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Home»Rubriche»Città Future»Smart city, perché a Roma il verde urbano è un’infrastruttura (e i dati contano)
Stefano RinaldiDi Stefano Rinaldi

Smart city, perché a Roma il verde urbano è un’infrastruttura (e i dati contano)

Sensori IoT e digital twin possono prevenire crolli e tagli inutili, ma senza gestione pubblica e trasparenza la tecnologia resta opaca
Città Future 31 Gennaio 20265 di Lettura
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Smart city
Perché a Roma il verde urbano è un’infrastruttura.
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Nel dibattito sulle smart cities si parla spesso di mobilità, connettività e servizi digitali, ma molto più raramente si affronta il ruolo centrale del verde urbano. Eppure, in una città come Roma, gli alberi non sono un elemento accessorio del paesaggio: sono infrastrutture ambientali essenziali.

Mitigano le isole di calore, assorbono anidride carbonica, trattengono l’acqua piovana, migliorano la qualità dell’aria e rendono lo spazio urbano vivibile. In un contesto di crisi climatica sempre più evidente, prendersi cura del patrimonio arboreo non è una scelta estetica ma una necessità politica.

Il verde urbano nella smart city

Anche in questo ambito, la tecnologia offre strumenti ormai maturi: l’Internet of Things (IoT) consente di monitorare in modo continuo lo stato di salute degli alberi attraverso sensori installati su tronchi e nel suolo. Questi dispositivi permettono di misurare parametri come l’umidità, lo stress idrico, la stabilità meccanica e le condizioni del terreno, restituendo una fotografia aggiornata e dinamica del verde urbano.

L’obiettivo non è sostituire il lavoro degli agronomi, ma fornire loro dati utili per intervenire in modo preventivo, riducendo abbattimenti inutili, crolli improvvisi e sprechi di risorse.

IoT e digital twin: i dati diventano pianificazione

All’interno di questa logica si inserisce il concetto di digital twin, letteralmente gemello digitale. Si tratta di una rappresentazione virtuale di un sistema reale che, grazie ai dati raccolti dai sensori, consente di simulare scenari futuri, prevedere criticità e pianificare interventi.

Applicato al patrimonio arboreo, il digital twin è uno strumento potentissimo di gestione ecologica della città, capace di trasformare il verde da problema emergenziale a risorsa pianificata.

Il caso Roma: monitoraggio parziale e scelta della privatizzazione

Roma ha avviato un progetto in questa direzione, ma ancora una volta il divario tra le potenzialità della tecnologia e le scelte politiche è evidente. Su oltre trecentomila alberi pubblici presenti sul territorio comunale, quelli effettivamente monitorati attraverso sistemi digitali sono circa ottantatremila.

Un numero che, se presentato senza contesto, potrebbe sembrare rilevante, ma che in realtà rappresenta meno di un terzo del patrimonio arboreo complessivo. Un monitoraggio parziale e insufficiente a garantire una visione sistemica e a prevenire le criticità che ciclicamente emergono in tutta la città. Inoltre, anche in questo caso la gestione del sistema è affidata a soggetti privati.

Il Comune di Roma sceglie consapevolmente di commissionare un servizio, rinunciando al controllo su uno degli elementi più delicati del territorio urbano.

Quando la tecnologia non emancipa

Il risultato è una tecnologia che esiste ma non emancipa. Un sistema che potrebbe migliorare la gestione del verde, ma che viene utilizzato come strumento opaco, incapace di generare fiducia, partecipazione e consapevolezza.

I cittadini assistono a potature drastiche, abbattimenti preventivi e crolli improvvisi senza poter accedere alle informazioni che dovrebbero giustificarli. Il dato, anziché essere un elemento di trasparenza, diventa un’ulteriore barriera tra amministrazione e popolazione.

Una smart city sbagliata

Questa impostazione riflette una visione profondamente sbagliata della smart city, già emersa negli altri ambiti analizzati.

La tecnologia viene introdotta non come infrastruttura pubblica, ma come prodotto da acquistare; non come strumento di pianificazione a lungo termine, ma come soluzione rapida e frammentaria.

Verde e dati come beni comuni

Un approccio realmente ecologista e progressista partirebbe da un presupposto diverso: il verde urbano è un bene comune e i dati che lo descrivono devono esserlo altrettanto. Un sistema di monitoraggio degli alberi dovrebbe essere gestito direttamente dal pubblico, basato su software open source e alimentato da una rete capillare di sensori a basso costo e consumo.

Le università e i centri di ricerca presenti sul territorio potrebbero contribuire all’analisi dei dati e allo sviluppo di modelli predittivi, mentre i cittadini e i comitati di quartiere potrebbero accedere alle informazioni per esercitare un controllo civico consapevole.

Dalla manutenzione alla cura

In questo modo, la tecnologia smetterebbe di essere un elemento estraneo e diventerebbe parte integrante di una politica ambientale strutturale. Il monitoraggio del verde non servirebbe più a giustificare decisioni calate dall’alto ma a costruire una gestione condivisa, orientata alla prevenzione e alla cura.

Una città che si definisce “smart” non può limitarsi a collezionare sensori: deve decidere chi li controlla e a quale interesse rispondono.

Una piattaforma pubblica per i cittadini

Per concludere, un sistema di monitoraggio realmente “smart” dovrebbe prevedere un livello di restituzione verso i cittadini e un loro coinvolgimento diretto. Una piattaforma pubblica, semplice e accessibile, potrebbe non solo mostrare lo stato del verde nei diversi quartieri e spiegare le ragioni degli interventi, ma anche consentire ai cittadini di segnalare in tempo reale criticità evidenti, come alberi inclinati, rami pericolanti, stress idrico o situazioni di degrado.

Queste segnalazioni, incrociate con i dati provenienti dai sensori, permetterebbero di intervenire più rapidamente e con maggiore precisione, trasformando l’osservazione quotidiana di chi vive la città in una risorsa utile per la manutenzione del verde. In questo modo, la tecnologia non sostituirebbe il rapporto tra amministrazione e territorio, ma lo rafforzerebbe, contribuendo a costruire una cultura diffusa della cura del bene comune e riducendo la distanza, oggi enorme, tra decisioni tecniche e percezione dei cittadini.

Roma può essere un laboratorio

Roma ha tutte le condizioni per diventare un laboratorio avanzato di gestione ecologica urbana. Quello che manca, ancora una volta, non è la tecnologia, ma la volontà politica di sottrarla alla logica della privatizzazione e di restituirla alla collettività.

Finché alberi, acqua e dati resteranno trattati come servizi da esternalizzare e non come beni comuni da governare, ogni progetto di smart city resterà incompleto e la città continuerà a perdere pezzi del proprio patrimonio naturale, un albero alla volta.

Autore

  • Stefano Rinaldi
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