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L’Europa si scalda più in fretta di tutti, cosa ci dice il rapporto di Copernicus

Riscaldamento climatico

L’Europa si scalda più in fretta di tutti.

Il 29 aprile è stato pubblicato il rapporto European State of the Climate 2025, prodotto congiuntamente dal Copernicus Climate Change Service, il programma europeo di osservazione della Terra implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) e dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). Il documento, frutto del lavoro di circa cento scienziati, fotografa l’andamento climatico dell’Europa nel 2025 e conferma una tendenza ormai consolidata ed estremamente preoccupante: il vecchio continente si scalda più rapidamente di qualunque altra area del pianeta, a una velocità superiore al doppio della media globale.

Il dato di sintesi è anche il più impressionante: almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature superiori alla media nel 2025, e cinque dei dieci anni più caldi mai osservati in Europa si concentrano dopo il 2019. Regno Unito, Norvegia e Islanda hanno chiuso il loro anno più caldo di sempre. A livello globale, il 2025 è stato il terzo anno più caldo della storia (registrata). Se questo dato non dovesse bastare a comunicare l’urgenza, il report sottolinea anche che tutti e dieci gli anni precedenti al 2025 restano nella top 10 dei più caldi mai registrati: una soglia statistica che fino a pochi anni fa veniva considerata difficilmente raggiungibile.

Un caldo che non fa prigionieri: temperature record dall’Artico al Mediterraneo

Le ondate di calore raccontano la dimensione fisica del fenomeno meglio di qualsiasi anomalia decimale. La Fennoscandia subartica (ossia l’estremo nord di Norvegia, Svezia e Finlandia) ha vissuto lo scorso luglio l’ondata di calore più lunga e severa mai documentata, con ventuno giorni consecutivi di temperature elevate, picchi a 34,9 °C e valori che hanno superato i 30 °C anche all’interno del Circolo polare artico. La Turchia ha toccato per la prima volta i 50 °C; l’85% del territorio greco si è trovato vicino o sopra i 40 °C, con punte di 44 °C. Nel sud e nell’est della Spagna le giornate di stress termico sono aumentate di una cinquantina rispetto alla media climatologica.

Il calore ha ovviamente influito anche sulla temperatura superficiale dei mari europei, toccando il valore medio annuo più alto mai osservato per il quarto anno consecutivo. L’86% dei mari attorno al continente ha sperimentato almeno un’ondata di calore marina di intensità “forte”, mentre circa un terzo ha fronteggiato condizioni “severe” o “estreme”. Mediterraneo e Mar di Norvegia sono stati gli ecosistemi marini più colpiti.

Siccità, fiumi e incendi

L’altra faccia del riscaldamento è la fragilità del ciclo idrologico. Il 70% dei fiumi europei ha registrato portate inferiori alla media; per l’umidità del suolo il 2025 si colloca tra i tre anni più secchi dal 1992, e a maggio circa il 53% del continente versava in condizioni di siccità.

Su queste premesse gli incendi boschivi hanno trovato terreno fertile. Il rapporto stima in circa 1.034.550 gli ettari andati in fumo nel 2025, la superficie più ampia mai registrata in Europa. La sola Spagna ha contribuito per quasi metà delle emissioni complessive da incendi.

Oltre alla penisola iberica, hanno toccato massimi storici di emissioni anche:

Come nel caso del caldo record, questo dato conferma che il rischio non è più confinato al solo bacino mediterraneo.

I ghiacciai e la criosfera europea continuano a perdere massa. La calotta groenlandese ha perso 139 gigatonnellate di ghiaccio nel corso dell’anno, con un crollo anche nella copertura nevosa di fine marzo (di circa 1,32 milioni di km² inferiore alla media). L’Islanda ha registrato la seconda perdita di ghiaccio più importante della propria serie storica.

L’unico segnale in controtendenza: le rinnovabili

In mezzo a un quadro denso di record negativi, il rapporto registra anche un dato positivo: nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 46,4% della produzione elettrica europea, con il fotovoltaico salito a un contributo record del 12,5%. Le emissioni di gas serra dell’Unione europea sono scese di un ulteriore 3% tra il 2023 e il 2024, portando la riduzione complessiva a circa il 40% rispetto ai livelli del 1990.

Un ritmo che, pur non sufficiente a contenere gli scenari peggiori, conferma che il disaccoppiamento tra crescita economica ed emissioni in Europa è un processo in atto. Bisognerà quindi continuare a investire nel settore delle rinnovabili per garantire un minimo contributo a un processo irreversibile, ma non per questo non mitigabile.

Il nodo politico: cosa fare dopo il 2030?

Il rapporto arriva in un momento politicamente sensibile e in cui la forte pressione della crisi nel Medio Oriente ha spesso distolto l’attenzione dagli obiettivi climatici europei. Eppure, nei prossimi dodici mesi l’Unione europea dovrà iniziare a riscrivere il pacchetto di regole climatiche per il periodo successivo al 2030, dopo aver fissato l’obiettivo intermedio di taglio netto delle emissioni del 90% al 2040. Il dibattito non è solo sull’ambizione complessiva, ma su una questione tecnica con implicazioni sostanziali: come trattare la differenza tra riduzione delle emissioni alla fonte, rimozioni di CO₂ operate da ecosistemi naturali (foreste, suoli) e rimozioni tecnologiche (cattura diretta dall’aria, stoccaggio geologico ecc.).

Le organizzazioni ambientaliste chiedono che le tre categorie restino contabilmente separate e che gli obiettivi nazionali vincolanti continuino oltre il 2030 con limiti annuali di emissione, come avviene oggi sotto l’Effort Sharing Regulation. Vincolare gli obiettivi a un “anno X” porterebbe molti paesi a rallentare l’azione e posticiparla “a un secondo momento” (definizione che, visti i trend, possiamo anche leggere come “all’ultimo momento”).

Servono invece tanti obiettivi graduali, con dei target che aumentino progressivamente la portata dei contributi messi in atto, così da garantire all’azione climatica una sostenibilità sotto il profilo di gestione economica e di programmazione. In questo modo, gli obiettivi a lungo termine diventerebbero più “digeribili” e magari anche più veicolabili. Investire progressivamente facilita l’innovazione e garantisce una gestione dell’emergenza all’altezza delle sfide poste dalla crisi climatica.

La Commissione Europea, ancora una volta, si è mostrata cauta a questo riguardo. In una comunicazione recente ha riconosciuto come ogni ritardo nell’investire sulla transizione energetica si traduca in costi futuri più elevati per la società. Resta aperta invece la discussione tecnica su quanto, e in quali condizioni, le tecnologie di cattura del carbonio (oggi non ancora mature su scala industriale e da tempo oggetto di perenni tavoli di lavoro) possano essere considerate equivalenti, ai fini contabili, a una mancata emissione.

La posizione europea e il futuro energetico dell’Unione

Eppure, in un momento di crisi energetica come questo e alla luce dei nuovi impegni decennali europei, la risposta da parte di Bruxelles dovrebbe essere solo una: investire sulle rinnovabili. Il modello spagnolo ha dato, in questo senso, un chiaro segnale: la dipendenza del vecchio continente dalle fossili non solo costa cara alle tasche dei cittadini, ma anche alle sorti dell’ecosistema. Sia chiaro: la decarbonizzazione della produzione energetica non è la “panacea” per la crisi climatica, che necessiterebbe di strategie di mitigazione e adattamento (oltre che di investimenti) ben più solide e strutturate di quelle attuali.

Appare però, specie di fronte agli eventi geopolitici a cui l’UE assiste inerme e spaventata per il proprio futuro, come la soluzione più razionale da abbracciare. Servono obiettivi percentuali di breve termine e, soprattutto, investimenti all’altezza dei traguardi futuri, perché il prossimo decennio sarà quello decisivo per rendere indipendente l’Unione Europea sotto il profilo energetico.

D’altronde, il messaggio di fondo del Report 2025 di Copernicus ci insegna proprio che i progressi ottenuti a livello europeo sono misurabili quasi solo sulla decarbonizzazione del proprio sistema energetico. Gli impatti fisici del riscaldamento e della crisi climatica stanno crescendo a un ritmo superiore a quello con cui le politiche di mitigazione e adattamento si stanno mettendo in opera. È in quello scarto, più che nei singoli numeri, che si gioca la partita dei prossimi anni. A fare la differenza sarà la capacità delle politiche post-2030 di correre alla stessa velocità della crisi climatica, o quantomeno più rapidamente di quanto fatto nell’ultimo decennio, chiudendo il gap tra ciò che sta già accadendo al pianeta e le misure preventive europee e centrando, definitivamente, un piano di approvvigionamento energetico che sia verde, equo e accessibile.

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