Amarcord della zappa
Chi scrive lo fa al calare della sera, dopo una doccia calda, e comincia a sentire dolori su muscoli che aveva dimenticato di avere. È in questo momento che penso a quel mio nonno contadino che la zappa la portò avanti tutta la vita, quando la terra era bassa sul serio e gli uomini della mia età avevano le mani gonfie, le rughe profonde scavate dal sole. I dolori me li sono procurati passando una bella mattina in un “ex non luogo”, un’area verde di tre ettari vicina a largo Preneste, ad aiutare nelle piantumazioni e nel diserbo le volontarie che se ne stanno prendendo cura e che lo hanno chiamato “Boschetto Prenestino”.
È uno di quei luoghi sospesi su un crocevia potenziale. Potenziale area adibita a verde pubblico secondo il piano regolatore, potenziale discarica secondo gli incivili che hanno trovato fratte accessibili per scaricare ingombranti e calcinacci, potenziale parcheggio per ignoti che hanno pavimentato con ghiaia e asfalto una vasta porzione di verde per ricavare posti auto, potenziale micro accampamento per persone marginalizzate. Ultimo ma non per importanza, potenziale luogo di comunità, visto il movimento vivace di cittadini che sta sostenendo il progetto di recupero.
Di buzzo buono, con una ragazza olandese tracciamo una linea di confine tra la terra e l’asfalto del parcheggio avanzato, diciamo “riprendiamoci qualche metro”. Mi racconta la sua vita: Spagna, Perù, Portogallo; è rimasta qui per il Covid e a Roma Est, tra Torpignattara e Pigneto, ha trovato un posto nel mondo e se ne vuole prendere cura.


Maria, Egle, Luca: da “Alberi e Verde in quinto” al Boschetto Prenestino
La persona che mi ha introdotto in questo luogo è Maria Privitera, ex insegnante di arti grafiche in pensione. Forse avrà appreso da quegli anni passati tra Ripeƫa, il famoso liceo artistico vicino a via del Corso a Roma, e altri licei, la capacità di aggregare giovani su progetti. “Qui ce ne sono tanti attivi”, mi dice Maria, e che il “Boschetto Prenestino” è una sorta di proseguimento del lavoro del gruppo informale “Alberi e Verde in quinto”, che negli anni passati ha fatto una battaglia per la salvaguardia dei pini della Prenestina dal sicuro abbattimento, con cure endoterapiche, grazie all’interesse dei cittadini e della consigliera Evita Cammerino. Si occupavano inoltre del trasferimento di alberi sani a rischio abbattimento per cantieri stradali e della ricerca di aree dove piantarli: sono approdati qui.
Parlo con Egle, una grafica e illustratrice dal carattere forastico, che mi dice che stranamente qui ha un gran piacere a stare con gli altri: “si vede che c’è del buono”. Mi racconta che tutto è iniziato a marzo, quando, dopo un incontro con l’associazione “Anonima Riforestazioni”, si paventava la possibilità di avere 4-5 alberi per il Boschetto Prenestino. Dopo il sopralluogo dell’associazione, si valuta l’idoneità a piantarne ben 150. Così, a marzo, una cinquantina di volontari riescono nell’impresa.
Ma la creazione di una foresta urbana non è un progetto di una semplice giornata: per far crescere alberi partendo da piccoli arbusti ci vuole continuità, annaffiamenti, pacciamature, insomma una cura perpetua che a sei mesi dall’avvio del progetto non sembra essersi spenta. Anzi, i volontari aumentano, e a turni se ne sono visti quasi duecento. Tra giovani, anziani, famiglie, qui sembrano essere passate tutte le specie di “essere urbano”.
Intanto provo a intervistare Luca, un giovane sui venticinque anni che sembra saperne di botanica. Mi dicono venga da Anonima Riforestazioni. Lo vedo coordinare abilmente i volontari spaesati come me; ma nulla, non ce la faccio a stargli dietro: spala, vanga, pianta ad un ritmo forsennato in barba alla retorica dei giovani fannulloni. Appena tento una domanda, si preoccupa che l’apparire in articolo possa essere un gesto solipsistico non utile a quella piccola collettività, così tra un rinvio e una picconata penso che Luca, col suo diniego, abbia risposto alla domanda: “che cosa volete essere?” – Risposta: “una comunità”.
Un punto di socializzazione trasversale: dal sogno al progetto
Il boschetto, col passare dei mesi, va aggregando e unendo persone di diversa estrazione sociale: abitanti dei palazzi vicini, impiegati, operaie, ricercatori del CERN, operatori dei servizi di salute mentale, studenti universitari. Trovano nella pratica del prendersi cura un contesto accogliente dove sentirsi comunità.
La costanza e le buone intenzioni ripagano del lavoro fatto, tanto che nasce un rapporto con l’amministrazione locale, in particolare con l’assessore del Verde del V Municipio, Edoardo Annucci, fino ad arrivare all’assessora all’Ambiente di Roma Capitale, Sabrina Alfonsi, che stanno valutando di cedere l’area al “Boschetto Prenestino” tramite patti di collaborazione previsti dal regolamento comunale.
Un incentivo che ha spinto il gruppo ancora informale a costituirsi in associazione, per diventare un vero hub socio-ambientale cittadino, promuovendo attività quali: percorsi sportivi, un vivaio condiviso, un “Plant Crossing” dove donare e scambiare piante e semi, creare spazi di dibattito e condivisione e meditazione. Insomma, i sogni sono tanti quanto quegli alberelli che crescono sani, nonostante la torrida estate romana e un settembre che ancora non cede a temperature più miti.
Alle 13:00 ci prendiamo un momento di riposo sotto un grande gazebo, arriva la pizza, ma saluto: il tempo è ladro e di zappare non ne posso più. Me ne vado con l’emozione di quei broker agli ippodromi che scoprono un cavallo nuovo, bizzarro, ma che sanno che vincerà tutto. Insomma, il Boschetto Prenestino è una delle migliori scommesse che possiamo fare sul quadrante est della città.
Ps. Le foto sono della gentile Nicole Merenghi https://linktr.ee/nmarenghi



