Verso città sostenibili
Un vademecum per rigenerare lo spazio urbano in chiave ecologica e sociale
Premessa:
Questo vademecum si propone di offrire spunti pratici e orientare nella scelta di possibili azioni prioritarie, che valorizzino soluzioni integrate in grado di generare benefici tangibili, anche nel breve periodo.
Rivolto principalmente a chi opera nelle istituzioni e nelle amministrazioni locali, è pensato anche per professionisti, tecnici e cittadini interessati a contribuire alla costruzione di città più resilienti, inclusive e sostenibili.
Introduzione
Il 54% della popolazione mondiale vive in centri abitati, che consumano il 75% delle risorse naturali che entrano nel circuito economico, producono il 50% di tutti i rifiuti, sono responsabili del 60-80% delle emissioni di gas serra[1]. Nello stesso tempo questa popolazione subisce pesantemente le conseguenze ambientali di cui è causa principale, dagli eventi meteorologici estremi alla insicurezza alimentare. Sono insieme vittime e carnefici.
Grande è quindi la responsabilità dei centri abitati, dal villaggio alla megalopoli, e allo stesso tempo grande è il loro interesse a contenere la crisi e i suoi effetti.
Nei confronti del cambiamento climatico chi amministra un centro urbano ha a disposizione due strategie: la mitigazione e l’adattamento.
La mitigazione è l’insieme di azioni volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, per rallentare o arrestare il riscaldamento del pianeta; l’adattamento è invece l’azione di difesa dagli impatti attuali e previsti, in particolare temperature più elevate, precipitazioni più intense e siccità più frequenti. La mitigazione affronta le cause, l’adattamento gli effetti.
Le azioni di mitigazione e quelle di adattamento dovrebbero essere intraprese contemporaneamente, ma i decisori politici sono decisamente molto più inclini alle seconde: le azioni di mitigazione non pagano nel breve periodo, anche se sono le sole che possono risolvere il problema, eliminandone le cause.
Per superare questo ostacolo può essere utile individuare da una parte quelle azioni di adattamento che allo stesso tempo sono azioni di mitigazione, e dall’altra quelle misure di mitigazione che danno luogo ad effetti positivi di natura socioeconomica nel breve periodo, rendendole politicamente appetibili.
Per individuarle, partiamo dagli effetti biofisici del cambiamento climatico sui centri urbani, cioè le sempre più frequenti ondate di calore, precipitazioni intense e periodi di siccità, e da quelli socioeconomici, l’insicurezza alimentare (che è pure causa importante delle migrazioni) e la crescita della disuguaglianza (a pagare di più la crisi ambientale sono i più poveri).
Le priorità per le grandi città
Gli effetti più gravi e immediati del cambiamento climatico, alla scala urbana, sono di natura biofisica (le sempre più frequenti ondate di calore, precipitazioni intense e periodi di siccità) e di natura socioeconomica (l’insicurezza alimentare e la crescita della disuguaglianza, con l’aggravante che a pagare di più la crisi ambientale sono i più poveri).
Le ondate di calore
Le ondate di calore, cioè i periodi di numerosi giorni consecutivi con temperature elevate, sono esacerbate, in città, dall’effetto chiamato “isola di calore” che comporta temperature maggiori di quelle che si registrano fuori dal perimetro urbano (Figura 1). Il fenomeno è causa di incremento della letalità: si è stimato[2] che in Italia nel 2022 si siano verificati circa 18.000 decessi a causa delle ondate di calore, con in cima alla lista anziani, bambini e soggetti affetti da malattie cardiovascolari, respiratorie e da diabete.
La misura più efficace di adattamento contro le ondate di calore è l’aumento delle superfici destinate al verde urbano (Figura 2). È una misura win-win da tutti i punti di vista: gli alberi e la vegetazione raffreddano le città ombreggiando il terreno e attraverso l’evapotraspirazione, in più assorbono CO2 svolgendo pure la funzione di mitigazione. Come se non bastasse il verde arricchisce il tessuto urbano, migliora la qualità della vita e contribuisce al mantenimento della biodiversità. È importante che le aree verdi siano confinanti, in modo da creare i cosiddetti corridoi ecologici, che favoriscono la biodiversità. Naturalmente il verde va incrementato tenendo conto, come si doveva fare anche prima e spesso non si è fatto, dei possibili effetti negativi, quali il dissesto dei marciapiedi e della superficie stradale a causa delle radici, pollini che scatenano allergie, frutti resinosi che cadono sulle auto posteggiate, ecc. Una gestione attenta del verde urbano, come previsto dai più recenti regolamenti del verde (come ad esempio per la città di Roma), è fondamentale per città più vivibili e sicure.
Nelle politiche di sviluppo del verde urbano e peri-urbano si collocano gli orti, che non sono così efficaci come gli alberi per rinfrescare e per assorbire CO2, ma hanno il vantaggio di innescare attività economiche e di accorciare la filiera produzione-consumo. Gli orti comunitari hanno pure un valore sociale e possono aiutare a combattere l’aumento del costo dei prodotti alimentari derivante dall’aumento della frequenza degli eventi meteorologici estremi. Ancora un win-win mitigazione-adattamento che dovrebbe indurre le amministrazioni locali a guardare con maggiore attenzione a questo aspetto della pianificazione urbana.

Figura 1 – Isola di calore urbana
I benefici portati dagli alberi in città[3]
Raffreddano l’aria, e quindi riducono il consumo di energia per il condizionamento
Filtrano gli inquinanti e il particolato fine
Assorbono fino a 150 kg/anno di CO2, contribuendo alla mitigazione
Favoriscono il benessere psichico

Figura 2 – Il verde in città
Superfici stradali e marciapiedi di colore scuro contribuiscono alla formazione dell’isola di calore urbana, a causa del surriscaldamento quando esposti al sole. Bisogna quindi usare materiali di colore il più possibile chiaro.
Col verde, gli effetti delle ondate di calore si attenuano, non si eliminano, e per questo occorre che si predispongano centri condizionati, cioè luoghi facilmente accessibili in cui i soggetti fragili, quali gli anziani e i bambini, possano facilmente rifugiarsi se non possono permettersi l’aria condizionata in casa.
Gestione dell’Acqua e Resilienza Idraulica
Non sempre gravi per quanto riguarda il numero di vite umane perdute, ma causa di notevoli danni economici sono le precipitazioni intense, le cosiddette “bombe d’acqua”, con i relativi disastrosi allagamenti: eventi con cui dovremo misurarci sempre più spesso.
La prima azione di adattamento da perseguire per ridurre gli effetti delle precipitazioni intense è quella di aumentare la permeabilità del suolo urbano. Per questo le stesse politiche suggerite per combattere gli effetti dell’isola di calore urbana, cioè alberi, aiuole, parchi, e agricoltura urbana servono pure a contenere gli effetti delle piogge intense, oltre ad aumentare l’assorbimento di CO2. Per esempio, gli alberi ai bordi delle strade, nelle aiuole, dovrebbero essere sempre inseriti in uno spazio di terreno scoperto il più ampio possibile, per permettere l’assorbimento dell’acqua piovana.
Asfalto pervio, pavimentazioni drenanti e trincee infiltranti sono tutte misure di adattamento che contribuiscono tanto a ridurre l’effetto isola di calore quanto, sia pure in misura limitata, ad aumentare l’assorbimento di CO2 grazie alla piccola vegetazione che è libera di crescere nei sia pur piccoli spazi permeabili, in terra. Importante, per questo, è avviare una politica di “depaving”, rimozione delle superfici impermeabili dovunque sia possibile.
Le pavimentazioni impermeabili, quali marciapiedi, posteggi e tutte quelle aree per le quali è possibile farlo, dovrebbero essere sostituite da sistemi come quelli indicati in Figura 3.

Figura 3 – Sistemi per favorire il drenaggio dell’acqua piovana
Un importante difesa contro gli effetti dannosi provocati dalle precipitazioni intense nei centri abitati è la raccolta dell’acqua piovana dai tetti (Figura 4), introducendo nei regolamenti edilizi l’obbligo, negli edifici nuovi e nelle ristrutturazioni profonde di quelli esistenti, di dotarsi di un sistema di raccolta e accumulo dell’acqua che piove sui tetti. In questo modo, progressivamente una quantità sempre più grande dell’acqua che precipita sul centro abitato sarà intercettata e, impedendo che vada ad aggiungersi a quella che cade sugli spazi aperti, e riducendo quindi la possibilità che si abbiano allagamenti. Naturalmente il regolamento edilizio dovrà anche imporre la realizzazione di un secondo circuito dell’acqua, non potabile, per distribuire e utilizzare quella piovana accumulata per funzioni che non richiedono la potabilizzazione, quali lo sciacquone, il lavaggio dei pavimenti, l’innaffiamento delle piante, il lavaggio dell’auto, ecc.

Figura 4 – Raccolta acqua piovana e piazze d’acqua (Rotterdam)
Una soluzione alternativa che va nella direzione di ritardare il flusso d’acqua che dai tetti si riversa nelle strade e nel sistema fognario durante le “bombe d’acqua” e data dai tetti verdi, che sono in grado di assorbire l’acqua e rilasciarla successivamente e lentamente. Naturalmente nulla vieta di combinare le due cose, tenendo anche conto dell’effetto positivo che i tetti verdi possono avere dell’attenuazione dell’isola di calore urbana.
Un’ulteriore azione contro le bombe d’acqua è quella di realizzare, ove possibile, le cosiddette “piazze d’acqua”, ovvero delle piazze, nuove o esistenti, che siano posizionate a un livello più basso rispetto al piano stradale, in modo che possano riempirsi, accumulando temporaneamente l’eventuale eccesso di precipitazione.
Un altro effetto del cambiamento climatico sull’acqua è la sua mancanza, che si verifica sempre più di frequente a causa dei periodi di siccità. Anche questo è un fenomeno che richiede azioni di adattamento, e in questa direzione vanno le misure adottate contro le precipitazioni intense, quali asfalto pervio, pavimentazioni drenanti e trincee infiltranti perché favoriscono la ricarica delle falde acquifere, rendendo acqua disponibile per periodi di tempo più lunghi. Allo stesso modo la raccolta dell’acqua piovana permette di ridurre la quantità di acqua proveniente da corsi d’acqua o sorgenti, che durante i periodi di siccità riducono il loro potenziale.
Il trattamento e il riuso delle acque reflue è un’altra azione di adattamento, dato che riduce la quantità di acqua primaria necessaria, acqua che diventa indisponibile o disponibile in quantità ridotte durante i periodi di siccità. Se il processo di trattamento delle acque reflue include la digestione anaerobica dei fanghi, allora all’adattamento si aggiunge la mitigazione, in quanto il biogas prodotto è una fonte energetica rinnovabile, il cui impiego consente di eliminare le emissioni dovute causate dal combustibile fossile che sostituisce. Ma c’è di più, perché se il digestato, cioè i fanghi del digestore anaerobico, viene opportunamente trattato, può essere usato come fertilizzante, evitando quindi la produzione, con le relative emissioni, di fertilizzante artificiale.
Mobilità e Progettazione Urbana a Basse Emissioni
Il settore trasporti ha un grande peso nel bilancio delle emissioni urbane, e la strada maestra verso l’azzeramento delle emissioni dovute alla mobilità passa attraverso la drastica riduzione del numero delle auto circolanti. È una linea, questa, condivisa in tutti gli scenari di decarbonizzazione al 2050 applicati alle città dei paesi sviluppati, e si basa sulla revisione del concetto di mobilità, puntando a un modello urbano che permetta a tutti, in ogni quartiere o in ogni piccolo centro, di soddisfare la maggior parte dei bisogni quotidiani a breve distanza dalla propria abitazione. Questo modello si attua attraverso una distribuzione spaziale dei servizi fatta in modo tale che quelli di uso più frequente (negozi di alimentari, scuola, bar, ecc.) siano a una distanza, da ciascuna abitazione, percorribile in non più di 5-10 minuti a piedi[4]. Parigi è stata all’avanguardia nell’adozione del modello, con la cosiddetta città dei 15 minuti. In una simile prospettiva, integrata in un sistema che contempla una rete capillare di piste ciclabili, servizi di car sharing elettrico e trasporto pubblico ben organizzato (Figura 5), il parco auto urbano è destinato ad assottigliarsi sempre di più, liberando spazio per il verde e per le aree pedonali, da realizzare con pavimentazioni pervie. La città dei 5-10 minuti è quindi non solo una misura di mitigazione (meno auto, meno emissioni) ma anche di adattamento alle ondate di calore, alle precipitazioni intense e alle siccità. Del resto, è nella cultura urbana italiana che la vita si è storicamente organizzata attorno a una piazza, a un mercato, in spazi pubblici in cui si cammina, ci si incontra, e si scambia. Un modello basato sulla prossimità e sulla relazione, dove le funzioni della città convivono in un tessuto sociale in movimento in quartieri che sono anche socio-economicamente diversificati, in modo da permettere di includere i lavoratori dei servizi e non costringerli a lunghi spostamenti per raggiungere il posto di lavoro. Una visione ben diversa da quella più recentemente diffusasi di città segmentate, confinate in spazi temporanei come centri commerciali raggiungibili solo in auto. E ci sono altri vantaggi, perché decentrando i servizi si crea una città “a misura d’uomo” composta da quartieri/piccoli centri ricchi di vita, con un’altra ricaduta, quella occupazionale derivante dal ritorno di numerose piccole attività di varia natura. In questo quadro occorre non autorizzare più centri commerciali, centri direzionali e tutte le strutture che concentrano servizi e spingono all’uso dell’auto.
Per realizzare la città dei 5-10 minuti occorre che l’amministrazione comunale faccia scelte politiche coraggiose, contro gli interessi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), agevolando i piccoli negozi e i laboratori artigiani attraverso facilitazioni fiscali e incentivi e garantendo la disponibilità di abitazioni per una ampia varietà di redditi.

Figura 5 – La città dei 5-20 minuti, che include la disponibilità di trasporto pubblico efficiente e sostenibile, car e bike sharing e piste ciclabili
Economia Circolare ed Efficienza delle Risorse
Le città non si nutrono solo di combustibili fossili e di elettricità per funzionare, ma hanno bisogno anche di materiali, di prodotti, di cibo, di acqua. Il punto è che tutti i prodotti, grezzi o finiti, e il cibo, che entrano in città contengono le cosiddette emissioni incorporate, cioè le emissioni causate dal processo che va dall’estrazione della materia prima fino al trasporto del prodotto nel luogo in cui si usa e al suo smaltimento. Quindi ogni bene, per essere realizzato e per essere pronto per l’uso, porta con sé un fardello di emissioni (l’impronta di carbonio) che di solito vengono attribuite al produttore, il che è scorretto, perché se quel bene non servisse all’utente finale non verrebbe nemmeno prodotto, e non ci sarebbero le relative emissioni. Per questo è stato introdotto il concetto di emissioni consumate, che sono quelle prodotte per il funzionamento degli edifici, dei trasporti dei servizi e dell’industria più quelle incorporate nei beni e servizi importati, meno quelle incorporate nei beni e servizi prodotti nella città ma esportati. In coerenza con questo approccio la Commissione Europea ha sviluppato un nuovo indicatore, l’impronta del consumo (consumption footprint[5]) da usare per misurare le prestazioni ambientali dei singoli stati membri e dell’UE nel suo complesso, ma applicabile anche a scala urbana.
Dunque, un centro urbano che vuole mettere in atto azioni di mitigazione deve cercare di contenere le emissioni consumate, non solo su quelle di funzionamento.
E qui entra in gioco l’economia circolare, uno dei pilastri del Green Deal Europeo.
Secondo la Commissione Europea[6], in una logica di economia circolare i prodotti dovrebbero essere a bassa impronta di carbonio, durevoli, riusabili, rigenerabili, riparabili e, alla fine del loro ciclo di vita, facilmente riciclabili, estendendone così la vita il più possibile e uscendo dal modello lineare estrai-produci-usa-getta[7] (Figura 6). In questa logica il flusso di rifiuti è minimo, si riduce la produzione e aumenta la manutenzione.

Figura 6 – Economia lineare ed economia circolare
Per realizzare questo obiettivo occorre che vengano sviluppati i servizi necessari (riparazione, noleggio, prestito, scambio o condivisione, ecc.) e che si incoraggino i cittadini a orientarsi verso questi servizi invece dell’acquisto di nuovi prodotti in sostituzione dei vecchi.
Cosa ha il diritto di aspettarsi dalla sua amministrazione locale il cittadino virtuoso che vuole seguire le regole dell’economia circolare?
Intanto ci sono le azioni riguardanti l’alimentazione, e la prima, forse la più importante anche per il valore educativo che ha, è l’attenta scelta del cibo fornito dalle mense scolastiche. I pasti dovrebbero garantire l’ottimizzazione fra le esigenze ambientali (minima impronta di carbonio e impatto sulla biodiversità) e quelle di una sana alimentazione, che per fortuna coincidono, come dimostrato Commissione EAT-Lancet[8].
Poi ci sono i rifiuti. Tra le componenti principali ci sono gli imballaggi monouso, di plastica e di cartone che, oltre a costituire un flusso di emissioni incorporate, costituiscono anche un onere per la raccolta e lo smaltimento. La riduzione di questo flusso, quindi, presenta vantaggi non solo ai fini della mitigazione, ma anche economici e per questo l’amministrazione locale deve scoraggiare l’uso della plastica per gli imballaggi monouso, attraverso regolamenti o forme di incentivazione che promuovano la vendita di prodotti sfusi o con imballaggi riusabili, mediante, per esempio, opportune tariffe relative alla raccolta dei rifiuti.
Molto importante è pure far crescere l’industria locale della riparazione, del riutilizzo, dello scambio, del noleggio dei beni, collaborando con le imprese, le organizzazioni non profit e i volontari già attivi in questo settore. Le città possono istituire strutture di riparazione, riutilizzo e “biblioteche dell’attrezzo”, che consentono di prendere in prestito un’ampia gamma di attrezzi e in genere beni di cui si ha bisogno solo di rado.
La promozione dell’economia circolare a livello locale si riflette non solo nella riduzione delle emissioni ma anche nell’aumento delle attività economiche e dell’occupazione. Ci si sposta infatti da un modello economico basato sulla produzione-consumo-scarto a uno che contempla un largo spazio alla manutenzione e al riuso. Attività, queste ultime, che possono avere luogo solo localmente, mentre la produzione avviene di solito altrove. Questo è tanto più vero per i comuni del sud Italia, che dall’adozione dell’economia circolare avrebbero grande beneficio.
L’economia circolare entra prepotentemente nella gestione dei rifiuti urbani, organici e inorganici.
La gestione dei rifiuti organici da parte delle aziende dei servizi pubblici locali, se basata sui principi dell’economia circolare, permette di avere ricadute positive sia sulla mitigazione che sull’adattamento. Quelli contenuti nelle acque reflue possono essere soggetti a un processo di fermentazione anaerobica (si fa già in molte città), che li trasforma in biogas ricco di metano, il biometano, fonte rinnovabile, che può usarsi al posto del metano fossile. Le acque depurate, poi, possono essere riusate per l’irrigazione degli orti urbani e periurbani o del verde urbano in generale e i fanghi che derivano dalla digestione anaerobica possono essere trattati per usarli come fertilizzante organico (Figura 7). Una ideale combinazione fra vantaggi immediati per la comunità, che riceve nuovi servizi e attività economiche, e la mitigazione, dato che si usa una fonte rinnovabile (il biometano) e si evitano le emissioni legate al processo di produzione del fertilizzante artificiale che quello organico va a sostituire. Il riuso delle acque depurate, inoltre, è un’efficace azione di adattamento alle siccità.
Anche i rifiuti alimentari possono essere avviati a un digestore anaerobico per produrre biogas e fertilizzante, con le stesse possibili utilizzazioni viste prima.

Figura 7 – Sistema di trattamento delle acque reflue che minimizza l’impronta di carbonio e idrica del centro abitato
Sempre nello stesso ambito si pongono azioni che possono essere intraprese in relazione agli sprechi alimentari. Un terzo del cibo prodotto a livello globale viene perso o sprecato (in Italia 37 kg pro-capite all’anno[9]) e i rifiuti alimentari sono responsabili di circa l’8% delle emissioni globali di gas serra[10]. Per contribuire alla riduzione degli sprechi alimentari i comuni potrebbero favorire la creazione di centri di raccolta, distribuzione ai meno abbienti, collaborazione col terzo settore, incoraggiare la riduzione e il recupero dei rifiuti alimentari da parte di alberghi, ristoranti, imprese di catering e vendita al dettaglio di prodotti alimentari, espandere i sistemi per la donazione sicura degli alimenti e affrontare le barriere politiche. Lotta alla povertà e al cambiamento climatico insieme.
3. Priorità per le piccole Città e i territori
Le piccole città, i centri urbani di dimensioni contenute e i loro territori sono spesso considerati secondari rispetto alle grandi metropoli. Eppure, proprio grazie alla loro scala più gestibile ed alla loro forte integrazione con i territori non urbanizzati (agricoli, naturali e seminaturali), possono diventare pionieri e veri laboratori della sostenibilità e della resilienza urbana. Per farlo, però, occorre riconoscerne l’importanza strategica per la sostenibilità globale del Paese (interessano, infatti, il 70% del territorio italiano ed il 45% della popolazione italiana) e mettere in campo strategie chiare e integrate, capaci di affrontare contemporaneamente la sfida climatica, sociale ed economica.
Piani di area vasta
Non sono pensabili interventi sulla dotazione interna di verde urbano delle città senza connettersi a più vaste reti ambientali e corridoi ecologici riconoscibili nei territori che circondano e incorporano le città. Allo stesso modo, non sono pensabili interventi mitigativi sulla sostenibilità urbana senza gestire in maniera integrata gli input e gli output che ogni città intrattiene con i suoi territori di riferimento. Nel primo caso si tratta di pianificazione strutturale che comporta anche regolamentazioni degli usi del suolo mentre, nel secondo caso, si tratta di pianificazione metabolica la quale deve mirare ad un equilibrio sostenibile tra input ed output (di acqua, cibo, energia, materia ecc.).
Gli strumenti di pianificazione devono essere previsti dalle apposite leggi regionali mentre, le aree vaste da interessare con i piani di area vasta devono essere previste in appositi piani regionali.
Infrastrutture Resilienti e Soluzioni Locali
Il verde urbano come prima infrastruttura
Nel futuro delle piccole città, come nelle grandi, il verde non è più solo un elemento estetico: è un’infrastruttura strategica.
La vegetazione, soprattutto se progettata con criteri ecologici e locali, diventa un “servizio ecosistemico” fondamentale, aiutando anche a rafforzare la biodiversità urbana.
Energia e acqua: la decentralizzazione come chiave di resilienza
Le piccole città possono e devono puntare su sistemi decentralizzati di produzione energetica.
Con l’abbassamento dei costi delle tecnologie fotovoltaiche e di accumulo, è oggi possibile installare micro-reti locali alimentate da energia rinnovabile, integrando anche soluzioni di mini-eolico e biogas.
Lo stesso vale per la gestione dell’acqua: raccolta dell’acqua piovana, fitodepurazione naturale delle acque reflue e sistemi di riuso diventano strumenti concreti per garantire l’approvvigionamento e ridurre la pressione sulle risorse.
Il metabolismo urbano circolare
UN-Habitat promuove il concetto di metabolismo urbano circolare: ogni città deve diventare capace di riutilizzare le proprie risorse, chiudendo i cicli di energia, acqua e materiali.
Nelle piccole città questo è ancora più facile: piccole comunità possono gestire compostaggio locale, sistemi di riuso delle acque e produzioni energetiche di quartiere, favorendo modelli virtuosi ed economicamente sostenibili.
Vitalità Economica e Sociale
Una città resiliente non è solo più verde: è anche una città viva, coesa, più giusta e capace di creare opportunità.
Agricoltura urbana e filiere corte
L’agricoltura urbana e periurbana offre vantaggi immediati:
- migliora la sicurezza alimentare;
- riduce le emissioni da trasporto;
- rafforza la coesione sociale;
- offre spazi educativi per bambini e giovani.
Realizzare orti comunitari, incentivare piccoli mercati contadini e promuovere filiere alimentari corte significa anche creare lavoro locale e dare nuova vita a terreni abbandonati o incolti.
Economia circolare per il rilancio dei centri minori
Le piccole città possono guidare una nuova economia circolare, basata sul riuso, la riparazione e il riciclo.
Creare centri di riparazione, biblioteche degli oggetti, mercatini dell’usato e laboratori artigianali non solo riduce i rifiuti ma crea nuove occasioni di lavoro e valorizza il capitale umano locale.
Pianificazione a uso misto e città dei 10 minuti
Una città viva è una città compatta, dove abitare, lavorare, studiare e svagarsi avvengono a distanze ridotte.
Favorire quartieri a uso misto permette di:
- ridurre il traffico e l’inquinamento;
- migliorare la salute dei cittadini;
- rendere le strade più sicure e animate.
Il modello della città dei 10 minuti, dove ogni servizio essenziale è raggiungibile in pochi passi, è perfetto anche per i piccoli centri, che possono così offrire una qualità della vita superiore senza bisogno di grandi investimenti infrastrutturali.
Turismo sostenibile
il turismo è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. Dai voli alle crociere, dai souvenir all’alloggio e al cibo, molte sono le attività che contribuiscono all’impronta di carbonio del turismo (Figura 8[11]).

Figura 8 – Componenti dell’impronta di carbonio del turismo
Ma non c’è solo l’impatto ambientale, c’è anche quello sociale. Le città a più alta attrazione turistica (e in Italia ce ne sono molte) sono soggette al degrado del tessuto sociale e alla perdita di diversificazione delle attività produttive. I residenti vengono scacciati dai centri storici per fare posto agli affitti brevi destinati ai turisti, le attività commerciali e artigianali scompaiono sostituite dalla monocoltura della ristorazione e dell’intrattenimento. Le città tradizionalmente studentesche perché sede di università scacciano gli studenti per i prezzi troppo alti delle abitazioni. La stagionalità del turismo favorisce l’occupazione precaria e spesso sottopagata. La ricchezza portata dal turismo si concentra sempre di più in poche mani, quelle di chi ricco era già.
Tutto questo può e deve essere evitato, attraverso coraggiose opportune misure, che nella maggior parte dei casi sono politicamente impopolari perché i vantaggi si vedranno nel lungo termine. Attrarre viaggiatori, cioè persone che vogliono esplorare nuove realtà culturali trattenendosi in un luogo per qualche giorno, al posto dei turisti mordi e fuggi, oltre a evitare le negatività di oggi per le città storiche, è anche un’importante opportunità di rivitalizzazione per i piccoli centri soggetti all’abbandono dei giovani. Un’iniziativa in questa direzione che comincia a svilupparsi ed è da prendere in considerazione è quella di favorire la creazione di infrastrutture e servizi per attrarre i cosiddetti nomadi digitali.
Iniziative comunitarie e cittadinanza attiva
Promuovere cooperative energetiche, orti sociali, centri culturali partecipativi significa rafforzare il senso di comunità.
Le piccole città, grazie alla loro scala, possono facilitare il coinvolgimento diretto dei cittadini nella gestione di beni e servizi pubblici, aumentando la resilienza sociale e la capacità di risposta alle crisi.
4. Costruire Città più Resilienti e Sostenibili
Un approccio integrato
Per rendere le città davvero sostenibili non basta agire su singoli aspetti: serve un approccio integrato, che tenga insieme ambiente, economia e società.
Le azioni devono combinare:
- mitigazione del cambiamento climatico;
- adattamento agli impatti già in corso;
- sviluppo economico locale sostenibile;
- rafforzamento della coesione sociale.
Strumenti politici e finanziari
Pianificazione e regolamentazione
Non sono pensabili interventi sulla dotazione interna di verde urbano delle città senza connettersi a più vaste reti ambientali e corridoi ecologici riconoscibili nei territori che circondano e incorporano le città. Allo stesso modo, non sono pensabili interventi mitigativi sulla sostenibilità urbana senza gestire in maniera integrata gli input e gli output che ogni città intrattiene con i suoi territori di riferimento. Nel primo caso si tratta di pianificazione strutturale che comporta anche regolamentazioni degli usi del suolo mentre, nel secondo caso, si tratta di pianificazione metabolica la quale deve mirare ad un equilibrio sostenibile tra input ed output (di acqua, cibo, energia, materia ecc.).
Gli strumenti e le specifiche modalità di pianificazione devono essere previsti dalle apposite leggi regionali mentre, le aree vaste da interessare con i piani di area vasta devono essere previste in appositi piani regionali. Da questo punto di vista, tuttavia, una legge nazionale di principi per il governo del territorio (secondo la Costituzione, dal 2001, materia concorrente tra Stato e Regioni), che accorpi anche le tanto attese norme sulla rigenerazione urbana e territoriale e sul consumo di suolo, non è più rinviabile. Piani e programmi dovranno prevedere inoltre:
- Obbligo di infrastrutture verdi nei nuovi piani urbanistici.
- Incentivi per l’uso di energie rinnovabili, materiali a basso impatto e sistemi di raccolta delle acque.
Finanza innovativa
- Accesso a fondi europei e nazionali per progetti di rigenerazione urbana verde.
- Emissione di “green bonds” municipali per finanziare infrastrutture verdi e sostenibili.
Partnership locali
- Creazione di cooperative energetiche, idriche e per la gestione dei rifiuti.
- Coinvolgimento delle imprese locali, delle scuole, delle associazioni civiche.
In sintesi
Le città sono il luogo in cui la sostenibilità può diventare realtà concreta.
Investendo in infrastrutture verdi, sistemi decentralizzati, economia circolare e partecipazione comunitaria, le città possono trasformarsi in modelli di resilienza, innovazione e benessere.
La costruzione di città più resilienti e sostenibili non è solo un’urgenza climatica: è un’opportunità straordinaria di rinascita sociale, economica e culturale.
Gruppo urbanistica – Comitato Scientifico Etico Verdi
Federico Butera
Amerigo Blosi
Sandro Fabbro
Angelo Facchini
Fabrizio Frosina
Beniamino Rega
Stefania Romano
Sergio Ulgiati
[1] UN- Habitat, Urban energy – https://unhabitat.org/topic/urban-energy#:~:text=To%20run%20their%20activities%2C%20cities,the%20world%27s%20total%20greenhouse%20gases – scaricato il 29.08.2023
[2] J. Ballester et al., Heat-related mortality in Europe during the summer of 2022, Nature Medicine, 10 July 2023 – https://doi.org/10.1038/s41591-023-02419-z
[3] FAO, https://openknowledge.fao.org/items/72d6e8ed-90ff-4f61-a54b-00e57e3c4ad3
[4] EpHC (2000). Urban Design Compendium. English partnerships & The Housing Corporation –
https://webapps.stoke.gov.uk/uploadedfiles/Urban%20Design%20Compendium%201.pdf
[5] European Commission, Consumption Footprint Platform | EPLCA – https://eplca.jrc.ec.europa.eu/ConsumptionFootprintPlatform.html
[6] COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO, AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE EUROPEO E AL COMITATO DELLE REGIONI – Un nuovo piano d’azione per l’economia circolare Per un’Europa più pulita e più competitiva, Bruxelles, 11.3.2020 COM(2020) 98 final – https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:9903b325-6388-11ea-b735-01aa75ed71a1.0020.02/DOC_1&format=PDF
[7] Adattato da: C. Migliorini, La Sostenibilità attraverso l’Economia Circolare Transnazionale (SCRCE), Commissione Europea, 20 aprile 2020, https://epale.ec.europa.eu/it/blog/la-sostenibilita-attraverso-leconomia-circolare-transnazionale-scrce
[8] The EAT-Lancet Commission on Food, Planet, Health, The Planetary Health Diet, https://eatforum.org/lancet-commission/cities/
[9] D. Marinoet al., (2020), Cibo, Città, Sostenibilità. Un tema strategico per l’Agenda 2030, ASVIS, Roma. ISBN 9788894528015 – https://asvis.it/public/asvis2/files/Approfondimenti/PositionPaperGdL_Goal_2FINAL.pdf
[10] C40 Cities Climate Leadership Group, C40 Knowledge Hub, How to manage food waste and organics on the path towards zero waste, may 2019 – https://www.c40knowledgehub.org/s/article/How-to-manage-food-waste-and-organics-on-the-path-towards-zero-waste?language=en_US
[11] Sustainable Travel International, Carbon Footprint of Tourism, 2024 – https://sustainabletravel.org/issues/carbon-footprint-tourism/
