Gli occhi più attenti avranno ormai ben chiaro che la guerra ha un rapporto piuttosto stretto con il mercato dell’energia. Per queste persone, quando si parla di guerra con l’Iran, non si pensa subito ai missili, alle basi militari, e nemmeno agli equilibri nel Medio Oriente. Nei suoi effetti più concreti, il sempre più allargato conflitto nel Golfo Persico sta mettendo sotto pressione il sistema energetico mondiale.
Lo Stretto di Hormuz (il passaggio marittimo tra Iran e penisola arabica) è uno dei nodi più delicati del commercio globale: da lì transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di petrolio, quasi un quinto dei consumi mondiali — e, negli ultimi giorni, molte compagnie di navigazione hanno rallentato o sospeso i passaggi. Alcune assicurazioni marittime hanno ritirato o rincarato le coperture di guerra, perchè trasportare petrolio e gas diventa più rischioso e quindi più caro. Inutile precisare che, se il trasporto costa di più, i prezzi dell’energia iniziano a salire.
La guerra dell’energia e le conseguenze geopolitiche
Il Qatar ha fermato la produzione di gas naturale liquefatto dopo gli attacchi ai siti industriali di Ras Laffan e Mesaieed, due infrastrutture centrali per il mercato mondiale del gas. Nota: il Qatar pesa per circa il 20% della produzione globale di GNL. Anche l’Arabia Saudita ha dovuto sospendere temporaneamente le operazioni nella raffineria di Ras Tanura, una delle più grandi al mondo, capace di lavorare circa 550 mila barili di petrolio al giorno, dopo un attacco con droni.
Nella stessa fase diversi impianti petroliferi e del gas in Medio Oriente sono stati fermati per precauzione. In Iraq si è bloccata gran parte della produzione nel Kurdistan, mentre Israele ha sospeso l’attività di alcuni giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Ciò avviene, chiaramente, perchè se una regione che produce una quota così grande dell’energia mondiale entra in tensione, i mercati reagiscono repentinamente.
Per l’Europa la questione più delicata riguarda il gas naturale liquefatto. Il Qatar è il quarto fornitore di GNL dell’Unione Europea e uno dei principali per l’Italia. Edison ha un contratto di lungo periodo con QatarEnergy per circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno, che arrivano soprattutto attraverso il terminale di rigassificazione di Rovigo. Per ora non ci sono problemi immediati, perchè cinque navi con carichi di gas destinati all’Italia sono già in navigazione e coprono le forniture di marzo.
Ma cosa succede se la crisi dura? In questo momento gli stoccaggi europei di gas sono relativamente bassi, attorno al 31% della capacità totale. L’Italia è messa un po’ meglio, con circa il 47% delle riserve. Ma se le forniture dal Golfo dovessero ridursi per settimane o mesi, l’Europa dovrebbe comprare più gas sul mercato globale. Questo significa competere direttamente con grandi acquirenti asiatici come Cina, Giappone e Corea del Sud. In quelle situazioni i prezzi tendono a salire rapidamente.
I prezzi dell’energia stanno già reagendo
I mercati hanno iniziato a muoversi quasi subito. Il petrolio Brent ha superato gli 80 dollari al barile nelle fasi più tese della crisi. Il gas europeo ha registrato rialzi molto rapidi, in alcuni momenti superiori al 30-40%. Ciò avviene perchè, a conti fatti, non serve che manchino davvero milioni e milioni di barili per far salire i prezzi.
Basta che cresca il mero rischio che possano mancare. Infatti, proprio per queste ragioni, vari governi e operatori energetici stanno già verificando scorte strategiche, contratti di fornitura e rotte alternative per il trasporto del petrolio.
Esistono alcuni oleodotti che permettono di aggirare lo Stretto di Hormuz. Arabia Saudita ed Emirati ne hanno costruiti proprio per questo. Il problema è che possono assorbire solo una parte dei flussi che normalmente passano da quel corridoio marittimo. Questo è un evento epocale, che tocca sezioni delicatissime del mercato dell’intero sistema mondo.
Un’opportunità per la Russia, una crisi per la BCE?
Come dicevamo, ogni crisi energetica sposta necessariamente anche gli equilibri geopolitici. Non a caso, in queste ore Vladimir Putin ha intensificato i contatti con diversi leader dei paesi produttori del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. La questione è che la Russia non può aumentare rapidamente la produzione di petrolio (l’estrazione è scesa sotto i 10 milioni di barili al giorno) ma ha un’altra leva: una flotta di petroliere che trasporta petrolio russo spesso fuori dai circuiti ufficiali delle sanzioni.
Secondo alcune stime questa rete di petroliere “ombra” potrebbe avere in mare circa 150 milioni di barili di greggio. In una fase di tensione energetica globale Mosca può cercare di proporsi come fornitore alternativo per stabilizzare il mercato. Insomma, la crisi nel Golfo rischia di rafforzare il peso geopolitico della Russia nel commercio mondiale di energia. Da tenere d’occhio.
In tutto ciò, il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, ha avvertito che un conflitto prolungato potrebbe riaccendere l’inflazione nell’Eurozona.
L’energia più cara cadrà rapidamente sui prezzi dei carburanti, sui trasporti e sui costi delle imprese, aggravando la situazione in una fase già delicata:
l’inflazione europea stava lentamente scendendo verso il 2%, mentre la crescita economica resta debole.
Quindi, oltre agli sconvolgimenti geopolitici, si rischia un minore potere d’acquisto per le famiglie e margini più stretti per molte aziende. Infatti, per la BCE il margine di manovra diventa più complicato: se l’inflazione dovesse tornare a salire, mantenere i tassi troppo bassi sarebbe difficile; alzarli, però, rischierebbe di rallentare ulteriormente l’economia.
Mercati finanziari e diplomazie globali sotto pressione, ma il dollaro regge (e dovrebbe preoccuparci)
Le Borse europee hanno registrato forti ribassi, bruciando centinaia di miliardi di capitalizzazione in poche sedute. Gli investitori hanno venduto un po’ tutto — perfino i titoli energetici — perché c’è il timore concreto di una nuova crisi di offerta. E infatti la tensione si vede: i bond non hanno protetto come dovrebbero (lo spread Btp-Bund è risalito), e persino l’oro ha perso terreno. Grande coincidenza, l’unico vero vincitore, per ora, è il dollaro. Si rafforza perché nel panico globale si torna lì, e perché i mercati iniziano già a riprezzare il rischio inflazione.
Ma, ha senso? Le banche centrali possono raffreddare la domanda, ma non possono nè produrre più gas né riaprire lo stretto di Hormuz.
C’è poi un aspetto più controverso, che racconta bene come oggi guerra e finanza si strizzino l’occhio. Un’inchiesta del Financial Times ha mostrato che dodici account anonimi su Polymarket hanno scommesso su un attacco all’Iran poche ore prima dei raid, incassando circa 330 mila dollari. Non è una prova, ma è abbastanza per chiederci, dov’è che parliamo di l’informazione e dove comincia il vantaggio improprio? Nelle tasche di chi e a vantaggio di chi?
Oggi, l’Europa scopre di essere di nuovo vulnerabile (tra stoccaggi bassi e allerta su GNL e rotte) e la diplomazia dell’energia deve muoversi: OPEC annuncia aumenti minimi sapendo che, con Hormuz bloccato, non basta; Mosca prova a sfruttare il caos proponendosi come “tampone” con i barili e metano sanzionati. Questa nuova crisi nel Golfo ci entra direttamente in casa, mostrando un’ovvietà tra gli studiosi di relazioni internazionali: l’economia globale è dipendente da pochi snodi energetici, che sono legati a fragili equilibri geopolitici. Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali esempi.



