda tematiche dal forte carico politico. Si rende necessario analizzare la questione in ottica critica e intersezionale, perché il dibattito sulla “moglie tradizionale” sta entrando nel mainstream italiano, a partire dai social, dove una fetta di donne rivendica un ritorno ai ruoli degli anni ’50: grembiule e pantofole, torte fatte in casa, immaginario da propaganda americana.
L’estetica del fenomeno è inoltre curatissima. Se si fermasse al vintage, infatti, sarebbe un trend come un altro. Ma non si ferma lì. Dietro le immagini c’è un messaggio preciso: l’uomo lavora, decide, guadagna. Il Soggetto filosofico di cui parlavano le femministe radicali degli anni ’70 esiste ancora oggi, e come allora, ha bisogno del suo riflesso, quello che Luce Irigaray descrive nel suo libro Speculum. In “Speculum. L’altra donna”, Irigaray mostra che la tradizione filosofica occidentale (da Platone a Freud) ha pensato la donna non come soggetto autonomo, ma come specchio, mancanza, alterità funzionale al soggetto maschile. Questo è visibile anche nella prassi dei ruoli di genere cis-eteronormati: la donna appare solo in quanto serve a confermare, completare o rispecchiare l’uomo. Infine, ciò si traduce nella divisione dei ruoli, genderizzati: la donna accudisce, serve, rende la vita più facile agli altri.
E tutte noi dovremmo chiamare questo: libertà? Molte di queste influencer si dichiarano persino “più femministe delle femministe”, perché (dicono) stanno scegliendo. Prima ancora di problematizzare e chiedersi quanto libera possa essere questa scelta (senza negare che in alcuni casi potrebbe effettivamente esserlo), il punto è un altro. Chiediamoci: come mai così tante giovani donne trovano rassicurante un modello che le riporta nello stesso posto da cui intere generazioni hanno faticato, lottando anche con la vita, a liberarsi?
Cosa significa trad wives
Il trend nasce negli Stati Uniti intorno al 2020, legato a comunità online che spingono esplicitamente per il ritorno a ruoli di sottomissione femminile. Ad avvalorare la tesi che questa estetica sia legata a doppio filo con la politica totalitaria e all’avvento delle nuove destre, il Guardian lo collega direttamente all’universo red pill, che analizzeremo tra poco. In ogni caso, le donne “vere” sono quelle che obbediscono, non cercano indipendenza economica e accettano la gerarchia di genere del Patriarcato come un ordine naturale.
Non a caso, molte delle trad wives più seguite condividono contenuti che vanno ben oltre i biscotti zenzero e cannella: parlano di ruoli ultra-tradizionali, affidano il controllo finanziario al marito, normalizzano l’idea che l’uomo “guida” e la donna “si prende cura”. Il Guardian ha ricostruito la genealogia del trend: parte nel 2013 da un forum chiamato Red Pill Women, legato a ideologie misogine, conservatrici e complottiste. Il Global Network on Extremism and Technology mostra che chi segue questi contenuti tende ad avere visioni anti-scienza, xenofobe e ultrapatriarcali.
Con queste informazioni possiamo dire con certezza che non siamo davanti ad un fenomeno neutro, ma una vera forma di egemonia culturale in senso gramsciano, un soft power patriarcale: un modo gentile, esteticamente impeccabile, di far passare un modello di donna subordinata come “femminile”, “naturale”, “sereno”. Esattamente ciò che Lambertucci tenta di legittimare dicendo che “le donne nascono madri” e che “nei Paesi poveri la maternità è la vera ricchezza”. Una produzione discorsiva che richiama l’idea (usata anche nella retorica coloniale) dell’essere “naturalmente predisposti a un certo destino”.
Cosa lega le trad wives alla manosphere
Perchè il trend funziona proprio adesso
Viene da chiedersi perché questo trend attecchisca proprio ora, nel mezzo di un avanzamento globale delle destre, con derive fasciste e totalitarie sempre più esplicite. Una risposta l’abbiamo sotto gli occhi: viviamo dentro una crisi della cura. Come ricorda Silvia Federici, il capitalismo non ha mai liberato le donne dal lavoro domestico: lo ha semplicemente dato per scontato, chiedendo loro di aggiungere a quella fatica anche il lavoro retribuito. Nancy Fraser parla di una “crisi della riproduzione sociale”, in cui la vita quotidiana non regge più perché il sistema scarica sulle donne tutto ciò che non vuole pagare.
Ciò significa che il lavoro riproduttivo (ovvero tutto ciò che serve per far funzionare la nostra società: crescere i figli, prendersi cura degli anziani, tenere insieme le famiglie, garantire tempo, salute ed energia alle persone) viene lasciato quasi interamente sulle spalle delle donne. E quando lo Stato e il mercato non servono i bisogni della popolazione, quel peso cresce a dismisura, fino al punto in cui la vita quotidiana non sta più in piedi: qualcuno deve pur farlo, e quel “qualcuno” è sempre la stessa metà della popolazione. Quando il sistema scarica tutto questo lavoro sulle donne, accade una cosa molto semplice: anche se lavorano fuori casa quanto gli uomini, continuano a essere considerate le uniche responsabili della cura.
Ed è qui che si smette parlare di estetica e si parla di politica. Perché questo immaginario coincide perfettamente con la narrativa della nuova destra globale: la donna come madre/moglie/figlia, la famiglia come fortezza identitaria, il ritorno ai valori cristiani, la diffidenza verso il progresso sociale, la rassicurazione nell’autorità. In questa stessa retorica scivola anche la politica italiana, se la maternità viene usata come identità o, peggio, come destino biologico.
Il rischio di violenza domestica
È questo che spiega anche l’irritazione di Bortone in diretta. Quando Lambertucci dice che “la donna nasce madre”, non sta semplicemente esprimendo un’opinione: sta riproponendo esattamente lo stesso frame che per secoli ha negato alle donne istruzione, voto e lavoro. Non si tratta di trend, ma della differenza tra scegliere di cucinare una torta e sentirsi dire che quello è il proprio ruolo, altrimenti sono guai.
La parte più inquietante, però, è come questo soft power si sia evoluto, utilizzando forme di egemonia culturale al posto del moralismo esplicito, con un’estetica accogliente, cucine pulite, grembiuli, tazzine. Ma sotto la superficie resta il dato politico più semplice: una donna senza indipendenza economica è più esposta alla violenza. Non è un’opinione, è ciò che mostrano decenni di dati dei centri antiviolenza: dipendenza economica, isolamento domestico e controllo del partner sono tra i principali fattori di rischio per maltrattamenti, coercizioni e femminicidi. E molte narrazioni trad wife (anche quando si presentano come “romantiche”) contengono esattamente questo: normalizzare l’idea che una donna “debba” essere zitta, debba rinunciare alle proprie ambizioni, debba accettare umiliazioni per il bene della famiglia, debba rimanere in quella casa che, messa così, sembra sempre più una gabbia.
Non è difficile capire dove porta un modello del genere: se una donna non ha reddito, non ha rete sociale, non ha autonomia e non ha voce, diventa molto più difficile per lei uscire da una relazione abusante. E quando la dipendenza è totale (economica, emotiva, abitativa) questo dolce modello di “trad” rischia di trasformarsi, nella vita reale, in rinuncia, silenzio, paura e, nei casi peggiori, violenza fisica.
Non abbiamo bisogno di trad wives, ma di parità salariale e lavoro di cura condiviso
E allora oggi, la questione è semplice: non abbiamo bisogno di trad wives: abbiamo bisogno di parità salariale, congedi equi e lavoro di cura condiviso. Perché il punto non è giudicare chi vuole stare a casa (nessuna libertà individuale va toccata!) ma capire chi guadagna quando un immaginario del genere diventa virale. E qui entrano alcuni concetti che in Italia fanno ancora paura a dirli ad alta voce.
Il soffitto di cristallo è quella barriera invisibile che impedisce alle donne di avanzare quanto gli uomini, anche quando sono più qualificate: vedi il traguardo, ma non ci arrivi, perché la società decide che sei “inadatta” alla leadership, o “distratta” dalla maternità, o “meno stabile”. Marilyn Loden coniò l’espressione nel 1978 in un intervento alla Women’s Exposition, usando la metafora di una barriera invisibile che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni di vertice. Anni dopo, Alice Eagly & Linda Carli lo riaggiornano, con una versione più strutturata: in un articolo del 2007 “Women and the labyrinth of leadership” presentano la metafora del labirinto. Questo perché sostituisce l’idea di un “tetto” unico con un percorso complesso, tortuoso, pieno di ostacoli variabili e multidirezionali per le donne. E intanto l’Italia continua a registrare uno dei peggiori gender gap occupazionali d’Europa.
Ovvero: meno donne lavorano, chi lavora è pagata meno, quasi tutte fanno contratti precari e part-time non perché “lo scelgono”, ma perché la cura dei figli e degli anziani ricade sempre e solo su di loro. E allora torniamo al nodo politico: se rendi virale un modello che dice alle giovani donne che la realizzazione sta nel rinunciare al lavoro, stai normalizzando un arretramento che ha conseguenze reali. Meno lavoro significa meno soldi. Meno soldi significa meno libertà. Meno libertà significa più esposizione alla violenza economica, psicologica e fisica. È un’equazione semplice.
Il femminismo ha sempre combattuto per moltiplicare le possibilità, non per ridurle. Il trend delle trad wives non è innocente, perchè fa proprio l’opposto: trasforma una scelta in una morale, usa l’estetica per strutturare un ruolo, e in un ruolo inserisce una gerarchia. Attenzione, la storia ci ha mostrato che quella gerarchia non resta mai chiusa in cucina: è sempre, inevitabilmente, un fatto politico. E allora diciamolo senza giri di parole: non ci serve un ritorno alle “mogli perfette” degli anni ’50: ci serve smettere di romanticizzare quel passato che ci vedeva schiave, abusate, povere. Perchè piuttosto non iniziare, finalmente, a costruire un presente in cui le donne non debbano più scegliere tra libertà e sopravvivenza?



