Il 5 marzo scorso, Consiglio e Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio che vieta l’uso di termini legati alla macelleria, come “bistecca” o “filetto”, per i prodotti a base vegetale. La decisione, inserita nella riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato (OCM), mira a proteggere il patrimonio zootecnico e a evitare presunte confusioni per i consumatori, nonostante i sondaggi indichino che i cittadini europei utilizzino tali nomi proprio per orientarsi nelle scelte sostenibili.
Il provvedimento arriva paradossalmente nello stesso giorno in cui l’Ue ha approvato l’obiettivo climatico di ridurre le emissioni nette del 90% entro il 2040. Mentre le associazioni ambientaliste e il Good Food Institute denunciano un inutile ostacolo alla transizione alimentare, il settore della “carne vegetale”, cruciale per abbattere l’impronta di carbonio del sistema cibo, si trova ora a dover affrontare costi di rebranding e barriere burocratiche proprio quando l’urgenza climatica imporrebbe il massimo supporto all’innovazione green.
Cosa cambia in etichetta: i nomi vietati e quelli salvati
La stretta sulle denominazioni è netta e colpisce termini che richiamano direttamente l’animale o tagli anatomici specifici.
Non potremo più trovare nei supermercati prodotti vegetali etichettati come:
manzo, vitello, maiale, pollame, pollo, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino o capra. Il divieto si estende anche ai tagli tecnici: sono ora proibiti termini come filetto, controfiletto, fianco, lombata, bistecca, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, fegato, coscia, punta di petto, costata, T-bone, scamone e pancetta.
Questa restrizione, curiosamente, è stata estesa anche alla carne coltivata, sebbene non sia ancora in commercio.
La battaglia politica ha portato a un compromesso su alcuni termini di uso comune. Restano infatti consentiti i nomi che identificano la forma o la preparazione del prodotto piuttosto che l’origine animale.
I consumatori continueranno quindi a vedere sugli scaffali:
- burger (es. veggie burger);
- salsiccia (es. salsiccia vegana);
- macinato;
- nuggets;
- prosciutto;
- schnitzel, chorizo e pastrami.
Le aziende avranno un periodo di transizione di tre anni per smaltire le scorte e adeguare il packaging alle nuove norme, una volta che l’accordo sarà formalizzato dal voto in plenaria.
Il paradosso dei sussidi: miliardi alla carne, briciole ai legumi
Oltre la questione nominale, il vero nodo critico per l’ambiente riguarda il sostegno finanziario alla filiera. Secondo un rapporto di Foodrise, nel 2020 la Politica Agricola Comune (PAC) ha destinato ben 39 miliardi di euro (il 77% dei sussidi totali) alla produzione di alimenti di origine animale ad alte emissioni.
Il divario è ampio:
manzo e agnello hanno ricevuto circa 580 volte più sussidi rispetto ad alternative a basso impatto come lenticchie e fagioli.
Jasmijn de Boo, direttrice di ProVeg, sottolinea come la produzione di carne sia responsabile di oltre l’80% delle emissioni alimentari dell’Ue, a fronte di un apporto calorico decisamente inferiore. Mentre l’Europa si impegna formalmente per il clima, continuare a sovvenzionare massicciamente gli allevamenti intensivi e contemporaneamente ostacolare il marketing dei prodotti vegetali appare come una contraddizione sistemica.
La transizione verso un sistema alimentare più sostenibile richiede politiche che incentivino le diete plant-based, non barriere terminologiche che proteggono lo status quo a scapito del pianeta.



