Un recente sviluppo giudiziario a Napoli ha scoperchiato una fitta rete di corruzione e false assunzioni ai danni di lavoratori migranti, costretti a pagare cifre intorno ai 10mila euro per ottenere un visto di lavoro in Italia attraverso il decreto flussi. L’inchiesta apre lo sguardo su un disastro strutturale e normativo molto più ampio: i dati nazionali e i report territoriali del biennio 2024-2025 confermano che il meccanismo del decreto flussi e dei famigerati “click day” non solo non risponde alle esigenze del mercato economico, ma genera sistematicamente irregolarità e nuova marginalizzazione.
Il meccanismo è semplice: aziende prestanome, colpevoli o a loro insaputa, fanno richiesta tramite CAF ed intermediari di lavoratori stranieri da inserire in azienda. Il migrante, dopo aver sborsato decine di migliaia di euro, una volta sbarcato a Fiumicino non viene assunto come promesso, senza che vi sia nessuna conseguenza per chi aveva garantito l’ingresso in Italia.
Il caso Napoli: la denuncia della CGIL contro il sistema dei click day
L’arresto di un dipendente dell’Ispettorato del Lavoro di Napoli, accusato di essere a capo di un’organizzazione dedita al rilascio di documentazioni false a cittadini immigrati nella provincia, rappresenta la punta dell’iceberg di un sistema profondamente distorto.
La CGIL Napoli e Campania ha commentato la vicenda ricordando come il sindacato denunci da mesi una situazione che penalizza migliaia di lavoratori. Secondo il sindacato, che ha richiesto un tavolo inter-istituzionale alla Prefettura di Napoli, l’azione della magistratura è fondamentale ma non esaustiva.
È urgente individuare una forma di regolarizzazione per le vittime di questo meccanismo, per evitare che lo stallo amministrativo si traduca nella perdita automatica della legalità e del soggiorno sul territorio.
Meno del 10% delle quote si traduce in un contratto
Le analisi del Centro Studi e Ricerche IDOS e i dati pubblicati da Quotidianopiù certificano uno scollegamento macroscopico tra gli ingressi promessi dalla programmazione governativa e i documenti effettivamente rilasciati. A livello nazionale, solo una quota compresa tra l’8% e il 17% delle domande si concretizza in un vero rapporto di lavoro sussistente.
I dati:
- flussi 2023-2024 – su quasi 120.000 quote assegnate nel 2024, le pratiche giunte a compimento con un impiego reale si sono fermate a un misero 7,5%-7,8%. La stragrande maggioranza dei nulla osta emessi non si è mai trasformata in un visto consolare;
- flussi 2025 – a fronte di 181.450 quote pianificate, le istanze andate a buon fine rappresentano meno dell’8% complessivo. In media, appena 8 lavoratori su 100 completano l’iter previsto.
Le cause di questo fallimento cronico risiedono nelle lungaggini burocratiche tra i consolati all’estero e le prefetture, nella frequente sparizione o irreperibilità dei datori di lavoro al momento dell’arrivo del migrante e, infine, nelle frodi strutturali in cui intermediari senza scrupoli utilizzano i canali regolari per alimentar il lavoro sommerso e il racket del lavoro fittizio.
La lotteria amministrativa: il collasso del Lazio e il blocco di Roma
Se il quadro italiano appare critico, il territorio laziale mette in luce anomalie inspiegabili, definite dagli analisti come una vera e propria “lotteria amministrativa”. Nel 2024, le cinque prefetture del Lazio (Roma, Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo) sono state travolte da circa 70.000 domande.
Nella capitale, la Prefettura ha gestito oltre 33.000 istanze, ma i permessi di soggiorno effettivamente rilasciati dalla Questura sono stati appena 85, ossia meno del 2% delle quote destinate alla provincia. Un dato misero se confrontato a realtà come Milano che, con una mole di lavoro analoga nello stesso anno, ha finalizzato 940 permessi (undici volte il risultato romano).
La situazione è peggiorata nel corso del 2025, anno in cui l’efficacia della procedura a Roma è scesa allo 0,8% e le istanze rigettate nella regione sono quasi quadruplicate a causa della saturazione degli uffici. A Frosinone, considerata tra i settori meno efficienti della penisola, si sono registrati solo 86 permessi evasi su 8.000 domande.
Questo enorme imbuto burocratico ha una conseguenza perversa:
poiché i controlli sui datori di lavoro avvengono solo ex post (a distanza di anni), i ritardi della pubblica amministrazione e le inadempienze contrattuali dei privati ricadono interamente sul lavoratore straniero, esponendo alla precarietà anche chi risiede e lavora regolarmente in Italia da anni.
L’inerzia strutturale degli uffici è stata accertata in via definitiva anche a livello giudiziario dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 1596 del 24 febbraio 2025, relativa ai ritardi ultra-quadriennali nelle sanatorie avviate nel 2020. Nelle memorie difensive dell’amministrazione emerge la cronica paralisi operativa nelle fasi di convocazione per la firma dei contratti di soggiorno: nel 2021 è stato confermato solo il 39% dei nulla osta rilasciati, percentuale crollata al 7,7% nel 2022 e all’8,9% nel 2023.
L’inferno di via Patini a Tor Sapienza
Le inefficienze della macchina istituzionale e le storture del decreto flussi non restano confinate all’interno dei faldoni prefettizi, ma si scaricano drammaticamente sulla gestione dell’ordine pubblico e della dignità umana. I recenti reportage di RomaToday svelano le condizioni disumane in cui versano oltre duecento persone accampate giorno e notte sul marciapiede di via Teofilo Patini, all’esterno dell’ufficio immigrazione della Questura di Roma.
Tra i richiedenti asilo e i lavoratori in attesa di rinnovare il titolo di soggiorno scaduto, la permanenza in strada può protrarsi fino a 14 giorni consecutivi all’interno di tende di fortuna, montate sui marciapiedi per non perdere il proprio turno. In questo scenario, la totale assenza di servizi igienici, di fontane per l’acqua potabile o di ripari dal freddo riduce l’attesa a una vera e propria prova di sopravvivenza.
La mancanza di una gestione organizzata e trasparente delle file ha generato un sistema parallelo di abusi e micro-racket:
i testimoni denunciano la presenza di pulmini che arrivano alle prime luci del mattino, i cui occupanti scalzano con la forza e le minacce chi attende da giorni sui cartoni, modificando arbitrariamente l’ordine numerico della fila e costringendo i più deboli a slittare indietro di decine di posizioni pur di evitare risse.
Tra le storie raccolte in via Patini emerge il paradosso di chi, proprio a causa dei tempi biblici necessari a ottenere il rinnovo del documento, rischia concretamente di perdere l’impiego regolare. È il caso di A., un pizzaiolo di 23 anni residente in Italia da tre anni, costretto a saltare i turni di lavoro per presidiare il proprio posto sul marciapiede: “Il capo mi chiama ogni giorno per chiedermi dove sono e io gli rispondo che sono ancora qui che aspetto di ritirare i documenti. Senza non posso essere messo in regola”.
La Questura di Roma, interpellata per fornire chiarimenti in merito alla sicurezza e alla logistica di via Patini, non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale. L’assenza di risposte istituzionali conferma l’esistenza di una filiera spezzata, dove l’incapacità burocratica di gestire i flussi migratori e i rinnovi ordinari si traduce in degrado urbano, vulnerabilità sociale e nella sistematica negazione dei diritti fondamentali.



