La morte di Abderrahim Fakir non è un semplice fatto di cronaca nera. A ucciderlo sono stati dei poliziotti, a non intervenire i soccorritori del 118. La scena, ripresa in un video. Il video è spaventoso, è un film horror che non abbiamo chiesto di vedere, ma che siamo obbligati a osservare per conoscere la verità. Abderrahim Fakir è a terra, a faccia in giù. Un poliziotto sta sulla schiena, un altro sulle gambe e poi c’è un civile che lo tiene fermo per le caviglie. L’uomo grida e chiede aiuto per oltre due minuti e, alla fine, muore.
Succede a 25 anni dai fatti del G8 e la memoria è tornata a galla più dolorosa che in altri anniversari. Il filo che unisce i due eventi, e tutti gli altri casi simili, è la normalizzazione della violenza delle forze dell’ordine in contesti di gestione. Ma anche l’incapacità della politica di leggere il desiderio di protesta che muove dal basso. Così nelle strade di Genova, così tra le fiamme di Bologna.
Cosa è successo?
È domenica, intorno a mezzogiorno. Alcuni condomini dei palazzi all’incrocio tra via Italo Svevo e via Alfredo Panzini chiamano per segnalare una persona “in escandescenza”.
Nella nota diffusa dalla Questura di Bologna si legge che:
Gli agenti, per contenere il soggetto, erano stati aiutati da altri cittadini, anche a seguito del danneggiamento di un’auto.
All’arrivo sul posto, intorno alle 12:15, gli agenti hanno chiamato il 118 e circa un quarto d’ora dopo è arrivata un’ambulanza della Croce Rossa. Sappiamo che gli agenti hanno spruzzato dello spray urticante direttamente in bocca ad Abderrahim Fakir. Poi lo avrebbero immobilizzato con l’obiettivo di sedarlo, perché il personale del 118 chiedeva di avere una persona calma per poter intervenire.
Da qui partono i fatti del video. Gli agenti sono sopra Fakir, insieme a un altro civile, mentre i soccorritori si trovano intorno alla scena.
Oggi a #Bologna #AbderrahimFakir è morto dopo una colluttazione con agenti della Polizia. Ho visto e rivisto il video: rabbia e impotenza. Indipendentemente dai suoi trascorsi, è inaccettabile morire così. Resta il suo grido: «Aiuto, basta, basta!». La vita è sacra. pic.twitter.com/Xu0lythrHb
— Pietro Bartolo (@bartolopietro1) July 19, 2026
Dopo minuti di grida di aiuto, con gli agenti che lo colpiscono con dei cazzotti, Abderrahim Fakir smette di muoversi. Gli agenti gli bloccano polsi e caviglie e solo dopo aver fatto questo si accorgono che l’uomo non sta reagendo. Gli danno dei colpi sulla guancia, ma non ottengono risposta. Solo allora un primo soccorritore si avvicina, il corpo di Fakir viene girato su un fianco e si capisce che non è più in vita.
Non ci sono conferme ufficiali sullo stato di salute di Abderrahim Fakir, qualcuno ha detto che fosse cardiopatico e che soffrisse d’asma (la tecnica usata dagli agenti può provocare proprio l’arresto cardiaco e il soffocamento, per questo è considerata molto pericolosa) e sarà un’autopsia a confermare come è morto.
Ma la questione non è neanche questa, bensì il modo in cui gli agenti hanno reagito a un uomo che stava chiedendo aiuto e che gridava basta. Non dovrebbero forse essere addestrati a contenere soggetti, ipoteticamente anche con malattie croniche e altri elementi di fragilità, senza causarne la morte?
La sorella di Abderrahim Fakir ha accusato la polizia di aver ammazzato il fratello e ha sottolineato un aspetto che diamo per scontato, ma a quanto pare non è così:
Se uno è agitato, lo devi calmare, non ammazzarlo sotto il sole.
La richiesta di giustizia
La Procura di Bologna ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e dentro non ci sono soltanto i due agenti che hanno tenuto fermo Fakir, ma anche i quattro operatori sanitari presenti e che non hanno mosso un muscolo. Non sono formalmente indagati, però, perché è stata applicata la norma prevista nel Decreto Sicurezza, quella che permette di non iscrivere una persona nel registro degli indagati quando “appare evidente che ha compiuto il fatto su cui si sta indagando in presenza di una causa di giustificazione”. Saranno invece annotati nel Modello 45-bis, previsto per chi sembra aver agito legittimamente.
Il governo è stato accusato di aver introdotto uno scudo penale per gli agenti e questo è il primo caso noto in cui viene applicato.
Anche l’Azienda sanitaria di Bologna ha aperto un’inchiesta interna per ricostruire lo svolgimento dell’intervento dell’ambulanza. Sappiamo così che l’ambulanza è stata inviata alle 12:17 ed è arrivata sul posto alle 12:30. Alle 12:36 i soccorritori hanno contattato la centrale per un consulto medico e hanno chiesto l’invio di un’automedica, che è arrivata alle 12:53 per constatare il decesso.
Non un caso isolato
C’è chi grida all’omicidio di Stato e al razzismo. Sono diversi gli episodi avvenuti in Italia che ricordano la morte di Abderrahim Fakir. C’è Riccardo Magherini nel 2014, Igor Squeo nel 2022, Federico Aldrovandi nel 2005 e diversi altri. Forse il caso più celebre è però quello di George Floyd, ucciso il 25 maggio 2020 in Minnesota, negli Stati Uniti.
La morte di Abderrahim Fakir sarà raccontata in molti modi. Dalle piazze, che si sono accese fino agli scontri con la polizia, alla nipote dell’uomo che ha chiesto di non farne un caso politico perché quella era una vita.
Si chiede oggi di non farne neanche un utilizzo propagandistico, cosa che purtroppo è già stata sdoganata. E c’è chi ha deciso di farne già memoria, perché la morte di Fakir arriva proprio durante le giornate in cui si ricordano i 25 anni dalle violenze del G8 di Genova. E quando si vede un uomo chiedere aiuto ed essere costretto a terra per minuti, fino a morire, tornano in mente le parole di Amnesty International sui fatti del G8, ovvero “la più grave sospensione dei diritti umani della storia recente”.
Ma anche di come le pratiche della polizia siano sfociate, e continuino a farlo anche in casi come quello di Abderrahim Fakir, in violenze, torture e abusi. A 25 anni dai fatti di Genova gli agenti hanno degli strumenti, come il protocollo per la gestione delle persone non collaborative. Il video della morte di Abderrahim Fakir sembra raccontarci che non siano state seguite queste indicazioni.
E allora, a 25 anni dai fatti del G8 di Genova, cosa ci resta?



