Il burnout e il disagio psicologico nei luoghi di lavoro sono diventati una vera emergenza sociale in Italia. Secondo il CENSIS, quasi un lavoratore su tre soffre di stress cronico e distacco dalle proprie mansioni, con un impatto enorme anche sull’economia nazionale. Per rispondere a questa crisi silenziosa, l’11 settembre alla Camera dei Deputati sarà presentata una proposta di legge sulla salute mentale sul lavoro, con l’obiettivo di aggiornare il Testo Unico sulla Sicurezza (81/08) e introdurre una nuova Certificazione del Benessere Psicosociale.
Il testo è firmato da Lorenzo Tedeschi e dall’on. Carmen Di Lauro e mira a riconoscere il benessere psicologico come parte integrante della sicurezza aziendale. Non solo: la proposta intende premiare le imprese che investono nella salute mentale dei dipendenti, alzando le soglie di defiscalizzazione dei fringe benefit fino a 2.500 euro per chi ha figli a carico. Una riforma che, se approvata, potrebbe segnare un cambio di passo storico nella tutela del lavoro, superando la tendenza a considerare lo stress solo un costo e non una priorità di salute pubblica.
Cos’è il burnout
La prima volta che la parola burnout è entrata nel vocabolario comune risale al “Periodo covid”, quando sempre più persone hanno accusato questo stato di forte stress psicofisico, manifestato con un senso di esaurimento e distacco dal lavoro, e una susseguente ridotta efficacia professionale.
Da allora, la salute mentale è stata spesso trattata in modo non scientifico sui social media, ridotta quasi a uno slogan. Termini come burnout, stress e ansia sono stati usati in modo generico, a volte persino ironico, trasformando un malessere profondo e reale in contenuti spesso banali.
Come è riconosciuto?
Questo tipo di discorso ha certamente contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica, ma ha anche rischiato di banalizzare la gravità del problema, rendendo più difficile il suo trattamento serio nelle istituzioni e sul posto di lavoro. È proprio per colmare questo vuoto che, lo scorso 14 marzo, è stata depositata alla Camera dei Deputati una proposta di legge dedicata alla salute mentale nei luoghi di lavoro.
Ora quel testo sta per iniziare davvero il suo percorso parlamentare: l’11 settembre, nella sala stampa di Montecitorio, sarà presentato ufficialmente, dando avvio alla discussione in Parlamento. La proposta prevede la modifica del Testo Unico 81/08 sulla Sicurezza dei posti di lavoro e l’introduzione di una certificazione del benessere psicosociale, pensata per rendere i luoghi di lavoro italiani più sicuri e inclusivi, ma soprattutto più sensibili alla sanità mentale dei lavoratori e delle lavoratrici.
La proposta sul burnout
Nello specifico, la proposta di legge si concentra sull’aggiornamento del quadro normativo esistente, a partire dal Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, per includere in maniera esplicita la sicurezza psicologica dei dipendenti e riconoscere il valore del benessere mentale nelle aziende. Introdurre standard di Certificazione del Benessere Psicosociale, sul modello della Certificazione per la Parità di Genere (UNI/PdR 125:2022), con parametri chiari e verificabili.
E il premiare le aziende virtuose aumentando i cosiddetti fringe benefit (buoni pasto, auto aziendali, assicurazioni o altri beni e servizi): per i datori di lavoro in possesso della Certificazione, le soglie di defiscalizzazione del welfare aziendale verrebbero innalzate fino a 1.500 euro annui per ciascun dipendente e 2.500 euro per dipendenti con figli fiscalmente a carico.
Il testo è firmato da Lorenzo Tedeschi, giovane imprenditore e attivista impegnato da tempo per il benessere psicologico sul lavoro, e dall’on. Carmen Di Lauro, membro delle commissioni Affari Sociali e Infanzia e Adolescenza della Camera dei Deputati. Al fianco di Tedeschi e Di Lauro, l’iniziativa è stata sostenuta da diverse organizzazioni e figure di spicco, tra cui:
- Veronica Iannone, pedagogista e assistente parlamentare europea;
- la testata giornalistica NXWSS;
- l’Associazione Italiana Bipolari;
- la filosofa del lavoro e docente Marcella Loporchio.
Perché questa certificazione è necessaria?
Secondo il CENSIS, circa un lavoratore su tre in Italia sta vivendo una condizione di burnout e distacco dal lavoro. Il fenomeno colpisce principalmente i giovani (47,7%), seguiti dagli adulti (28,2%) e dai lavoratori più anziani (23,0%). Il trend è confermato anche dai numeri: secondo Rainews, solo nei primi quattro mesi del 2024, le denunce di malattie professionali dovute a stress sono aumentate del 109,7%.
Questa condizione ha anche un enorme impatto sull’economia: in Europa, il disagio mentale costa oltre 100 miliardi di euro all’anno in termini di turnover del personale, perdite di produttività e assenteismo. Sebbene nel tempo casi come questi sul posto del lavoro si siano moltiplicati, la tendenza generale è sempre stata quella di guardare alle conseguenze piuttosto che alle cause.
Un tema di second’ordine
Parliamo infatti di temi da una parte “sminuiti” come se fossero semplici momenti di stanchezza o di carico di lavoro, e dall’altra visti come minaccia da parte dei datori di lavoro (come se parlarne potesse minare la produttività o l’immagine dell’azienda per la quale si lavora). Così come l’introduzione delle società benefit ha permesso di distinguere le aziende che investono davvero in sostenibilità da quelle che usano il tema solo come “brand”, questa certificazione punta a fare lo stesso sul fronte della salute mentale nei luoghi di lavoro.
Non si tratta di aggiungere burocrazia, ma di creare un quadro normativo vincolante e trasparente, che impedisca il rischio di “social washing” e che premi chi sceglie davvero di dare importanza al lato psicologico del dipendente. L’obiettivo non è aggiungere “carta su carta”, come spesso si asserisce in questi casi, né di creare burocrazia, ma di fornire strumenti legislativi chiari e vincolanti che aiutino le aziende a fare passi avanti, creando un benessere condiviso.
Cosa potrebbe cambiare
È evidente che siamo davanti ad una proposta che ha come obiettivo quello di premiare le imprese che scelgono di investire davvero nelle persone. In questo modo si passa da un approccio formale e superficiale a uno strumento concreto, capace di incidere sulla qualità della vita lavorativa e sulla credibilità delle organizzazioni. C’è qualcosa di più inoltre alla base di questa proposta: riconoscere che il benessere fisico e quello psicologico devono procedere di pari passo.
Non può esserci una vera sicurezza sul lavoro se ci limitiamo a proteggere i corpi, ma lasciamo indietro le menti. Proprio come il Testo Unico 81/08 ha sancito la centralità della tutela fisica dei lavoratori, oggi è arrivato il momento di fare lo stesso con la dimensione mentale, così da trasformare progressivamente i luoghi di lavoro in contesti maggiormente capaci di generare valore umano, sociale ed economico.



