C’è un cielo plumbeo in questa domenica mattina: copre i 60 ettari del “Pratone di Torre Spaccata”, un’area verde che si estende dalla Palmiro Togliatti tra Centocelle e il quartiere Don Bosco, due aree urbane tra le più densamente popolate della città e d’Europa. Non è mio uso arrogarmi il vezzo di raccontare una storia che non ho toccato dal vivo e che conosco solo dai documenti prodotti dagli attivisti e dagli stralci di giornali locali; quindi partecipo a un’azione di piantumazione indetta dal comitato “Pratone Torre Spaccata” in collaborazione con “Fridays For Future” e “Anonima Riforestazione”.
La chiamata sembra aver riscosso maggiore successo di quello atteso dagli organizzatori, tant’è che ci sono una settantina di persone ma non attrezzi per tutti. Seguo un breve corso su come si innesta una ghianda di leccio e i semi di ricino. “Non troppo profonda, non troppo scoperta: il giusto per far andare le radici giù e i germogli in su. Inclinata col picciolo verso il cielo, perché la natura ha deciso che le ghiande nascono così”, ci dice l’agronomo che ci accompagna in questa esperienza. Poi parte il toto-numeri: l’iniziativa avrà successo se il 2 percento del seminato attecchirà e diventerà albero. Così comincio a piantare rapidamente sperando di arrivare a 100 innesti a terra, per poter dire che 2 alberi li ho messi giù anche io.
L’unicum dell’agro romano minacciato dal cemento
A qualche mese di distanza ho occasione di intervistare in radio Stefano e Ilaria, due attivisti del comitato ma soprattutto due cittadini. Abitano ai due lati opposti del pratone e si sono conosciuti per difenderlo. Dice Ilaria: “È uno spazio talmente ampio che effettivamente, prima della vertenza, non ero mai stata dall’altra parte, come fosse un altro pezzo di città”.
Il Pratone di Torre Spaccata rappresenta una delle vertenze più significative della periferia romana: un’area di ben 58 ettari completamente inedificati che si estende nel cuore del VII Municipio, al confine con il V, un territorio che conta più di 600.000 abitanti. Parliamo di un quadrante urbano con una densità abitativa tra le più alte a livello europeo, segnato in passato da uno sviluppo urbanistico incontrollato.
In questo contesto, il pratone è un vero e proprio miracolo: un ultimo lembo di agro romano scampato alla speculazione. Una zona non ancora impermeabilizzata che dà respiro e apre lo sguardo. Per i residenti e per il comitato spontaneo che difende l’area, sacrificare questo polmone ecologico in virtù di vecchie prescrizioni costruttive relative all’ormai superato piano regolatore del 2008 è semplicemente inaccettabile.
Il cortocircuito tra il piano regolatore e le promesse sul clima
La vertenza mette in luce un cortocircuito politico e amministrativo che vede contrapposte le dichiarazioni di facciata del Comune di Roma e le scelte concrete sul territorio. Da un lato, infatti, l’amministrazione capitolina ha approvato un Piano Clima e un Piano di Adattamento al Cambiamento Climatico, vincendo le elezioni con la promessa del “consumo di suolo zero”. Dall’altro, gli uffici e la giunta continuano a fare scudo dietro le previsioni del vecchio Piano Regolatore Generale (PRG) del 2008, considerandolo intoccabile. Questo meccanismo permette alla rendita urbana e ai profitti dei costruttori di prevalere sull’interesse generale e sui diritti costituzionali alla salute, all’ambiente e alla socialità (sanciti dagli articoli 9 e 41 della Costituzione).
Un ulteriore elemento di paradosso riguarda la proprietà del terreno, che fa capo a Cassa Depositi e Prestiti (CDP), un ente partecipato all’85% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Quindi un ente pubblico che si comporta come un mero attore di mercato e punta tutto sui profitti a scapito dell’interesse generale. Il sindaco di Roma, avendo ricoperto in passato la carica di ministro dell’economia, disporrebbe delle leve politiche e dei canali di interlocuzione necessari per intervenire; a maggior ragione se si considerano gli obiettivi europei della Nature Restoration Law, che impongono il saldo zero del consumo di suolo entro il 2030.
La posizione del governo cittadino insomma sembra essere netta: c’è stato anche un cordiale incontro con Gualtieri che ha fatto i complimenti per la competenza agli attivisti della vertenza ed ha contestualmente notificato che se la proprietà vorrà costruire potrà farlo secondo le cubature previste dai vecchi piani. A oggi una delle poche speranze che questo non accada risiede nel Ministero della Cultura che ha facoltà di porre il vincolo archeologico sull’intera area, in virtù delle 7 ville romane (già vincolate per il loro perimetro) scoperte e poi ricoperte in scavi che si sono susseguiti tra il 1997 e il 2006.
11.000 firme ignorate dal Campidoglio
La mobilitazione del comitato del pratone ha toccato il suo apice con la promozione di una delibera di iniziativa popolare, uno strumento formale e complesso che richiede la raccolta dei dati dei documenti d’identità e la successiva protocollazione negli uffici comunali. A fronte delle 5.000 firme necessarie per legge, il comitato ne ha raccolte ben 11.000, grazie a una presenza capillare davanti ai supermercati e nei mercati di quartiere. L’iniziativa ha visto anche la convergenza di movimenti come Extinction Rebellion, Fridays for Future, l’Anonima Riforestazione (che ha promosso una piantumazione collettiva di ghiande) e il sostegno del cantautore Giovanni Truppi, che ha offerto un concerto a supporto della causa e ha poi coinvolto gli attivisti in un suo progetto podcast.
Nonostante l’enorme successo della raccolta firme, le istituzioni cittadine hanno scelto la strada del rinvio. Secondo il regolamento capitolino, la delibera avrebbe dovuto essere discussa in Consiglio comunale entro sei mesi, ma non è mai arrivata al voto. I rappresentanti del comitato spiegano che, per vie informali, la maggioranza ha fatto sapere che la delibera non sarebbe passata in aula, accusando i cittadini di non aver individuato delle alternative ai diritti edificatori previsti dal piano regolatore. La realtà è che l’amministrazione non vuole esporsi allo scotto politico di dire ufficialmente di ‘no’ a 11.000 cittadini, proprio mentre si professa a parole sensibile al tema del consumo di suolo.
“Romanzo del pratone”
Grazie al sostegno di realtà ecologiste quali l’associazione A Sud, che ha raccolto fondi, e vertenze territoriali come quella del “Quarticciolo ribelle”, che ha contribuito con il suo progetto di micro-stamperia, è stato possibile sostenere insegnanti e studenti della scuola media “Rugantino” (dirimpettaia del pratone) che hanno trovato un modo innovativo di difendere la città dal consumo di suolo: la scrittura condivisa di un romanzo storico che racconta vicende nei secoli di donne e uomini che hanno vissuto questo pezzo di mondo.

Lo scritto volge già al terzo capitolo e se ne sta programmando un quarto, connotandosi come una vera e propria tradizione scolastica e di comunità, nella quale si tramanda una storia da portare avanti. Ci auguriamo che la politica cittadina sappia prendere coraggio e interrompere la cementificazione, piuttosto che il sogno di una comunità viva, che ha espresso con chiarezza cosa vuole: un prato da attraversare per noi e per le specie che lo abitano, un corridoio ecologico e il fresco sul viso che, viaggiando sulla Togliatti, ti ristora per il tempo in cui si costeggia il pratone. Sembra poco; è tutto quello che servirà nelle città del
futuro.



