Fattori naturali ed antropici concorrono al moltiplicarsi di alluvioni e fenomeni franosi sul territorio italiano. Impedire che avvengano è impossibile ma, nella maggior parte dei casi, è possibile ridurne gli impatti economici e sociali. Occorre, però, abbandonare la favola della “messa in sicurezza”
Alluvioni e fenomeni franosi sono eventi molto diffusi e sempre più frequenti nel territorio italiano, a causa della combinazione di fattori naturali (geologia, topografia, clima) ed antropici (uso del suolo non pianificato correttamente, attraversamenti dei corsi d’acqua non correttamente dimensionati, emissioni di gas serra che hanno causato il cambiamento climatico recente). Se da un lato impedire che piene e frane avvengano è impossibile nella maggior parte dei casi, è sempre possibile ridurne gli impatti economici e sociali. Si deve parlare quindi di mitigazione del rischio idro-geologico, e la locuzione “messa in sicurezza” dovrebbe essere bandita dalla discussione sul tema. Ma come si può mitigare il rischio da alluvioni e frane? Ha senso investire solo sulla riduzione della pericolosità idro-geologica come si è fatto finora?
Rischio e pericolosità
È importante chiarire come i termini “rischio” e “pericolosità” siano molto diversi, e non si possono usare in modo intercambiabile, in quanto il rischio è matematicamente definito come il prodotto moltiplicativo tra pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Vediamo meglio nel dettaglio cosa significa. Il “rischio” esprime proprio il danno economico e le vittime derivante dal verificarsi di un certo evento (alluvione, frana) caratterizzato da un dato livello di “pericolosità”. La pericolosità di un evento naturale dipende da quanto intenso e frequente è l’evento, per esempio da quanto profonda e veloce è la corrente in caso di alluvione per un dato “tempo di ritorno” (tipicamente si usano i valori di 30, 100 e 200 anni). La presenza di aree di pericolo non si traduce però necessariamente in rischio per la società. Perché si possa parlare di rischio idro-geologico, la pericolosità idro-geologica deve manifestarsi su un’area caratterizzata da un’“esposizione” al rischio, quantificabile come numero e valore economico degli edifici e dal numero di persone presenti. Questi elementi esposti presentano ciascuno una certa “vulnerabilità”, che deriva da come sono fatti gli edifici (e quindi si traduce come un grado di danno all’edificio derivante da quell’evento), e da come le persone reagiscono e si comportano durante e dopo un evento di piena o di frana (questa viene detta vulnerabilità sociale).
Riduzione
L’obiettivo finale è ridurre (o dove possibile annullare del tutto) il rischio, e per farlo possiamo agire su tutti e tre gli “ingredienti” del rischio, ovvero perseguendo una riduzione della pericolosità, dell’esposizione e della vulnerabilità. Tutto questo è chiaramente da realizzarsi nel contesto di una gestione ambientale e sostenibile del territorio e del suo tessuto socio-economico, ed avendo piena coscienza dei cambiamenti climatici in atto che stanno modificando la relazione tra frequenza ed intensità delle precipitazioni intense. È fondamentale agire in un modo nuovo rispetto al passato perché la vecchia ricetta – ovvero solo interventi strutturali dedicati alla riduzione della pericolosità – si è dimostrata inefficace, oltre che dannosa per l’ambiente. Infatti, anche se può sembrare paradossale, quanto fatto da decenni in termini di interventi strutturali di riduzione della pericolosità ha determinato quasi sempre un aumento del rischio idraulico. Questo perché abbiamo considerato “sicuri” i terreni difesi dalle arginature o dalle briglie permettendo di costruirci insediamenti produttivi e residenziali, che hanno enormemente aumentato la nostra esposizione al pericolo residuo, e senza nessuna attenzione a garantirne una bassa vulnerabilità in caso di esondazione. Si deve quindi passare ad agire su tutti i componenti che determinano il rischio, ed integrando misure strutturali e non strutturali. Iniziamo dal vedere come si può ridurre la pericolosità. Questa strategia è adottata da secoli in Europa, tramite interventi strutturali quali argini nei fiumi di pianura e briglie sui torrenti, parlando di problematiche idrauliche. Ma possiamo annullare del tutto il pericolo idraulico? Quasi sempre no. Esiste sempre un pericolo residuo che eccede le nostre difese (l’altezza o la stabilità degli argini, il volume di sedimento intrappolabile dalle briglie, i volumi di acqua trattenibili dalle casse di espansione) e tale pericolo residuo crescerà sempre di più a causa del cambiamento climatico per la maggior parte dei bacini italiani, soprattutto di piccole dimensioni.
Interventi a basso impatto
Oltre agli interventi “tradizionali” menzionati sopra, il pericolo può essere ridotto da interventi ambientalmente a basso impatto od addirittura vantaggiosi (interventi “win-win”), quali:
- allargamento degli alvei e delle piane inondabili per ampliarne la capacità di deflusso e per “laminare” in modo diffuso le portate di picco degli eventi. La creazione di ampie fasce fluviali – delimitate da arginature più basse e quindi più stabili – permette anche di ridurre la nostra esposizione, in quanto in queste aree non deve essere permesso di risiedere in modo permanente: se non siamo esposti al pericolo non siamo soggetti al rischio!
- incremento dell’assorbimento e stoccaggio idrico in ambito urbano e periurbano tramite le cosiddette “misure basate sulla natura” (tetti verdi, piccole aree diffuse di laminazione);
- Casse di espansione da realizzarsi sfruttando le aree agricole adiacenti ai corsi d’acqua, in quanto tale utilizzo non pregiudica la produzione primaria;
- Opere di trattenuta selettiva che trattengano sedimento e materiale legnoso solo durante gli eventi di piena maggiori, permettendo alla fauna ittica ed ai sedimenti di transitare senza impedimenti durante i deflussi medi e di morbida.
Esposizione al rischio
Passando ora alla riduzione dell’esposizione al rischio, le azioni da porre in essere risultano molto spesso “scomode” a livello di consenso elettorale e pertanto scarsamente applicate finora in Italia. Tuttavia, dove realizzate queste hanno dimostrato chiaramente la loro grande efficacia nel ridurre le vittime ed i danni economici nel medio e lungo periodo, sia per i privati cittadini che per gli Enti pubblici. Tali azioni sono le seguenti:
- Pianificazione territoriale basata in modo stringente – e senza deroghe – sulle mappe del pericolo idraulico e geologico, impedendo del tutto nuove costruzioni in aree a forte pericolosità ed obbligando invece ad adottare accorgimenti costruttivi per costruire o ristrutturare in aree a media pericolosità;
- Delocalizzazione degli edifici già esistenti posti nelle aree a pericolosità più elevata, ovviamente a fronte di compensazioni adeguate per i privati;
- Rimozione di ponti e tombinature non sufficientemente dimensionati, che quindi creano ostruzioni durante le alluvioni. La colpa dei “tappi” ai ponti non è della vegetazione fluviale, bensì proprio di queste infrastrutture realizzate senza considerare che è impossibile non avere sedimenti e alberi trasportati durante le piene.
Spazi urbani
Infine, a livello europeo si stanno rapidamente diffondendo – grazie alla loro efficacia ed a un rapporto costi-benefici molto favorevole – le seguenti misure per ridurre la vulnerabilità fisica degli edifici e quella sociale delle comunità, da applicarsi nei casi in cui la riduzione dell’esposizione non sia possibile (ad esempio centri storici o territori comunque già fortemente urbanizzati):
- prescrizioni urbanistiche sull’uso dei piani terra e di spazi urbani pubblici (parchi) soggetti ad elevata pericolosità;
- accorgimenti architettonici da realizzarsi sugli edifici o nelle loro prossimità per evitare o ridurre i danni alluvionali. Si tratta di realizzare “edifici anti-piena” in analogia a quanto si fa da decenni per il rischio sismico;
- Incontri pubblici, gruppi social ed esercitazioni periodiche frequenti per far conoscere e praticare alla popolazione cosa fare in caso di alluvione;
- Sistemi di allerta con un numero ridotto di falsi allarmi, capaci di raggiungere ogni cittadino in modo “intelligente” tramite la geolocalizzazione dei telefoni cellulari;
- rendere sempre più appetibili – ed obbligatori nel lungo periodo – piani assicurativi contro il rischio idro-geologico i cui premi siano calmierati dagli enti pubblici, e dipendano dal livello di pericolosità della zona e dagli interventi architettonici di riduzione della vulnerabilità fisica, come detto sopra.
Nuovo patto
Per ridurre il rischio idro-geologico bisogna quindi stringere un nuovo “patto” tra politici nazionali e regionali, organizzazioni di categoria, amministratori locali e cittadini. Ognuno deve fare la sua parte in modo maturo e consapevole che la “favola” della “messa in sicurezza” è appunto solo una favola, e si deve accettare di convivere con un certo grado di pericolosità che non può essere annullato. Questa nuova strategia – che integra misure strutturali e non-strutturali – porterà notevoli benefici ai singoli cittadini: al verificarsi di eventi alluvionali o di frane subiranno minori danni economici e psicologici, e soprattutto vi saranno meno vittime anche a fronte del riscaldamento globale, che ci impone di adattarci come società ad un mondo che cambia rapidamente.


