Aspetteresti 4 giorni in fila solo per ottenere un appuntamento in un ufficio? Questo è quello che sono costretti a fare i richiedenti asilo politico davanti alla questura di Roma di via Teofilo Patini. Quello delle interminabili file è un problema cronico che riguarda tutte le questure italiane, e quella dell’ufficio immigrazione di Roma si contraddistingue per inefficienza.
Abbiamo passato una serata in compagnia dei richiedenti che mestamente aspettano e sperano il loro turno per accedere all’ufficio, per ottenere un appuntamento che verrà loro concesso dopo mesi. “Qui si passa dalle 4 alle 5 notti, ad aspettare, non si dorme mai per non perdere il posto” – ci dicono – La questura concede solo alcuni slot per fissare appuntamenti, e così ci si accampa come si può”.
Coperture di fortuna con teli di plastica blu, le borse con i viveri, per sopravvivere in coda. In fila c’è di tutto: la giovane peruviana che scappa dai narcos, il bracciante agricolo del Bangladesh che sta rinunciando a qualche giorno di cottimo sulla Pontina. Un’umanità paziente e ordinata, che si stringe su un marciapiede che alcune notti diventa troppo stretto, così ci si fa sfiorare le gambe nel sonno dallo 075 notturno; ci deve essere una santa votata a quella fila, se ancora non è accaduta una tragedia.
In anni di cronache romane, su questa situazione se ne è sentita di ogni, dal racket per i posti che venivano venduti al miglior offerente, all’uomo morto in fila di stenti. Per un periodo dal 2023, dopo le rimostranze formali di alcuni consiglieri comunali, tra i più attivi Nando Bonessio, e l’intervento della C.E.I., la Conferenza episcopale italiana, avevamo registrato una relativa quiete, con solo poche persone a fare la notte (sempre troppe a nostro parere). La situazione sembra essere precipitata da marzo 2026, senza che vi sia stata una risposta operativa da parte della questura.
Il trattamento riservato ai richiedenti asilo è illegale
Grazie all’azione legale dell’associazione A buon diritto onlus, impegnata nella tutela di un cittadino gambiano a cui era stato impedito per 8 volte di presentare domanda, il tribunale di Roma ha sancito che:
Sottoporre persone che vogliono fare domanda d’asilo a file interminabili e nottate al freddo e al gelo fuori dalla questura lede i diritti umani ed è incostituzionale.
Una sentenza sullo stesso tema ha obbligato la questura di Torino a trovare soluzioni differenti per presentare le domande. Così da dicembre 2025 è possibile accedere a un servizio online e a sportelli fisici gestiti da enti del terzo settore quali Pastorale migranti o Croce Rossa, senza inutili attese.
Oltre il marciapiede: una proposta di dignità dei Verdi Avs Roma
Come dimostrato dal caso torinese, le associazioni e gli enti competenti potrebbero aprire sportelli fisici di supporto per assistere i richiedenti protezione internazionale nella compilazione della domanda e nella prenotazione dell’appuntamento. Questo permetterebbe di distribuire il carico amministrativo e, soprattutto, di garantire un’interfaccia umana e professionale che orienti le persone, eliminando la necessità di stazionare fisicamente davanti agli uffici.
Come Verdi di Roma, abbiamo deciso di portare questa battaglia dentro le istituzioni. Stiamo presentando una mozione in tutti i 15 municipi e in Assemblea capitolina per impegnare il sindaco e il prefetto sul tema.
Chiediamo l’attivazione immediata di un tavolo di confronto e l’adozione di modalità di accesso che siano umane, multilingua e integrate con i servizi territoriali, ponendo fine una volta per tutte alle attese notturne. L’azione territoriale ha avuto anche riscontro in parlamento, grazie all’interrogazione presentata dall’on. Filiberto Zaratti, che chiede al ministro competente una riorganizzazione degli uffici.
Dalla gestione retorica, alla gestione pratica
Quello della gestione dei flussi migratori è diventato negli anni un “oggetto politico” cavalcato dalle destre e da alcune sinistre, che hanno inseguito la pancia del Paese e il malcontento relativo a situazioni di criminalità e degrado legate alle migrazioni.
Una retorica “remigrazionista” che trova il suo apice nella scellerata operazione Albania, quasi un miliardo di euro per la gestione di poche centinaia di migranti, e la recente dichiarazione del ministro degli esteri albanese che mette in dubbio la possibilità che i Cpr possano esistere con l’ingresso del Paese in UE.
Viene da chiedersi quale beneficio sistemico avrebbe potuto portare l’investimento di un miliardo sulla gestione ordinaria, quanti giovani avremmo potuto assumere negli uffici e quanto sarebbero migliorate le condizioni di lavoro degli operatori di polizia impegnati a gestire problemi di ordine pubblico creati dallo Stato stesso.
Forse è arrivato il momento di invertire la narrazione e guardare, oltre il dito, la luna: quella abitata dai migranti che producono il 9% del PIL italiano, 177 miliardi di euro. Che riempiono le scuole di bambini e le tavole di prodotti agricoli lavorando in un’industria che senza il loro contributo sarebbe morta. Il costo delle campagne elettorali salviniane lo paghiamo in termini di mancata integrazione e disagio sociale, che si trasforma inevitabilmente in danno economico per il Paese.
La violenza oltre l’asfalto
Ciò che accade in via Patini non è un semplice disservizio, ma una forma di “violenza sistemica”. Diceva l’antropologo Paul Farmer:
è quella violenza invisibile esercitata dalle strutture del potere che impedisce alle persone di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di accedere ai propri diritti.
La fila sul marciapiede diventa così lo scenario di una “sofferenza burocratica” che, come analizzato dal sociologo Pierre Bourdieu, non è un incidente di percorso ma uno strumento di controllo e marginalizzazione:
lo Stato, attraverso l’attesa infinita e l’inefficienza ostentata, riafferma il proprio potere su corpi già vulnerabili, trasformando il diritto d’asilo in un percorso a ostacoli fisico e psicologico.
Sforzarsi di immaginare luoghi più belli e un territorio più curato ignorando la sofferenza prodotta da meccanismi burocratici che attraversano le nostre città renderebbe l’azione ecologista, parafrasando Mendes, un corso di giardinaggio.



