Lunedì 1° giugno 2026, solo un giorno prima della festa della Repubblica italiana “fondata sul lavoro”, quattro braccianti sono stati bruciati vivi dai loro connazionali nel Cosenzese. Non un incidente, ma un episodio che si consuma dentro il mondo del lavoro agricolo tra sfruttamento, isolamento, ricatto e assenza di diritti.
In Italia c’è una legge per il contrasto al caporalato, che viene ritenuta persino all’avanguardia in tutta Europa. La verità però è che resta nella maggior parte dei casi inapplicata. Quello che è avvenuto ad Amendolara è l’ultima traccia di una scia di sangue che sporca i campi di frutta e verdura. La criminalità organizzata continua a sfruttare i lavoratori. La poca prevenzione non ha dato i risultati sperati, mentre ha funzionato meglio il lato repressivo della legge, con l’aumento di pene e l’introduzione della responsabilità per il caporale e il datore di lavoro. Ma esattamente come per altri fenomeni della nostra società, come per esempio i femminicidi, non agire sulla prevenzione vuol dire arrivare a cose già fatte, a diritti già negati e corpi già carbonizzati.
Il caporalato ha sempre più potere
I quattro braccianti bruciati vivi sono stati puniti per essersi ribellati al sistema che li sfruttava. Il presidente della Fondazione Placido Rizzotto, un ente di ricerca della Flai Cgil che monitora il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura, ha commentato la strage in Calabria.
Jean René Bilongo ha raccontato che ci sono molti altri episodi violenti, come uccisioni di braccianti e roghi nelle campagne italiane:
Negli ultimi anni lo sfruttamento si sta manifestando nelle sue forme più estreme, ma è l’apice di un fenomeno che è radicato nell’economia agricola italiana.
Il racconto dell’unico superstite
Taj Mohammad Alamyar, migrante afghano di 35 anni, è l’unico superstite della strage. Dolorante e con parti del corpo ustionate come le braccia, la spalla e la schiena, ha raccontato cos’è accaduto. Intervistato da Repubblica ha detto che in quell’auto sono morti quattro amici, con i quali condivideva lavoro e casa.
Quando gli chiedono chi li ha uccisi e perché, Taj fa i nomi dei due caporali pakistani che ha visto sempre con armi alla mano. Sul motivo della strage racconta: “Abbiamo discusso, l’altra mattina, abbiamo proprio litigato. Non volevano pagarci, dallo scorso 20 aprile non vediamo soldi”. Uno stipendio che, secondo i due pakistani, non era loro dovuto perché avevano già alloggio e cibo gratuito.
Taj non si limita però a raccontare la propria esperienza, ma descrive una mafia pakistana presente sulla costa calabrese. Sui due pakistani, fermati dalle forze dell’ordine, dice che sono due trafficanti di droga che prendono ordini da un altro pakistano, che gira sempre armato e vende eroina con degli italiani. Parla proprio di un sistema di collaborazione tra mafia pakistana e mafia italiana.
Agromafie e caporalato: un rapporto stretto
L’osservatorio che pubblica ogni anno il Rapporto agromafie e caporalato racconta come è avvenuta la saldatura tra le due mafie. Jean René Bilongo spiega infatti che alcuni migranti, che un tempo erano impegnati nelle campagne, si sono posti nel ruolo di lucrare sul bisogno di connazionali o di altri lavoratori e “creano organizzazioni strutturate di caporalato, attività di crimine organizzato che hanno le sembianze e le strutture dei clan di stampo mafioso”.
Su Il Manifesto spiega che in un territorio come la Calabria tutto ciò non può avvenire senza la benedizione dei potentati locali.
E il governo cosa fa?
Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida, dopo la strage, ha rivendicato la lotta del governo al caporalato e l’aumento dei flussi di lavoratori stagionali regolari. Jean René Bilongo risponde che “non sa di cosa parla”.
E spiega:
L’esecutivo continua a propinare la questione dei flussi che non c’entra niente con il caporalato. I flussi di manodopera sono un grosso bluff. Una volta che arrivano queste persone sono abbandonate ai caporali.
Le politiche del governo sono quindi insufficienti perché, continua nella spiegazione, la legge richiede allo straniero che arriva di avere un alloggio in Italia con determinati requisiti. Lo Stato impone a questi lavoratori adempimenti “assurdi” che creano le condizioni per poi finire in schiavitù.
È questo il motivo per il quale finiscono nelle baracche, isolati, con una paga decurtata per l’affitto e spesso sotto ricatto. In molti non conoscono l’italiano e vengono spinti a firmare dei fogli di cui non conoscono i dettagli con comunicazioni fasulle, nomi di ditte e indirizzi inventati che promettono il permesso di soggiorno.
Jean René Bilongo si domanda quindi dove siano gli ispettori promessi dalla ministra del Lavoro, quali siano gli strumenti reali applicati per sconfiggere il caporalato. Ci sono state nel tempo delle sperimentazioni, messe in campo anche in Calabria, che hanno avuto successo. Bilongo ricorda i posti di blocco e il sequestro dei furgoni dei caporali, ma oggi il piano per la lotta al caporalato va rivisto e soprattutto potenziato.
Il fallimento dello Stato
Il problema, come porta a galla la strage in Calabria, è che si punterà ancora una volta a grandi dichiarazioni e a passerelle per i giornali, ma nella realtà difficilmente si otterranno delle risposte o un cambiamento.
Quanto accaduto in Calabria è il fallimento dello Stato, l’ultima goccia in ordine cronologico, ma non l’episodio che cambierà la lotta al caporalato.
Per la Flaica-Cub raccontare il caporalato come “colpa del singolo cattivo” toglie la responsabilità a chi ha il potere economico e politico. Viene puntato il dito contro le grandi imprese, i committenti e le istituzioni che promettono controlli, legalità e contrasto allo sfruttamento, ma che nelle campagne non scendono e non vedono il meccanismo che resta praticamente intatto.
La colpa, prosegue la Confederazione Unitaria di Base, è anche delle grandi distribuzioni organizzate e dei grandi marchi dell’agroalimentare. Questi dettano tempi di consegna, prezzi di acquisto, standard promozionali e margini sempre più stretti, e scaricano il ribasso sul prodotto e sui lavoratori.
Così, prosegue la nota, il caporale sul campo diventa l’ultimo esecutore visibile di pressioni economiche decise molto prima.
Dove lo Stato arretra il lavoro viene lasciato senza protezione, le agromafie trovano spazio. Entrano nei trasporti, negli alloggi, nel reclutamento, nelle campagne, nei passaggi opachi della filiera.
Per questo, denunciano, parlare di caporalato senza colpire il modello economico che lo alimenta significa fermarsi alla superficie. Servirebbero controlli continui di tutta la catena agroalimentare, trasporti e alloggi sicuri, contratti regolari, salari adeguati e protezione per chi denuncia o si ribella, come non è accaduto ai quattro braccianti bruciati vivi.



