Ottanta fiale di Fentanest rubate dalla farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma. Non un carico arrivato da una rotta internazionale, non un sequestro in porto, non un laboratorio clandestino. Un farmaco custodito dentro una struttura sanitaria, sparito da un armadio blindato senza segni evidenti di effrazione.
Definire il fentanyl “la droga degli zombie” è riduttivo, anche se molti giornali usano questa formula utile solo ai titoli e poco sensata per comporre un ragionamento. In breve: è un oppioide sintetico potentissimo, usato legalmente in medicina come anestetico e antidolorifico in contesti controllati – e proprio per questo deve essere tracciato con rigore. Quando esce dal circuito sanitario e finisce nel mercato illegale, cambia natura: da farmaco diventa merce criminale, con un rischio altissimo di overdose.
Il furto all’Ospedale Israelitico, avvenuto tra il 22 e il 24 giugno, resta ancora pieno di zone d’ombra. La Procura di Roma indaga per furto e detenzione ai fini di spaccio. Sono stati acquisiti registri, documenti e filmati interni. Alcune persone tra personale della farmacia e vigilanza sono state ascoltate, ma non risultano al momento indagati. Le fiale, però, non sono state recuperate. E più passa il tempo, più cresce il sospetto che possano essere già state vendute.
Cosa sappiamo del furto
Secondo le ricostruzioni finora emerse, il primo ammanco sarebbe stato notato il 23 giugno: circa 60 fiale mancanti. Il giorno dopo ne sarebbero sparite altre 20. Questo ha fatto pensare a due episodi distinti, non a un singolo prelievo. Il dettaglio più curioso riguarda il modo in cui le fiale erano custodite: il farmaco si trovava in un armadio blindato, ma non sarebbero stati trovati segni di scasso. La chiave che dava accesso al deposito e alla cassaforte era custodita in portineria e poteva essere richiesta da più persone autorizzate. Le verifiche dovranno chiarire chi l’ha presa, quando, per quale uso, e se i registri siano stati compilati correttamente. Ovviamente, date le premesse, il caso diventa una questione di sanità pubblica.
Perché se un farmaco sottoposto a controllo speciale può sparire così, il problema non riguarda tanto il possibile e presunto ladro. Io mi concentrerei soprattutto su altro, come ad esempio la catena di custodia: registri, chiavi, accessi, telecamere, tempi di denuncia, responsabilità interne. Un sistema può anche avere un armadio blindato, ma se poi la chiave circola troppo, i registri sono incompleti e le immagini rischiano di essere sovrascritte, la sicurezza diventa più che altro formale. Cosa pensare al riguardo? Certo, sono perlopiù speculazioni, ma sorgono abbastanza spontanee.
Il sospetto del complice interno e perché ci dovremmo preoccupare
La pista più concreta, al momento, è quella di un aiuto dall’interno o comunque di qualcuno che sapesse dove mettere le mani. Non perché sia stata individuata una persona specifica, ma perché il furto sembra richiedere informazioni precise: dove si trovavano le fiale, come accedere al deposito, come aprire l’armadio, quando muoversi senza essere notati.
Il rischio è che le immagini delle telecamere non bastino. L’ultimo controllo delle fiale prima della scoperta risaliva all’11 giugno. Se il furto fosse avvenuto molto prima del 23, alcune registrazioni potrebbero essere già state cancellate o sovrascritte. Inoltre, secondo quanto riportato, nella zona della cassaforte non ci sarebbero state telecamere dirette, quindi gli investigatori dovranno lavorare sulle immagini dei corridoi e sugli incroci tra turni, accessi e documentazione sanitaria.
Il fentanyl è un oppioide sintetico molto più potente della morfina. In ospedale ha un uso preciso: anestesia, terapia del dolore, situazioni cliniche controllate. Il problema nasce quando viene sottratto a quel controllo. Nel mercato illegale può essere usato da solo o per adulterare altre sostanze. Questo lo rende particolarmente pericoloso, perché chi consuma potrebbe non sapere cosa sta assumendo.
Negli Stati Uniti e in Canada la diffusione illegale del fentanyl ha avuto un ruolo centrale nella crisi degli oppioidi. L’Europa non è in quella situazione, e dirlo è importante per evitare paragoni automatici. Ma non significa che il rischio sia assente.
L’Agenzia europea sulle droghe segnala da tempo la crescita della minaccia legata agli oppioidi sintetici ad alta potenza. Nel 2024 l’Unione europea ha registrato circa 7.600 morti droga-correlate. Gli oppioidi, spesso assunti insieme ad altre sostanze, restano tra i principali responsabili. La stessa agenzia ha indicato che tra il 2024 e il 2025 il fentanyl è stato associato a oltre 100 decessi in Bulgaria, mentre in diversi Paesi europei preoccupano anche sostanze ancora più potenti, come i nitazeni. Questo non vuol dire che l’Italia sia alla vigilia di una crisi nordamericana. Vuol dire che il mercato europeo delle droghe cambia rapidamente e che la prevenzione non può aspettare i numeri dell’emergenza.
Il segnale indicato dal Ros
In audizione in commissione Antimafia, il comandante del Ros dei carabinieri Vincenzo Molinese ha detto che in Italia non ci sono, al momento, segnali di coinvolgimento della criminalità organizzata nella diffusione illegale di fentanyl. Ha aggiunto però che l’assenza di segnali non equivale a una garanzia. Il furto di Roma, secondo Molinese, è un segnale: indica una volontà di approvvigionarsi. Saranno le indagini a dire se quelle fiale finiranno sul mercato del web o dentro circuiti criminali più tradizionali.
È una distinzione importante. Il fentanyl non va raccontato come un’invasione già in corso, ma nemmeno come un episodio isolato da archiviare. Le sostanze sintetiche hanno una caratteristica che rende difficile il controllo:
possono circolare in quantità ridotte, essere vendute online, spostarsi attraverso canali meno visibili rispetto ai traffici tradizionali e produrre danni enormi anche con piccoli volumi.
La criminalità organizzata potrebbe non essere ancora protagonista. Il mercato, però, osserva. Dopo il furto, il governo ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi. Il ministero della Salute ha disposto ispezioni, attivato i Nas e annunciato una nuova circolare per rafforzare i controlli su uso, custodia e circolazione del fentanyl. È una risposta necessaria, ma il punto è capire se sarà anche sufficiente.
Gli ospedali non possono diventare luoghi vulnerabili nella catena degli oppioidi sintetici. Servono registri aggiornati, tracciabilità puntuale, sistemi di videosorveglianza coerenti con i punti sensibili, responsabilità chiare nella gestione delle chiavi, controlli interni non occasionali, segnalazioni tempestive degli ammanchi.
Un farmaco come il fentanyl non può dipendere da procedure informali o da abitudini di reparto. Avrebbe poco senso concentrare le risorse in una risposta repressione che, purtroppo, arriva sempre tardi: dopo il furto, dopo la vendita, dopo l’overdose.
Il rischio dell’allarme sbagliato
Il furto di Roma deve preoccupare, ma siamo realisti: l’Italia non è gli Stati Uniti. Non ci sono oggi dati che descrivano una diffusione di massa del fentanyl nel Paese. La stessa attenzione delle autorità nasce proprio dalla volontà di evitare che il problema esploda. Per questo serve precisione. Parlare di “droga degli zombie” serve a spaventare, atto più utile al click che alla comprensione di un fenomeno. Il fentanyl non è altro che un farmaco potente, essenziale in alcuni contesti clinici, che però diventa pericolosissimo se fuori controllo.
La differenza la fanno la tracciabilità, la custodia, l’uso medico, la prevenzione e la capacità di riconoscere rapidamente gli abusi. Il caso dell’Ospedale Israelitico mostra una cosa molto concreta: il mercato illegale può cercare il fentanyl anche dentro il circuito legale. Non sempre la sostanza arriva da fuori. A volte può uscire da un ospedale, da una farmacia, da una prescrizione, da una falla nei registri, da una chiave lasciata troppo facilmente accessibile. Forse dovremmo riflettere su questo.
La domanda ora non è solo chi abbia rubato le 80 fiale. È come sia stato possibile rubarle, quanto tempo sia passato prima della denuncia, chi avesse accesso alla chiave, perché i controlli non abbiano impedito o intercettato subito l’ammanco, se altri episodi minori siano passati inosservati.
Un pericoloso precedente storico
C’è un precedente italiano che andrebbe evocato con cautela, senza trasformarlo in un’evidenza o in una prova di ciò che ancora non sappiamo. Cosa sappiamo per certo, però? Che negli anni Settanta l’eroina arrivò dentro un Paese attraversato da conflitto sociale, movimento studentesco, sinistra extraparlamentare, lotte operaie, autonomia, piazze, repressione, riflusso. Una parte di quella generazione lesse la diffusione dell’eroina anche così: non solo come mercato criminale, ma come anestesia politica. Non necessariamente perché ci fosse una regia unica e documentata, ma perché l’effetto sociale fu reale. Dove prima c’erano assemblee, cortei, case occupate, collettivi, reti di solidarietà e conflitto, l’eroina portò isolamento, dipendenza, ricatto, morte.
La storia giudiziaria ci racconta che l’eroina fu un enorme affare criminale. Cosa nostra entrò nella filiera internazionale, acquistò morfina base, la trasformò in eroina in Sicilia, la fece arrivare negli Stati Uniti attraverso reti come quella della Pizza Connection. Questa è la parte documentata. Poi c’è la parte politica, più difficile da provare ma impossibile da ignorare: una sostanza può avere effetti di governo anche senza essere stata pensata dall’inizio come strumento di governo. Può spegnere energie collettive, rompere legami, trasformare rabbia sociale in autodistruzione.
E se…
Il paragone con il fentanyl, oggi, va tenuto su questo piano: speculativo, assolutamente non probatorio e non dimostrativo. Non sappiamo dove finiranno le 80 fiale rubate a Roma, né se dietro ci sia un mercato organizzato, una rete interna, una domanda già pronta o un episodio più circoscritto. Ma sappiamo che gli oppioidi sintetici, quando escono dal controllo medico, non colpiscono mai solo il corpo individuale.
Colpiscono tessuti sociali già fragili. Entrano dove ci sono marginalità, solitudine, lavoro povero, dipendenze precedenti, assenza di servizi, mercato nero, abbandono istituzionale.
Per questo il furto dell’Ospedale Israelitico non va letto soltanto come una falla di sicurezza.
È un segnale politico nel senso più materiale del termine:
mostra quanto sottile sia il confine tra farmaco e merce illegale, tra cura e dipendenza, tra sanità pubblica e mercato criminale.
Negli anni Settanta l’eroina accompagnò il riflusso di una generazione che aveva provato a politicizzare tutto. Oggi il fentanyl non annuncia la stessa storia, e sarebbe irresponsabile dirlo. Però ricorda una cosa: quando una sostanza capace di annientare i corpi comincia a circolare fuori controllo, la domanda non è mai solo “chi la venderà?”. È anche: quali vite, quali quartieri, quali rabbie e quali solitudini troverà già pronte a essere consumate?



