L’Europa è stretta nella morsa di un’ondata di calore senza precedenti, alimentata da una devastante “cupola di calore” che sta paralizzando il continente e ridefinendo i record meteorologici. In Francia si è registrata la giornata più calda da quasi 80 anni (con una media di 29,8 °C) ed è subito emergenza: in meno di una settimana ben 42 persone hanno perso la vita per annegamento.
La Spagna ha toccato i 45 °C, la Germania si prepara a infrangere i record storici di giugno con 40 °C e persino il Regno Unito è in ginocchio, tanto da spingere il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, a pronunciare una frase emblematica all’apertura della London Climate Action Week: “Londra sta cuocendo”.
La crisi della sanità: situazione in Italia
In Italia la situazione non è meno drammatica. Il bollettino del ministero della Salute si aggrava con ben 16 città da “bollino rosso” (tra cui Roma, Milano, Firenze, Torino, Bologna e Bari) e picchi di 41 °C tra Toscana ed Emilia, mentre in Liguria l’afa opprimente farà percepire fino a 45 °C. Nelle ultime ore si contano già otto morti per sospetti malori legati al clima. La pressione sulle infrastrutture energetiche sta provocando blackout a macchia di leopardo da Milano (con intere centrali in tilt e migliaia di utenze disconnesse) a Torino, dove Federalberghi denuncia danni incalcolabili e una situazione insostenibile per la sicurezza e l’accoglienza.
È una vera emergenza sanitaria. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), negli ultimi quattro anni il caldo in Europa ha causato oltre 200 mila decessi. In questa crisi, l’esposizione prolungata alle alte temperature agisce come un moltiplicatore di disuguaglianze, colpendo in particolar modo chi lavora. Secondo un’analisi basata sulle previsioni del progetto Worklimate e sui dati occupazionali ISTAT, diffusa da Greenpeace e Cgil, sono ben 1,5 milioni i lavoratori e le lavoratrici in Italia esposti a un rischio termico severo, pari al 18% della forza lavoro totale nelle aree metropolitane esaminate.
Caldo estremo: il monitoraggio nella Capitale
Per comprendere la gravità dello stress termico sui corpi di chi lavora, Greenpeace e Cgil hanno condotto un monitoraggio nei luoghi di lavoro di Roma utilizzando una termocamera a infrarossi, in grado di rilevare la temperatura reale delle superfici. Sebbene non si tratti della temperatura dell’aria, i dati documentano microclimi insostenibili che amplificano l’esposizione al calore di chi opera all’aperto per molte ore.
Le misurazioni nella Capitale hanno registrato valori impressionanti. Nella zona della Stazione di Roma Termini, un’area costantemente battuta dai rider e dai lavoratori delle consegne, sono stati riscontrati picchi superiori agli 80 °C di temperatura superficiale sull’asfalto e sui mezzi. La situazione è altrettanto critica nei cantieri edili: in un cantiere nei pressi di Piazza Bologna e in un altro vicino all’Università La Sapienza, gli operai si trovavano al lavoro nelle ore centrali della giornata con superfici bollenti che oscillavano tra i 60 °C e i 100 °C. Queste piastre radianti surriscaldano l’aria circostante, aumentando drasticamente il rischio di colpi di calore e svenimenti.
I lavoratori più esposti: dove si rischia di più
La distribuzione del rischio sul territorio nazionale ricalca la densità produttiva delle principali province e aree metropolitane. Roma si colloca al vertice dell’emergenza per numero assoluto di addetti esposti, seguita dai grandi poli industriali e logistici del Nord e del Sud.
Le città più esposte:
- Roma con 427 mila lavoratori potenzialmente esposti (il 25% del totale della forza lavoro della Città metropolitana);
- Milano con 347 mila lavoratori esposti (il 14% del totale provinciale, in una città già colpita dai blackout elettrici);
- Napoli con 133 mila lavoratori esposti (il 19% del totale).
I comparti lavorativi maggiormente penalizzati dalle dinamiche ambientali e dalla mancanza di tutele strutturali sono:
- edilizia con 603 mila lavoratori esposti (cantieri stradali, costruzioni, carpenteria);
- logistica e trasporti con 537 mila lavoratori (autotrasporto merci, magazzinaggio, servizi di spedizione e rider);
- servizi ambientali con 292 mila lavoratori (manutenzione del verde pubblico e privato, servizi per edifici).
L’esposizione a queste condizioni non compromette solo la salute fisica, ma altera la lucidità mentale, provocando un aumento immediato del rischio di incidenti e infortuni sul lavoro.
Il futuro del lavoro nella crisi climatica
L’evidenza scientifica e la cronaca di questi giorni dimostrano che il riscaldamento globale non è più un fenomeno episodico. “Nei prossimi dieci anni il lavoro estivo in Italia subirà trasformazioni sempre più rilevanti. Il progressivo aumento dell’esposizione dei lavoratori al caldo rappresenta una condizione ormai strutturale”, spiega Marco Morabito, ricercatore del CNR-IBE e responsabile scientifico del progetto Worklimate insieme ai referenti INAIL. Ignorare questa transizione significa condannare la forza lavoro a condizioni insostenibili.
“L’aumento degli infortuni e delle morti sul lavoro durante le giornate più calde conferma infatti che le alte temperature rappresentano un importante fattore di rischio”, incalza Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil. Il sindacato evidenzia come le ordinanze regionali abbiano finora cercato di colmare l’inerzia del Governo centrale. Anche il recente rifinanziamento della cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) per il meteo avverso rappresenta un passo avanti, ma viene giudicato tardivo e del tutto insufficiente sul piano economico. È urgente riorganizzare i turni, ridurre i ritmi produttivi nelle ore centrali e potenziare i controlli ispettivi.
Mentre le grandi aziende del settore fossile continuano a registrare profitti record accumulando miliardi grazie a petrolio e gas, gli impatti ecologici colpiscono i diritti e la salute di chi ha meno responsabilità nel riscaldamento planetario. Greenpeace e Cgil chiedono interventi immediati come l’estensione delle tutele contro il caldo a tutte le categorie escluse dalle attuali ordinanze, una transizione energetica rapida con un piano di uscita dal gas entro il 2035 e la tassazione degli extraprofitti fossili per finanziare i piani di adattamento dei luoghi di lavoro.
Se l’Europa e l’Italia stanno “cuocendo”, chi ha alimentato il fuoco deve pagare il prezzo della messa in sicurezza delle persone.



