Un emendamento della Lega cancella l’educazione sessuale e affettiva alle scuole medie. Intanto il governo prepara una riforma che introduce nomine ministeriali nei Cda degli atenei e porta l’Anvur sotto controllo diretto. L’istruzione come campo di battaglia ideologica.
Cosa rimane dell’educazione sessuale?
Il 15 ottobre, mentre l’Italia era scossa dal femminicidio di Pamela Genini, la Commissione Cultura della Camera approvava un emendamento della Lega che vieta ogni percorso di educazione sessuale e affettiva alle scuole medie.
L’emendamento stabilisce che tali attività potranno essere svolte solo negli istituti superiori e previo consenso scritto dei genitori, che dovranno conoscere in anticipo materiali e temi trattati. L’opposizione parla di “un ritorno al Medioevo”, e fa bene.
Il testo, inserito nel ddl Valditara sul consenso informato, esclude “attivisti ideologizzati” e “esperti esterni” dalle classi, riportando la questione dell’educazione sessuale dentro un recinto familiare e moralista. Peccato che la formula “attivisti ideologizzati” sia in sé profondamente retorica e problematica, nonchè delegittimante: di chi sta parlando? L’educazione la fanno gli educatori. Questo espediente retorico serve a spostare il discorso dall’ambito educativo a quello politico, insinuando che chi promuove l’educazione sessuoaffettiva non stia insegnando ma facendo propaganda.
Un’accusa doppiamente ipocrita: perché a essere propagandistica è proprio la decisione di bloccarla, funzionale a un preciso disegno culturale e ideologico.
In altre parole, la propaganda va bene solo quando è di destra, È un espediente linguistico che trasforma la competenza in sospetto e la pedagogia in propaganda, confondendo deliberatamente l’impegno civile con l’ideologia.
Un passo indietro di decenni
Secondo Save the Children, il 91% dei genitori italiani ritiene utile rendere questi percorsi obbligatori: segno che il consenso sociale supera quello politico.
In realtà, l’educazione sessuoaffettiva (come dimostrano decenni di ricerca e di esperienze europee) è costruita su basi scientifiche, psicologiche e pedagogiche, e richiede figure formate specificamente su questi temi: esperti, psicologi, educatori sessuali. Definirli “attivisti ideologizzati” significa negare la natura professionale di un sapere che mira a prevenire la violenza di genere, il bullismo e gli stereotipi sessisti.
Italy needs sex education!
Basta guardare al progetto Italy Needs Sex Education, avviato da Flavia Restivo il 18 settembre 2024, per capire quanto questa retorica sia rovesciata: Restivo, politologa e attivista, ha creato una campagna e una petizione nazionale per introdurre nei curricula scolastici un’educazione sessuo-affettiva che sia scientifica, inclusiva e basata su competenze consolidate.
Perchè non si tratta di politica, propaganda nè di qualcosa che si può relegare all’ambito familiare: educare al consenso può ridurre i femminicidi, ed è un sapere tecnico, che va lasciato fare a chi è competente.
Dalla scuola all’università: verso il controllo verticale
La stretta sull’educazione sessuale arriva mentre il governo lavora a un altro fronte dell’istruzione: le università. Una bozza della Commissione per la governance universitaria, coordinata da Ernesto Galli della Loggia, prevede l’ingresso di membri nominati dal governo nei Consigli di amministrazione degli atenei e l’estensione del mandato dei rettori da sei a otto anni, con possibilità di riconferma senza voto alternativo.
Il progetto (come denuncia la Rete 29 Aprile, rete nazionale di docenti e ricercatori) segue la logica di “limitare l’autonomia universitaria e frenare le proteste studentesche”, in particolare quelle contro il genocidio a Gaza e la ricerca a fini militari.
A tutto questo si aggiunge il decreto per portare l’Anvur sotto il controllo diretto del Ministero, con nomine ministeriali del presidente e del consiglio direttivo. Secondo i ricercatori, si tratta di una centralizzazione senza precedenti: “un indirizzo dirigistico, intollerante a qualsiasi spiraglio democratico”. Sembra far tutto parte di uno stesso disegno, autoritario e repressivo, che ci inizierà a stare troppo stretto solo quando sarà troppo tardi.
Dalla scuola nazionalista alle università governative
Mettendo insieme le due riforme (quella sull’educazione sessuale e quella sugli atenei) emerge un progetto coerente di controllo ed egemonia culturale. Da un lato si riduce lo spazio dell’educazione critica e dei temi legati all’affettività e al corpo; dall’altro si stringe il controllo politico sugli spazi di produzione del pensiero: scuole e università.
Dopo i programmi di Valditara, ispirati all’idea di una “scuola nazionale” centrata sull’identità italiana e sulle “radici occidentali”, ora si tenta di allineare anche il sistema accademico, riducendo l’autonomia e il dissenso interno. Ormai si può dire schiettamente che queste sono misure che richiamano il nostro Ventennio, senza nemmeno l’accortezza di nascondere la continuità col fascismo. Tutto questo non succede più con la coercizione e la forza, ma nell’indifferenza e nella noncuranza, sotto i nostri occhi pigri, addomesticati.
La strategia del governo Meloni sull’istruzione punta alla verticalità del controllo: cosa si insegna (escludendo affettività, sessualità, educazione di genere), chi lo insegna (limitando esperti esterni e voci indipendenti), chi gestisce le istituzioni (rettori e Cda legati al potere esecutivo).
E mentre l’educazione sessuale (impartita da professionisti esterni nelle classi) viene considerata una proposta di “propaganda” ideologica, scuola e l’università viene costretta ad una nuova forma di educazione. non come strumento di libertà, ma come terreno di disciplina politica. Forse su qualcosa la destra ha ragione, sembra di stare proprio in un “mondo al contrario” (quest’ultima frase non so se metterla, dimmi tu!)



