manoscritto

Può capitare che la lettura di un libro cambi l’orientamento della vita di un uomo. Può capitare che la riscoperta di un libro perduto e “scomodo” indirizzi in maniera diversa addirittura un’intera epoca. È la tesi di un bellissimo testo di Stephen Greenblatt, Il Manoscritto, premio Pulitzer per la saggistica nel 2012.

La trama

Si tratta di una storia avvincente che si snoda nel basso Medioevo e che ha come protagonista Poggio Bracciolini, un umanista toscano vissuto tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, che ebbe il grande merito di rimettere in circolazione, sottraendoli a secoli di oblio, diversi capolavori della letteratura latina. Da giovane iniziò a lavorare come copista, sviluppando una calligrafia molto apprezzata che lo mise in luce presso personaggi all’epoca molto in vista a Firenze come Coluccio Salutati, il quale favorì successivamente la sua carriera con l’acquisizione di incarichi prestigiosi presso la curia romana.

Gli eventi legati al grande Scisma d’Occidente, che culminarono nel Concilio di Costanza, lo portarono a viaggiare tantissimo tra Francia e Germania ed ebbe l’opportunità di effettuare molte ricerche nelle biblioteche dei monasteri delle aree geografiche prossime alla cittadina tedesca, in particolare Cluny, Reichenau, Fulda, San Gallo. Fu a San Gallo che nel 1416 sottrasse all’oblio l’Institutio oratoria di Quintiliano e quattro delle sette Verrinae di Cicerone, mentre nel 1417 Bracciolini recuperò a Fulda una copia perduta di un testo oltremodo scomodo, ossia il De Rerum Natura di Tito Lucrezio Caro.

Lucrezio

Le informazioni sulla vita di Lucrezio sono piuttosto scarne e si riassumono essenzialmente in poche righe del Chronicon di Sofronio Eusebio Girolamo nella parte relativa agli avvenimenti del 94 a.C. Il filosofo romano, seguace dell’epicureismo, nacque in Campania, presumibilmente a Pompei o forse ad Ercolano, una ventina d’anni prima della terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e sarebbe morto suicida con beneficio di inventario all’età di 44 anni, dopo essere impazzito per un filtro d’amore che gli era stato propinato a sua insaputa.

La nascita nella zona vesuviana spiegherebbe tante cose. A Pompei c’era una villa nobiliare di un possibile parente, Marco Lucrezio Frontone, mentre ad Ercolano vi era un importantissimo centro epicureo diretto da Filodemo di Gadara, presso la cosiddetta Villa dei Papiri, riportata alla luce a seguito degli scavi archeologici e di proprietà di Lucio Calpurnio Pisone, il ricco suocero di Giulio Cesare. Qui fu rinvenuta una enorme biblioteca con oltre milleottocento papiri. La dottrina epicurea può essere riassunta in tre punti: il sensismo, cioè il principio per il quale la sensazione è il criterio della verità e del bene, il semi-ateismo, nel senso che i dei esistono ma non hanno alcuna parte nella formazione e nel governo del mondo, e l’atomismo. Quest’ultimo è un concetto sorprendentemente moderno, attraverso il quale Epicuro spiegava la formazione e il mutamento delle cose mediante l’unirsi e il disunirsi di singoli atomi, “eterni” e indivisibili.

La filosofia

Questo approccio filosofico porta Lucrezio ad affermare nel suo de Rerum Natura che “niente è dunque per noi la morte”. Trascorrere l’esistenza in preda all’ansia del trapasso secondo il poeta filosofo sarebbe pura follia, un metodo infallibile per lasciare che la vita scivoli via, incompleta e non goduta. Non solo, in un universo così costituito per Lucrezio non c’è ragione di pensare che la Terra o i suoi abitanti occupino un posto centrale né di considerare gli esseri umani diversi dagli altri animali. Allo stesso modo non c’è spazio per il fanatismo religioso, non c’è necessità di abnegazione ascetica, non c’è giustificazione per i sogni di potere illimitato o di sicurezza assoluta, non c’è motivo logico per le guerre di conquista o l’autoesaltazione, ma soprattutto non c’è possibilità di trionfare sulla natura.

Gli esseri umani dovrebbero quindi semplicemente rassegnarsi all’idea di essere transitori, come tutte le altre cose, e accettare la bellezza e il piacere del mondo. Non c’è quindi da meravigliarsi se la tradizione filosofica da cui trasse spunto l’opera di Lucrezio sia apparsa scandalosa anche nella tollerante cultura mediterranea dell’epoca classica. Essa minava infatti alla base tanto il culto delle divinità quanto, e forse era ancora più minaccioso, quello dello Stato. Non andò meglio dopo, con l’ascesa delle religioni monoteiste. I testi epicurei come quello di Lucrezio furono attaccati, ridicolizzati, bruciati, dimenticati. Il caso volle però che una copia del de Rerum Natura, forse l’unica sopravvissuta, finisse nelle mani di Bracciolini che, resosi subito conto di cosa aveva trovato e dell’importanza della sua scoperta, ordinò immediatamente che fosse ricopiato.

La tesi di Greenblatt nel suo pluripremiato Manoscritto è che questo ritrovamento possa aver dato un impulso decisivo a tutto il Rinascimento. D’altra parte Poggio Bracciolini fu a partire dal 1453, lo stesso anno in cui cadde Costantinopoli determinando la necessità di una nuova casa per la cultura ellenistica in fuga, Cancelliere della Repubblica Fiorentina presso i Medici. Chissà allora che non sia stato Lucrezio, attraverso Bracciolini, ad ispirare Lorenzo il Magnifico nelle sue celebri parole:” Quant’è bella giovinezza, Che si fugge tuttavia! Chi vuol essere lieto, sia: di doman non v’è certezza”.

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