La maggioranza di governo ha respinto alla Camera la proposta di legge delle opposizioni per l’introduzione del congedo parentale paritario, negando a padri e madri il diritto a cinque mesi di astensione retribuita al 100%. Nonostante l’appoggio compatto di tutta l’opposizione, il centrodestra ha opposto un muro basato sul parere negativo della Ragioneria di Stato, che ha definito la misura “insostenibile” per le casse pubbliche.
La decisione di sopprimere il testo senza permettere la ricerca di coperture alternative segna una distanza netta tra la retorica governativa sulla natalità e le azioni concrete per il sostegno alla genitorialità. I Paesi europei come la Spagna procedono verso modelli di cura condivisa, mentre l’Italia resta ferma a soli 10 giorni di congedo obbligatorio per i padri.
La Ragioneria di Stato ferma la proposta: quanto costa
Il problema risiederebbe nel costo stimato della misura: circa 3,7 miliardi di euro per il 2026, destinati a salire fino a 4,5 miliardi nel 2035. La Commissione Bilancio ha espresso parere negativo, sostenendo che le coperture proposte, tra cui la rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi, fossero indeterminate. La maggioranza ha quindi votato per la soppressione totale della proposta, ignorando l’appello della segretaria PD Elly Schlein a “ripensarci” per trovare soluzioni finanziarie condivise.
Attualmente, il sistema italiano è strutturalmente asimmetrio:
- alla maternità sono concessi 5 mesi (retribuiti all’80%, spesso integrati al 100% dai CCNL);
- alla paternità appena 10 giorni obbligatori;
- congedo parentale facoltativo, fino a 10-11 mesi, ma con retribuzioni che crollano tra il 30% e l’80%, rendendolo spesso inaccessibile per le famiglie monoreddito o a basso salario.
La “tassa” sulla maternità
Bocciare il congedo paritario significa, di fatto, scegliere di non intaccare quella struttura che penalizza le donne nel mercato del lavoro. Finché la cura dei figli peserà solo sulle madri, le imprese continueranno ad applicare, consciamente o meno, discriminazioni nelle assunzioni e nelle promozioni. Equiparare i tempi di cura significa rimuovere questo marchio di “rischio” dalle donne, introducendo per la prima volta un vero concetto di merito slegato dal genere.
Il governo che si definisce “della famiglia” dimostra di voler mantenere i padri nel ruolo di “ospiti” della cura domestica e le madri in quello di uniche responsabili del lavoro riproduttivo. Non è una questione di mancanza di fondi, che per altre voci di spesa vengono regolarmente trovati, ma di una precisa visione ideologica.
La “parità” è considerata sacrificabile, mentre la natalità viene difesa a parole ma ostacolata nei fatti, lasciando che il prezzo dell’equilibrio vita-lavoro ricada interamente sulle spalle delle donne.
Il modello europeo
L’Italia si posiziona pericolosamente in ritardo rispetto ai vicini europei. In Spagna, entrambi i genitori godono già di quattro mesi retribuiti al 100%, mentre la Francia ha recentemente raddoppiato il congedo di paternità. Questi modelli non sono solo strumenti di welfare, ma vere e proprie leve di trasformazione sociale che permettono ai padri di essere presenti e alle madri di non subire interruzioni di carriera con conseguenze che arrivano fino al gap pensionistico.
La parità non può più essere rimandata con la scusa del costo. Bloccare questa legge, come hanno commentato le opposizioni, significa condannare il Paese a un modello produttivo obsoleto e a una società dove la cura è un peso e non un valore condiviso.
Se tutto è un “investimento” quando conviene al capitale, ma diventa “spesa insostenibile” quando riguarda la vita delle persone, allora la difesa della famiglia della destra si rivela per ciò che è:
Un esercizio di pura retorica che maschera la volontà di lasciare le disuguaglianze esattamente dove sono.
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