Gli animali non sono più considerati semplici “cose” dalla coscienza collettiva. Chiunque viva con un animale lo percepisce come parte della famiglia, eppure il diritto italiano continua a collocarli in una zona grigia. La Costituzione, dopo la riforma del 2022, tutela ambiente, biodiversità ed ecosistemi e demanda alla legge la protezione degli animali. Un principio importante, che però non si traduce in un vero riconoscimento della loro soggettività.
Anche l’Unione Europea, con l’articolo 13 del Trattato sul funzionamento (TFUE), ha riconosciuto gli animali come “esseri senzienti”. Ma la distanza tra principi e pratiche quotidiane resta enorme: negli allevamenti intensivi, nei trasporti e nella macellazione la crudeltà è spesso normalizzata e persino legalizzata.
Dalla Carta ai codici”antropocentrici”
L’Italia, sulla carta, ha fatto un passo avanti con la riforma costituzionale del 2022 che ha inserito la tutela degli animali tra i principi fondamentali. Questa innovazione resta incardinata in una visione antropocentrica: non si parla mai di diritti animali, ma di tutela “per legge”. In altre parole, sono ancora le persone a decidere in che misura e a quali condizioni proteggere gli altri esseri viventi.
Il diritto civile ne è la dimostrazione. Nel nostro ordinamento gli animali continuano a essere qualificati come “beni”, oggetti di proprietà al pari di una sedia o di un’automobile. Solo norme speciali, dal codice penale al Codice della strada, fino ai regolamenti veterinari, creano eccezioni che riconoscono loro una qualche forma di protezione.
Il quadro europeo è analogo. L’articolo 13 del TFUE stabilisce che, nelle politiche comunitarie, gli Stati membri debbano tener conto delle esigenze di benessere animale, riconoscendoli come esseri senzienti. Ma si tratta di un principio guida, non di un vincolo giuridico assoluto. Così, la tensione tra enunciazione e applicazione rimane e le corti e i legislatori nazionali continuano a trattare gli animali come strumenti o risorse, più che come soggetti titolari di interessi propri.
È così anche per la tutela degli animali durante i conflitti, le invasioni e le deportazioni. Non ci sono diritti per gli animali non umani, come per gli umani e ogni legge viene meno.
Più reati e ispezioni, ma processi lenti
Negli ultimi anni le norme si sono moltiplicate, così come i reati previsti dal codice penale. Maltrattamento, abbandono, combattimenti clandestini: le fattispecie sono più chiare e le pene più severe rispetto al passato.
Ma il risultato è tutt’altro che rassicurante. Già nel 2018 la Corte dei Conti europea, in un rapporto dedicato al benessere animale, denunciava un quadro disomogeneo con ispezioni poco frequenti, controlli frammentati, standard non sempre applicati allo stesso modo nei diversi Stati membri.
Quattro anni dopo, la Commissione europea ha ribadito la stessa criticità nella valutazione delle normative vigenti. Nonostante l’espansione delle regole, negli allevamenti e nei trasporti si registrano ancora violazioni sistematiche.
Rapporto Zoomafia 2025 della LAV
L’Italia non fa eccezione. Il “Rapporto Zoomafia 2025” della LAV fotografa un incremento dei reati legati allo sfruttamento criminale degli animali. Dalle corse clandestine ai traffici internazionali di cuccioli, passando per il bracconaggio e l’abbandono.
Un universo sommerso che conta migliaia di procedimenti l’anno, ma con tempi processuali lunghi e sanzioni che raramente producono un reale effetto deterrente. Nonostante l’inasprimento delle pene, infatti, i tribunali faticano a garantire condanne tempestive e spesso i colpevoli restano impuniti.
A questa lentezza strutturale si somma una percezione sociale ancora scivolosa: il maltrattamento animale viene considerato meno grave rispetto ad altri reati, e questo si riflette anche nelle priorità investigative. È come se la crudeltà restasse, in parte, “tollerata” quando non tocca direttamente l’essere umano.
Allevamento, macellazione e consumo
Se le cronache riportano casi di maltrattamento e abbandono, la crudeltà “normalizzata” resta quella più invisibile. Si tratta di quella che avviene negli allevamenti, nei macelli e lungo le tratte di trasporto. Milioni di animali ogni anno vivono in condizioni di sovraffollamento, sottoposti a mutilazioni o a viaggi estenuanti verso i mattatoi, spesso in violazione delle stesse norme europee.
Queste pratiche non sono eccezioni, ma parte integrante del sistema alimentare. L’industria della carne, del tutto legittimata dalla legge e dalle coscienze collettive, permette procedure che se fossero inflitte a un cane o a un gatto verrebbero perseguite come “reati di maltrattamento”.
È qui che il paradosso emerge in tutta la sua evidenza:
la legge tutela alcuni animali come compagni di vita, mentre consente sofferenze sistematiche ad altri, considerati solo risorse da sfruttare.
La questione non è soltanto etica. È anche ambientale e sanitaria: gli allevamenti intensivi contribuiscono in modo significativo alle emissioni climalteranti e all’inquinamento delle acque. Lo stesso consumo eccessivo di carne ha effetti diretti sulla salute umana, come ricordano l’OMS e le linee guida nutrizionali.
L’alternativa esiste ed è già praticata: ridurre il consumo di carne, orientarsi verso filiere più sostenibili o scegliere diete plant-based. Ogni scelta individuale contribuisce a indebolire un sistema che, pur regolamentato, continua a produrre crudeltà come se fosse normale. La sfida è culturale prima ancora che giuridica, perché senza un cambio di paradigma, la crudeltà resterà “legalizzata” e invisibile.


