Oggi, 22 aprile 2026, si celebra in tutto il mondo la 56ª Giornata Mondiale della Terra (Earth Day), la più grande mobilitazione ambientale del pianeta che coinvolge miliardi di persone in oltre 190 Paesi. Mentre la consapevolezza globale cresce, il disagio per l’apparente impotenza dei singoli di fronte alle decisioni dei governi si fa sempre più pesante. L’edizione di quest’anno si focalizza sul tema “il nostro potere, il nostro pianeta” e cerca di ribaltare questa narrazione mettendo al centro l’azione delle comunità locali.
Dietro i messaggi di positivi, emerge anche una realtà brutale che non può essere ignorata: siamo in un’epoca di conflitto aperto contro tutti i sistemi viventi. Non si tratta solo di inquinamento, ma di una vera e propria guerra al pianeta alimentata da un modello estrattivista che sacrifica i diritti umani e la stabilità climatica sull’altare del profitto e del riarmo bellico.
La Giornata della Terra 2026 è diversa
Dal manifesto ufficiale dell’Earth Day leggiamo che la Giornata della Terra 2026 è diversa. Questa edizione, la 56ª, punta a sottolineare come la protezione ambientale sia soprattutto resiliente e continua, nonostante l’incertezza politica. Si tratta di un messaggio positivo, che tenta di abbattere un muro di pessimismo o di cruda realtà, se vogliamo metterlo in questi termini.
Il manifesto vuole dirci che i sistemi locali, quindi le città, le scuole, ma anche le singole nazioni, offrono innovazioni, soluzioni comunitarie e consapevolezza ai problemi e che tutto questo non è fittizio, ma solido, qualcosa che resta.
Anche la singola persona conta
Il punto è che ogni persona, si legge ancora nel manifesto, ha il potere di generare un cambiamento. Questo perché ogni giorno è il giorno della Terra attraverso piccole azioni che, compiute con costanza, creano un reale cambiamento.
In una società sempre più individualista, pensarsi come attore del cambiamento sposta il soggetto da “elemento” passivo nella massa a individuo parte di un gruppo. Ma non è soltanto eloquenza fine a se stessa: si possono compiere ogni giorno delle attività che fanno la differenza.
Per sottolineare questo aspetto possiamo guardare a quando è nata la Giornata Mondiale della Terra nel 1970. Una mobilitazione che non è stata soltanto l’immagine di una società attiva, ma anche qualcosa destinato a restare nel tempo. Un impatto immediato, che ha influenzato l’atteggiamento e il comportamento di moltissimi nel corso degli anni.
I piccoli gesti possono fare la differenza. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science, quando una minoranza pari a circa un quarto di un gruppo, la cosiddetta “regola del 25%”, sostiene in modo coerente una posizione, può influenzare progressivamente la maggioranza anche in presenza di un consenso iniziale contrario.
Se siamo spaventati dall’idea che le piccole azioni non possano fare la differenza, dobbiamo in realtà pensarci come parte di quel 25%. Il cambiamento non richiede un’adesione immediata di tutti, basta prendere parte a quella percentuale che vuole che qualcosa cambi davvero.
Non c’è un pianeta B
Accanto alla positività, però, ci deve essere tanta consapevolezza, perché mentre il singolo compra biologico al mercato locale e a km zero, c’è la necessità di riunirsi per gridare con forza che non c’è un pianeta B.
Potremmo anche essere più egoisti e dire che non c’è tempo per la salute, la sicurezza, il lavoro e il futuro nostro e delle persone a cui teniamo, o per il paesaggio che ci ha fatto innamorare e che abbiamo fotografato. L’emergenza climatica è un’urgenza, qualcosa che non si può rimandare.
Il Global Climate Highlights 2025 ci racconta uno scenario sempre più grave, tra i peggiori formulati nel tempo. La temperatura media globale ha raggiunto i 14,97 °C, pari a 1,47 °C in più rispetto all’era preindustriale. Siamo ormai vicini alla soglia critica dei +1,5 °C.
Secondo lo scenario peggiore, l’Europa sarà il continente maggiormente colpito e dovrà prepararsi anche a 2,5 °C in più entro i prossimi 100 anni. Non si tratta soltanto di temperature estive più calde e insostenibili, ma di mancanza di prodotti alimentari e di eventi climatici sempre più estremi che danneggiano ambienti, culture e persone.
Facciamo la guerra al pianeta
Altro aspetto che non possiamo non considerare è l’impatto ambientali dell’economia di guerra. Come scrive Raffaele Crocco, autore dell’introduzione a “Guerra al Pianeta!”:
Dire guerra al pianeta non è usare una formula retorica. È descrivere, finalmente, ciò che accade.
Le guerre non sono solo violenza contro gli esseri umani e non umani, ma sono anche “un sistema economico che ha scelto di difendere i privilegi di pochissimi invece di affrontare le crisi del pianeta che ci ospita”. Oggi la guerra non è più solo conquista di terre, ma di risorse e di tutto ciò che il pianeta ospita. Si invade, si uccide e si inquina per ottenere acqua, terre rare, minerali strategici, energia e persino terre coltivabili.
Ma la conquista ha anche una fase preparatoria, fatta di estrattivismo:
- miniere;
- trivellazioni;
- deforestazione;
- sfruttamento intensivo di suoli e mari.
Scrive Crocco che il pianeta diventa così “un magazzino da svuotare rapidamente”. Le aree più fragili diventano il supermercato per i più ricchi. In questo scenario già di per sé drammatico, la crisi climatica non è solo una conseguenza dello sfruttamento del territorio per produrre armamenti, ma ne è anche la causa. Perché dove c’è scarsità di risorse c’è instabilità sociale e, a loro volta, guerre e conflitti aggravano la crisi climatica.
“Un circolo vizioso e pericoloso che entra a gamba tesa anche su povertà e assenza di diritti”, prosegue Crocco. Secondo le stime, nel 2025 la povertà estrema globale è aumentata al 9,9% della popolazione. Certo, è un miglioramento rispetto al 10,5% del 2022, se non fosse che la situazione è pesantemente aggravata dalla presenza di guerre e instabilità diffusa.
Questa è la 56esima edizione della Giornata della Terra.



