Paola Cortellesi Biancaneve
Paola Cortellesi Biancaneve

Cortellesi, crisi di nervi negli ambienti di destra

Anatema! Paola Cortellesi, un’artista, per giunta donna, per giunta chiamata ad inaugurare l’anno accademico, accenna – all’interno di un discorso indirizzato a giovani donne e uomini in formazione – al fatto che le fiabe sono piene di luoghi comuni maschilisti e contribuiscono a costruire un sistema culturale patriarcale.

Crisi di nervi negli ambienti di destra: Matteo Salvini si infila una maglietta con la faccia di Biancaneve e corre in Baviera a scattarsi un selfie; Simone Pillon indignato dal fatto che in un luogo deputato alla cultura addirittura ci si metta a parlare delle favole[1], dichiara che Cortellesi è una strega e che ha pure le prove, perché si ricorda di averla vista in tivvù vestita da Befana.

Ma perché mettere in discussione l’immaginario fiabesco risulta così indigesto? Addirittura più indigesto e sconveniente del messaggio di “C’è ancora domani”, un film che affronta dichiaratamente il tema della condizione della donna?

Forse perché – diversamente da quando si racconta e si critica un certo periodo storico o un fatto di cronaca, sottolineandone gli aspetti ingiusti e discriminatori – quando si prende di mira una certa prassi culturale, alla quale tutt@ abbiamo preso parte, ci sentiamo messi tutt@ sotto accusa.

Nessun@ di noi ha partecipato all’Inquisizione spagnola

In effetti, nessun@ di noi ha partecipato all’Inquisizione spagnola o al genocidio dei nativi d’America, e quasi nessun@ ha combattuto di recente sul fronte russo-ucraino o partecipato ad una rissa in discoteca. Quasi tutt@, invece, abbiamo ascoltato o raccontato una fiaba, oppure assistito o portato qualcun altro – figli, nipoti – ad assistere alla rappresentazione di una fiaba.

Eppure, così come è lecito, ed anzi giusto, affermare che non vogliamo tramandare alle prossime generazioni una società razzista o basata sullo sfruttamento delle classi più povere o sulla discriminazione delle donne, è altrettanto lecito mettere in discussione una determinata offerta culturale che magari legittima proprio quel tipo di società. Fino a suggerire che è sbagliato, o quanto meno inopportuno, somministrare una certa opera letteraria che esprime valori palesemente patriarcali a chi – come le bambine ed i bambini – non ha ancora sviluppato un adeguato senso critico e non è in grado di storicizzarla.

Quando Cortellesi – che orgogliosamente rivendica di essere una racconta-storie – ci chiede di fare attenzione a quali storie raccontiamo, specie ai più giovani, non fa nulla di molto diverso (se non per il fatto che riesce anche a farci sorridere) da una qualunque piattaforma streaming on demand che ci suggerisce di attivare il parental control.

Gli stereotipi ampiamente superati

Una cultura diffusa della parità di genere e delle pari opportunità si costruisce anche attraverso la ridiscussione di narrazioni e tradizioni che ci possono sembrare innocue e scontate, ma a ben vedere si fondano su stereotipi sbagliati o ampiamente superati.

Detto questo – se volessimo rendere onore alle poche battute di Cortellesi sulle fiabe, facendone lo spunto per una riflessione più ampia – potremmo osservare che la critica svolta nei confronti di questo genere sottintende una nozione (quella di fiaba) che in realtà, nel linguaggio comune, ricomprende varie forme narrative.

Quando viene satireggiata la Biancaneve-colf dei Sette Nani, parliamo della versione ottocentesca firmata dai Fratelli Grimm, della rivisitazione cinematografica prodotta da Walt Disney nel 1937 o di una qualsiasi altra semplificazione del racconto, di quelle da libro cartonato per bambini?

E la strega cattiva?

Perché, se si trattasse proprio dell’originale letterario del 1812, altro che sconsigliarne la diffusione: nel finale la strega cattiva (che non è la seconda moglie del Re, ma proprio la madre di Biancaneve) finisce torturata , costretta a ballare con i piedi rinchiusi dentro scarpe di ferro rovente fino alla morte. Una roba che ‘Saw l’Enigmista’ al confronto pare Peppa Pig.

Dunque, frutto del patriarcato e di una società oppressiva e violenta la Biancaneve dei Grimm, dove la morale sembra per lo più essere diretta a chi non voleva adeguarsi al ruolo di buona mamma. Frutto del patriarcato la Biancaneve disneyana del ’37 che, con sfumature un po’ meno orrorifiche, ci consegna comunque modelli femminili incentrati sull’idea della bellezza esteriore, sulla dicotomia malizia/ingenuità, buoni o cattivi a seconda di quanto pratichino le virtù casalinghe e siano propensi ad accudire figlie, figliastre o “figli adottivi”.

Paradossalmente, però, le fiabe – come i miti e tutti gli altri generi che nascono da una tradizione orale – si prestano molto più di altre forme d’arte a cambiare e ad evolversi insieme alla società, e potrebbero indicarci una strada per evitare i tranelli in cui si può cadere quando ci troviamo ad affrontare la questione della cosiddetta cancel culture.

Persino i Fratelli Grimm

Se persino i Fratelli Grimm, nelle ultime versioni del racconto, trasformano la punizione della matrigna in un esilio piuttosto che nella morte, niente ci vieta di provare a rielaborare anche noi questa storia. Ad esempio immaginando che i Sette Nani che, una volta fatta conoscenza con la nuova arrivata, se la portino in miniera a scavare, lasciando Brontolo a sbrigare le faccende di casa.

Ogni prodotto culturale porta i segni della sua epoca, e dunque quasi sempre porta i segni inequivocabili del patriarcato: un buon narratore – così come una buona racconta-storie – sarà però capace di aggiungere alla sua opera anche i semi di una rielaborazione pronta a superare gli stereotipi.

William Shakespeare – in un’opera che è evidentemente il frutto di una società maschilista e razzista come “Il mercante di Venezia” – ci regala la figura di Porzia che, travestita da uomo (il pegno che l’autore riconosce alla società patriarcale dell’epoca) salva l’amato Antonio, dimostrando intelligenza e astuzia superiore a quella dei maschi che la circondano, e capovolgendo il luogo comune per cui è l’uomo a salvare la donna dai pericoli.

Tutto sommato, possiamo provarci anche noi, e – proprio come suggeriva Cortellesi a studentesse e studenti universitar@ – essere protagonisti delle nostre vite e dei nostri racconti. Per riscrivere le fiabe e per costruire un futuro migliore per la specie umana su questo pianeta, basta avere una buona immaginazione.

[1] Questa è vera: https://twitter.com/SimoPillon/status/1745700612916822523

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui