I termini vegano, animalista e antispecista vengono spesso usati come sinonimi. In realtà indicano approcci molto diversi al rapporto tra esseri umani, animali e ambiente. Capire cos’è l’antispecismo e in cosa si distingue dal veganismo ci aiuta ad assottigliare la distanza tra scelta politica e scelta alimentare o di salute.
Il Veganuary, che ogni gennaio invita milioni di persone a provare un’alimentazione vegetale è un’azione “vegana” che apre le porte all’antispecismo. Quest’ultimo però è un percorso soprattutto politico. Mangiare vegano non equivale automaticamente a essere antispecisti o a essere animalisti. Si può essere vegani e antispecisti e viceversa, secondo molti, ma è vero anche che la somma di scelte e ideali è un valore aggiunto alla causa.
Cos’è il veganismo: una scelta alimentare
Il veganismo, nella sua definizione più diffusa, è una pratica che esclude il consumo di “prodotti” di origine animale.
Si eliminano dalla propria alimentazione quotidiana, salvo richieste di salute:
- carne;
- pesce;
- latticini;
- uova;
- miele.
Per molte persone nasce come scelta alimentare, per altre come scelta etica, ambientale o di salute. Il veganismo, quindi, descrive un comportamento, non necessariamente una visione del mondo.
Si può essere vegani per ridurre l’impatto ambientale, per motivi di salute, per empatia verso gli animali o anche solo per preferenza personale. In molti casi il veganismo rappresenta un primo passo, concreto e misurabile, verso una riduzione della sofferenza animale e delle emissioni legate all’allevamento intensivo.
Il veganismo, da solo, non mette automaticamente in discussione le gerarchie tra specie.
Chi è animalista e cosa significa esserlo
L’animalismo è un termine ombrello che indica la difesa degli animali, spesso concentrata sul benessere e sulla protezione da abusi evidenti. Storicamente, l’animalismo si è mosso soprattutto sul piano della tutela: migliorare le condizioni di vita degli animali, ridurre le sofferenze più estreme, contrastare il maltrattamento.
Il limite dell’approccio animalista tradizionale è che non sempre mette in discussione l’uso degli animali in sé. Si può essere animalisti e allo stesso tempo accettare l’allevamento, la sperimentazione, la caccia o lo sfruttamento “regolamentato”, purché avvenga in modo ritenuto “più umano”.
L’animalismo spesso chiede meno crudeltà, non necessariamente meno dominio.
Cos’è l’antispecismo: una posizione politica ed etica
L’antispecismo va più a fondo. È una posizione etica e politica che rifiuta lo specismo, ovvero l’idea che la specie di appartenenza giustifichi una “gerarchia di valore tra esseri viventi”. Così come il razzismo e il sessismo discriminano in base a razza e genere, lo specismo discrimina in base alla specie.
Essere antispecisti significa sostenere che la vita e gli interessi degli animali non-umani non valgono meno solo perché non sono umani. Non è una questione di “amare gli animali”, ma di riconoscere che il sistema economico e produttivo attuale si fonda sul loro sfruttamento strutturale.
Per questo l’antispecismo non riguarda solo l’alimentazione, ma:
- l’allevamento intensivo;
- la sperimentazione animale;
- l’industria della moda;
- l’intrattenimento;
- il linguaggio;
- il modello di sviluppo antropocentrico.
Veganismo e antispecismo: il punto di contatto
Un’alimentazione vegetale riduce l’impatto ambientale e la sofferenza animale, ma l’antispecismo mette in discussione l’intero paradigma che considera gli animali risorse, merci o strumenti. Nel contesto della crisi climatica, parlare di antispecismo significa collegare giustizia ambientale, giustizia sociale e giustizia interspecie. L’allevamento intensivo non è solo una questione etica, ma uno dei principali motori di emissioni, deforestazione e consumo di risorse.
In questo senso, iniziative come il Veganuary funzionano anche perché aprono una breccia: normalizzano il cibo vegetale e rendono visibile un’alternativa. Il passaggio successivo, più scomodo, è interrogarsi su perché consideriamo accettabile sfruttare alcune vite e non altre. Lo stesso valore che abbiamo raccontato in un altro approfondimento, quello sulla vita degli animali non-umani durante i conflitti.



