Un cortocircuito televisivo ad altissima tensione ha infiammato lo studio di Otto e mezzo su LA7. Per la prima volta in assoluto, il leader del neonato movimento “Futuro Nazionale” ed europarlamentare, Roberto Vannacci, ha varcato la soglia del talk show di Lilli Gruber per un atteso faccia a faccia. Il debate, andato in onda nella serata del 10 giugno 2026, si è trasformato sin dai primi minuti in un ring politico e ideologico.
Tra affondi gelidi sui temi caldi dei diritti civili, dell’immigrazione e della gestione dei flussi migratori, l’intervista ha regalato momenti di forte scontro dialettico e persino insolite incursioni nella sfera personale, evidenziando una distanza siderale e insanabile tra la linea della conduttrice e la “destra autentica” rivendicata dall’ex generale.
Il confronto
C’è una prima cosa da capire del confronto andato in onda a Otto e mezzo, su La7. Vannacci non era lì per entrare nel vivo dei problemi, distinguere i piani, verificare i dati, capire se le proposte fossero praticabili. Il generale era lì in quanto leader politico in costruzione che doveva fare una cosa molto più utile (per il proprio pubblico): mostrarsi coerente e riconoscibile, fermo e rassicurante per chi già lo sostiene. E, duole dirlo, ma Vannacci ha fatto esattamente questo. Ha ripetuto poche parole d’ordine: destra autentica, famiglia naturale, remigrazione, interessi degli italiani, sicurezza, immigrazione, patria contro Bruxelles.
Quando la domanda diventava complessa, tornava al nucleo. Quando il punto si faceva tecnico, spostava il discorso sul terreno identitario. Quando veniva incalzato, non cercava di convincere Gruber o Lina Palmerini. Parlava semplice e chiaro, ma soprattutto: parlava ai suoi.
Questa, come molti studi confermano, è la forma più semplice, e spesso più efficace, della comunicazione populista: non rispondere a tutto, ma restare sempre uguali a se stessi.
“Destra autentica”, non estrema
La prima mossa è stata sulla definizione. Vannacci ha respinto l’etichetta di estrema destra e ha scelto la propria: destra autentica. Il passaggio sembra lessicale, ma non è scontato né banale e, in ottica populista, sta nascendo una grande forza di tipo politico. “Estrema” è una parola che lo colloca ai margini del campo democratico; “autentica” lo rimette al centro della destra, come se il problema non fosse la radicalità delle sue posizioni, ma il tradimento degli altri. Per questo insiste anche sulla necessità di definire che cosa significhi “estremo”. Con questa strategia, invece di accettare il frame della domanda, lo contesta, evitando soprattutto di lasciarsi descrivere dall’avversario, e autodefinendosi.
Così il discorso cambia direzione. Non si parla più soltanto di quanto siano radicali le sue proposte. Si parla di quanto la destra di governo, secondo lui, abbia smesso di essere davvero destra. Va detto che, in linea con gli stilemi del populismo, il bersaglio non è solo il nemico politico (la sinistra). È Giorgia Meloni, è Matteo Salvini, è Forza Italia, è tutta la destra che governa e quindi media, tratta, arretra, firma compromessi, vota in Europa, perde “purezza”.
Vannacci dice di avere molte idee in comune con Meloni, ma di essere in disaccordo sul piano operativo. Secondo lui la presidente del Consiglio non avrebbe mantenuto le promesse principali: premierato, riforma della giustizia, autonomia differenziata. La definisce una destra che ha “perso la trebisonda” e si presenta come il “sestante” che dovrebbe riportarla sulla rotta.
Il populismo che nasce fuori dai partiti e poi diventa partito
Qui c’è un altro meccanismo classico del populismo. Vannacci si presenta come figura esterna, come uomo che viene da fuori, come corpo estraneo alla politica politicante. Eppure sta facendo esattamente ciò che fanno tutti i fenomeni populisti quando superano la fase del personaggio (ricordiamo Bossi con la Lega, Berlusconi con Forza Italia, ma anche Di Pietro con L’Italia dei Valori e ovviamente Grillo con i 5 Stelle): si trasformano in organizzazione.
Futuro Nazionale verrà presentato nella costituente di sabato e domenica. Vannacci parla di linee rosse su sicurezza, immigrazione, green deal. Rivendica centomila iscritti in tre mesi, dato che lui collega ai suoi voti nella Lega. Dice che Salvini non è stato usato da lui, ma che è Salvini ad averlo usato per prendere mezzo milione di voti. Da qui anche le frecciate a Forza Italia e a Marina Berlusconi. Se Marina Berlusconi parla solo da “finanziatrice”, suggerisce Vannacci, allora Forza Italia sarebbe un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria; è una frase pensata per ferire il centro moderato del centrodestra, quello più europeista, più istituzionale, più lontano dal suo immaginario di destra combattente.
Quando gli viene detto che un voto a Vannacci rischia di diventare un voto utile alla sinistra, lui chiede di definire che cosa sia davvero il voto utile. Lui sostiene di andare per la sua strada, ma Gruber gli ricorda che anche a lui, evidentemente, le poltrone piacciono.
Patrimoniale, migranti, evasione: il trucco dello spostamento
Uno dei passaggi più rivelatori è quello sulla patrimoniale. Vannacci la definisce un esempio di solidarietà sociale, pur dicendola non necessaria. Poi sposta la causa del problema sulle risorse assorbite dall’immigrazione “illimitata”. Qui Gruber fa una cosa giusta: ricorda che il grande nodo italiano non sono i migranti, ma l’evasione fiscale. Ed è il punto da cui bisognerebbe ripartire. Secondo i dati più recenti discussi in Parlamento, il tax gap italiano riferito alle entrate tributarie per il 2022 si colloca tra 89,7 e 90,9 miliardi di euro. Nel 2024 l’attività complessiva di Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Entrate-Riscossione ha portato nelle casse dello Stato 33,4 miliardi, la cifra più alta finora registrata. Solo alla voce recupero da evasione fiscale si parla di 26,3 miliardi.
Questi numeri servono a riportare il discorso sul terreno materiale. Se il tema è “chi pesa sulle risorse dello Stato”, allora l’evasione è una questione molto più strutturale dell’immigrazione. Spostare l’attenzione sul migrante irregolare produce un effetto politico immediato, perché identifica un corpo visibile, narrabile, espellibile. Forse l’evasione è meno fotogenica, perché non ha un volto unico, un nemico eterodiretto al quale addossare tutte le colpe. L’evasione mette in discussione il paese dall’interno, perché attraversa imprese, lavoro autonomo, rendite, settori economici, zone grigie, lavoro nero.
È ovviamente per questo che la retorica sui “clandestini che non pagano le tasse” è poco sensata e vale la pena rifletterci, rovesciandola. Il lavoro irregolare è un problema reale, ma non perché la migrazione sia il problema in sé. È un problema perché l’irregolarità produce sfruttamento e un lavoratore senza permesso, o senza contratto, è una persona più esposta al ricatto del datore, meno capace di denunciare, più facilmente incastrata nel lavoro nero.
Non ha senso usare la clandestinità come insulto, non è un escamotage retorico. Bisogna chiedersi chi è che guadagna dall’irregolarità. Chi risparmia sui salari? Chi non versa contributi? Chi preferisce un lavoratore vulnerabile a uno regolarizzato? La migrazione si governa con canali legali, regolarizzazione, controlli sul lavoro, lotta allo sfruttamento, e soprattutto con accordi che siano realistici, che prevedano diritti e doveri esigibili.
“Remigrazione” è una parola dura e sensazionalista che funziona in tv
Gruber, ad un certo punto, chiede come si possano rimatriare le persone senza accordi bilaterali con i Paesi d’origine – domanda non solo lecita, ma concreta. I rimpatri hanno un aspetto pratico che spesso, negli slogan populisti, viene invisibilizzato. Ovvero: servono identificazione, documenti, cooperazione dei Paesi di provenienza, posti nei Cpr, costi, tempi, garanzie, rispetto del diritto internazionale. Vannacci risponde citando gli accordi già esistenti, poi il decreto sui Paesi sicuri approvato in Europa, poi la possibilità di trasferire le persone in Paesi terzi.
L’importante, dice in sostanza, è che non stiano da noi. Gruber gli oppone una soluzione banale nel senso migliore del termine: la migrazione va governata, non strumentalizzata. E governare significa anche regolarizzare, non solo promettere rimpatri di massa. Gruber in questo momento vince con il Logos, direbbe Aristotele nella Retorica. Ma, sempre nella Retorica, sappiamo esistere anche l’Ethos, ma, soprattutto, il Pathos. Ed è su questi ultimi che punta Vannacci. Quando si arriva alla parola “deportazione”, compie infatti una scelta comunicativa precisa.
Non scappa né nega di accettare quella parola. Piuttosto, chiede che cosa si intenda per deportazione: “è una movimentazione coatta al di là della loro volontà?”, a quel punto può dire “certo”. Una parola che dovrebbe aprire un problema etico e storico enorme viene compressa dentro una definizione amministrativa. Deportare diventa spostare, ed ecco che la violenza della coercizione viene trattata come una procedura logistica.
Ma il populismo vince per questo: nel talk show, questa capacità di non tremare davanti alla parola dura può apparire come coraggio, anche quando è solo brutalizzazione del linguaggio politico.
Cpr, Paesi sicuri e Ponte sullo Stretto “intanto facciamolo”
Anche sui Cpr il meccanismo è simile. Vannacci dice di volerne molti di più. Gruber gli risponde provocatoriamente: “li mettiamo nei Comuni di chi la vota?” È una domanda meno banale di quanto sembri. I Cpr sono luoghi chiusi, spesso denunciati per condizioni degradanti, tensioni, autolesionismo, violenze, mancanza di trasparenza. Se diventano la soluzione magica, bisogna anche dire dove, come, con quali garanzie, con quali controlli, con quali costi. Vannacci usa i Paesi terzi sicuri come se fossero una scorciatoia limpida. In realtà quella politica non nasce con lui.
È il governo Meloni ad aver costruito buona parte della propria comunicazione sull’esternalizzazione, sul modello Albania, sul Patto migrazione e asilo, sui Paesi sicuri. Vannacci qui mischia le carte: attacca Meloni per non essere abbastanza dura, ma utilizza un repertorio che Meloni ha già messo al centro della propria politica migratoria.
Il passaggio sul Ponte sullo Stretto mostra un altro lato della stessa logica. Gruber ricorda l’inchiesta della Procura di Roma per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito del progetto. Secondo quanto emerso, le indagini riguardano condotte che avrebbero mirato a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei conti sull’approvazione del progetto definitivo. Vannacci risponde che, per lui, l’importante in un’infrastruttura è farla. Se qualcuno ha sbagliato, paghi. Il ponte, però, va fatto. Gruber lo incalza: quindi intanto li lasciamo delinquere? E definisce quel ragionamento un vaniloquio, perché in un Paese civile le opere si fanno nella legalità.
Questo scambio è importante perché scopre una tensione tipica della destra dell’efficienza autoritaria: la legalità viene invocata con durezza contro poveri, migranti, marginali, criminalità comune; diventa improvvisamente un intralcio quando rallenta grandi opere, appalti, amministrazioni, interessi economici.
Vannacci dice di voler aumentare le pena per i criminali. Sui colletti bianchi, però, la foga sembra meno intensa. Qui Gruber trova un punto vero: Meloni può anche introdurre nuovi reati e pene più dure, ma se mancano risorse, personale, strumenti amministrativi e capacità di controllo, la promessa resta muscolare e poco efficace. La legalità però non è una punizione, ma soprattutto (o quantomeno, anche) prevenzione della corruzione, trasparenza degli appalti, controllo sulla spesa pubblica, responsabilità amministrativa.
Corte dei conti, danno erariale e legalità “a geometria variabile”
Il tema torna sulla riforma della Corte dei conti e sul danno erariale. Vannacci ragiona così: la legalità è rispetto delle leggi; se le leggi si modificano e poi vengono rispettate, non c’è problema. In astratto sembra lineare. In concreto no: è una riduzione veramente molto pericolosa. La legalità democratica non si può ridurre ad obbedienza alla norma vigente, perché svuoterebbe la democrazia della sua stessa essenza, quell’essenza che oggi, sebbene a fatica, ci tutela ancora. Bisogna quindi osservare la qualità della norma, l’equilibrio tra poteri, le garanzie, i controlli, e soprattutto le responsabilità. Se una maggioranza riduce gli strumenti di controllo e poi dice che tutto è legale perché la legge è stata cambiata, sta confondendo legalità formale e tutela sostanziale dell’interesse pubblico.
Qui la gaffe politica è evidente quando Vannacci sembra richiamare la “sovranità popolare” come se si fosse espressa direttamente per l’abolizione dell’abuso d’ufficio. In realtà l’abrogazione dell’abuso d’ufficio è stata una scelta parlamentare della maggioranza, non un referendum popolare. La sovranità popolare, in una democrazia costituzionale, non è un timbro buono per ogni scelta del governo. Passa attraverso procedure specifiche.
La gaffe: dello “Zingaretti” e il mito della “sporca dozzina”
Durante la puntata Vannacci inciampa anche nella gaffe sul dizionario: dice “Zingaretti” invece di Zingarelli, parlando di normalità e persone Lgbtq+. È una gaffe facile da deridere. Però non sposta quasi nulla. Perché il suo pubblico non gli chiede accuratezza lessicale, ma una sensazione di forza e coerenza che lui cerca con tutte le sue forze di mantenere. Non lo valuta sul nome corretto del dizionario, ma sulla sensazione che lui “dica quello che pensa” e continui a dirlo senza arretrare.
Sulla base di ciò, diventa chiaro che Vannacci può sbagliare il nome di un vocabolario e restare credibile per chi lo segue perché la sua autorità non nasce dalla competenza culturale, ma dal fatto che sembra uno che non cambia posizione. Sembra uno che sa contro chi parla e, sempre in linea con la forza delle retoriche populiste, che non si vergogna delle proprie parole. Questa è una lezione dura per chi pensa che basti smascherare l’ignoranza dell’avversario. A volte non basta affatto, per non dire che non serve a niente.
Lo stesso vale per il modo in cui racconta il suo partito. Vannacci cita il detto dei paracadutisti francesi: “Dammi, mio Dio, quello che gli altri non vogliono”, citandolo in francese. Poi definisce i suoi compagni di viaggio “rifiuti degli altri” e “sporca dozzina”. Vorrebbe trasformare una debolezza in epopea. Sembra dire: non ho preso i migliori del sistema, ho preso quelli scartati, e proprio per questo combatteranno meglio. La scelta è furba, fa sembrare eroico ciò che può essere letto in modo molto meno romantico: parlamentari, dirigenti e figure in cerca di collocazione, posto in lista, nuovo contenitore politico.
La “sporca dozzina” funziona perché costruisce una sceneggiatura, la “ribalta” direbbe Goffman, lasciando dietro le quinte il “retroscena” dove invece avviene tutto veramente.
La tv non è un’arena neutra
Goffman però parlava di pubblicità. Ecco che allora si rende necessaria una riflessione sulla TV e a questo punto si può tornare alla domanda iniziale: Vannacci ha vinto il confronto? Più che trovare la risposta, forse dovremmo capire che è la domanda ad essere sbagliata.
La televisione politica non è più davvero un’arena deliberativa, se mai lo è stata. Somiglia molto di più a un’echo chamber del sistema mediale contemporaneo: ogni pubblico arriva con le sue idee, guarda il proprio campione, cerca conferme, ritaglia le clip utili, ignora il resto. Chi odiava Vannacci ha visto confermate le proprie ragioni. Chi lo amava ha visto un uomo solo contro il salotto di La7. Chi era incerto probabilmente ha ricevuto più impressioni che argomenti. Tutto questo rende quasi secondario stabilire se Gruber abbia “perso” o “vinto”. Purtroppo conta meno di quanto vorremmo. Conta perché produce percezioni, certo, perché un’intervista può offrire materiale ai social, aumentare visibilità, rafforzare un personaggio, ma difficilmente sposta davvero convinzioni già sedimentate.
Il talk show contemporaneo è spesso immobile. Ripete i conflitti più che scioglierli. Chiede ai protagonisti di performare, in senso Goffmaniano (come in una pubblicità) il proprio ruolo: il populista provocatore, la conduttrice indignata, la giornalista tecnica, il pubblico polarizzato.
Ognuno sa cosa deve aspettarsi e nessuno esce dal copione. È qui che il ragionamento di Francesco Seghezzi in “Disintermediare stanca” diventa utile: la crisi della rappresentanza non riguarda solo i partiti, ma anche i luoghi collettivi in cui il lavoro, i bisogni e il conflitto sociale diventavano organizzazione. Quando queste mediazioni si svuotano, il populismo riempie il vuoto con un rapporto directo, emotivo, semplificato tra leader e pubblico.
Anche gli studi di Flaminia Saccà sulla comunicazione politica, le asimmetrie del potere e la leadership aiutano a leggere il fenomeno. La destra contemporanea non comunica solo programmi. Comunica appartenenza, corpo, tono, identità, conflitto. Nel caso Meloni, Saccà e Massidda hanno mostrato quanto la costruzione della leadership passi da narrazioni riconoscibili, capaci di tenere insieme genere, autorità, nazione, ruolo materno e rottura con l’establishment. Vannacci lavora su un registro diverso, più militare e frontale, ma il principio comunicativo è simile: prima dell’argomento arriva l’impressione, e spesso le due cose si mescolano.
La sinistra e la “verve” perduta
In molti passaggi, il campo progressista appare slavato non perché manchino le ragioni, ma perché sembrano mancare forza, continuità, parole d’ordine, conflitto. Ha smesso troppo spesso di battersi anzitutto per le proprie battaglie: classe, salario, casa, welfare, diritti, lavoro, redistribuzione, scuola, sanità. Non sono solo parole, sono parole d’ordine. Dov’è la lotta politica, sociale, sindacale, culturale, territoriale?
Quando queste battaglie vengono addomesticate, sfumate, rinnegate, quando vengono risucchiate dal carnivorismo mediale, quando ci vengono restituite trasformate in lessico amministrativo, una parte della base se ne accorge. Non sente più una voce che parla al suo malcontento. Non riconosce più un soggetto capace di conflitto. Non si fida, e fa bene. In quel vuoto entra chiunque sappia sembrare coerente. Anche se semplifica o addirittura sbaglia, anche se letteralmente non conosce nemmeno il nome del dizionario.
La lezione della puntata non è che Vannacci abbia ragione; non ce l’ha su molti punti, e spesso sposta il discorso proprio quando dovrebbe rispondere. La lezione è peggiore: in un sistema politico impoverito, la coerenza (performata, per giunta!) può arrivare a battere la competenza percepita come debole. La destra radicale offre un nemico, un lessico, una postura. È per questo che l’articolo 3 della Costituzione evocato da Gruber va citato.
L’articolo 3 sancisce pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. È il contrario della politica che ordina i corpi per appartenenza, origine, orientamento, assimilabilità. Gruber ricorda a Vannacci che ha giurato sulla Costituzione e che nella Costituzione c’è anche l’articolo 3. È il punto giusto con cui chiudere, perché lì c’è un programma politico ancora da realizzare: pari dignità sociale, uguaglianza davanti alla legge, rimozione degli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza. Se la sinistra vuole tornare credibile, deve ripartire da lì. Non solo per correggere Vannacci, ma per tornare a battersi.



