Il boom dell’intelligenza artificiale rischia di trasformarsi in una crisi ecologica di proporzioni mai viste per il nostro pianeta. L’attenzione sulle nuove tecnologie si concentra prevalentemente sull’impronta idrica e sulle emissioni di carbonio legate all’enorme consumo energetico dei data center, ma un nuovo report accende i riflettori sull’impatto materiale dell’hardware destinato all’elaborazione dei dati. L’obsolescenza rapida delle infrastrutture digitali sta infatti per generare una mole di spazzatura tecnologica di gran lunga superiore a qualsiasi previsione stimata finora dalle analisi accademiche.
I dati diffusi dal Basel Action Network (BAN) tracciano uno scenario di allarme ambientale ed ecologico. Secondo la prima parte del report “How Big is the AI Waste Wave?”, le apparecchiature elettroniche dismesse legate allo sviluppo dell’IA potrebbero raggiungere entro il 2030 una quota compresa tra gli 8,6 e i 13,1 milioni di tonnellate all’anno. Un fenomeno che rischia di “soffocare” i sistemi globali di smaltimento dei RAEE e di disperdere nei territori ingenti quantità di sostanze chimiche altamente tossiche.
Impatto ambientale dei dati center: fino a 60 volte più RAEE tecnologici del previsto
Le ultime stime diffuse dal BAN rivelano che l’ammontare di apparecchiature destinate alla rottamazione sarà da 40 a 60 volte superiore rispetto alle proiezioni scientifiche considerate finora come punto di riferimento.
La ragione di questo divario, spiega il report, risiede nella metodologia di calcolo: gli studi precedenti limitavano la propria analisi ai soli server e alle schede grafiche (GPU); l’indagine del BAN ha invece integrato il restante 87% dell’architettura elettromeccanica che compone i data center dedicati all’intelligenza artificiale, inclusi sistemi di rete, apparati di raffreddamento, trasformatori di energia e stoccaggio dati.
I numeri delineano così un volume complessivo che nel periodo 2025-2050 potrebbe toccare tra i 395 e i 617 milioni di tonnellate di materiale dismesso. Per dare un’idea visiva dell’ingombro fisico, questo quantitativo:
riempirebbe tra i 15 e i 23 milioni di container da 40 piedi, una fila di cassoni sufficiente a circondare la Terra per ben sei volte.
A guidare questa crescita sono le enormi risorse economiche destinate al settore: si stimano ben 7.000 miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali nel quinquennio 2025-2030, una somma monumentale che, per fare un raffronto con le priorità umane e sociali, basterebbe a sradicare la fame nel mondo per i prossimi 75 anni.
L’obsolescenza precoce e i rischi tossici dei PFAS per la salute
Oltre alle strutture centralizzate, l’analisi introduce il concetto di “contagio da rifiuti dell’IA”. La corsa all’integrazione dei modelli algoritmici all’interno di dispositivi di uso quotidiano – come smartphone, personal computer, antenne di telecomunicazione e dispositivi edge – spingerà gli utenti e le aziende a rottamare prematuramente hardware tradizionale ancora perfettamente funzionante ma inadeguato alle nuove richieste computazionali.
A ciò si aggiungono le imminenti riconversioni tecnologiche nei data center, quali il passaggio al raffreddamento a liquido o ai conduttori di nuova generazione, che accelereranno ulteriormente la dismissione dei componenti.
Questo fenomeno porta con sé una grave minaccia per la salute pubblica e gli ecosistemi: l’impiego massiccio nei componenti elettronici dei PFAS, le sostanze chimiche idrorepellenti ed estinguenti prive di degradabilità naturale.
L’accumulo incontrollato di e-waste rischia di rilasciare questi inquinanti eterni nel suolo e nelle falde acquifere, con conseguenze sanitarie drammatiche per le popolazioni che vivono in prossimità dei siti di smaltimento, spesso situati nei Paesi del Sud globale. Senza un’immediata pianificazione vincolante per l’ecodesign, la riparabilità e il riciclo effettivo delle componenti, la transizione digitale rischia di tradursi in una catastrofica emergenza di rifiuti tossici a livello globale.



