rivoluzione

Quando si parla di terza rivoluzione agricola o rivoluzione verde si fa riferimento all’incredibile aumento di produzione registratosi prevalentemente tra gli anni quaranta e gli anni settanta del Novecento, ottenuto attraverso tecniche agricole che vertevano di fatto su quattro principi: uso massiccio di fertilizzanti chimici, migliore irrigazione, uso di macchinari pesanti, prodotti fitosanitari.

L’agricoltura

Gran parte del merito di questa trasformazione viene assegnato a Norman Borlaug, capace di creare attraverso ibridazioni il “grano nano”, caratterizzato da una eccellente produttività, e altre varietà di grano, capaci di adattarsi efficacemente a condizioni climatiche avverse. Tale innovazione ebbe inizio nel 1944 in Messico, con l’obiettivo di soddisfare richieste alimentari crescenti e ridurre le aree a rischio carestie. Tutto ciò valse allo scienziato americano il premio Nobel per la pace nel 1970. In seguito, a metà di quello stesso decennio, cominciarono ad arrivare i primi OGM grazie alla tecnica del DNA ricombinante e con essi piante capaci di offrire una maggiore resistenza alle malattie e una produzione ancora maggiore.

L’allevamento

Gli allevamenti intensivi si imposero invece all’attenzione a partire dagli anni venti del Novecento e nacquero quasi per caso nel Delaware nella piccola azienda di Cecile Long Steel, che ricevette per sbaglio un carico di 500 pulcini e decise, invece che restituirli, di tenerli al chiuso in un capannone nutrendoli con mangimi di mais e integratori. Gli animali non solo sopravvissero ma aumentarono ulteriormente di numero. La pratica prese piede, sganciando gli allevamenti da un nesso funzionale con un fondo, quindi anche in assenza di terreno sufficiente a garantire una produzione vegetale che soddisfacesse il potenziale fabbisogno alimentare dei capi allevati.

Tutto bello? Assolutamente no. La dimensione carceraria dell’esistenza di questi animali, una detenzione tra atroci sofferenze prima di essere uccisi e squartati tramite procedure meccaniche da produzione industriale, merita un capitolo a parte, così come anche l’impatto sulla salute umana del prodotto finito, sia che si tratti del risultato di questi veri e propri ospedali della carne, che di prodotti agricoli ottenuti con le pratiche prima citate.

Il bilancio energetico

Vorrei invece soffermarmi su un aspetto spesso trascurato, ma oggi sempre più drammaticamente di attualità, vale a dire il bilancio energetico di queste attività. A partire dagli anni settanta gli studiosi cominciarono a elaborare una speciale contabilità, capace di evidenziare quanta energia fosse necessaria in chilocalorie per ottenere singoli prodotti agricoli, associandola in un bilancio complessivo a quella contenuta nei prodotti finali.

Una ricerca condotta dalla FAO ad esempio mostrò che servivano 4,5 kcal di mangime vegetale per ottenere 1 kcal di latte, lo stesso rapporto verificato per ottenere un uovo. Nei frutteti non andava meglio, visto che per produrre 1 kcal di mele servivano 2 kcal di energia, così come per 1 kcal di arance ne servivano 3. Ma i risultati più paradossali arrivarono dalla carne. Infatti 1 kcal di pollo richiedeva 19 kcal di energia sotto forma di mangimi e altri input mentre il rapporto era 1 a 65 kcal per la carne di maiale, addirittura 1 a 122 per la carne bovina.

Purtroppo questa passività energetica è aumentata negli ultimi anni in termini sia relativi che assoluti, a causa tanto dell’estensione a livello globale dell’agricoltura industriale e degli allevamenti intensivi quanto dell’aumento degli input chimici utilizzati nei campi e nelle stalle per aumentare la produzione. Il risultato è un impiego senza precedenti di energia fossile, soprattutto petrolio, necessario all’escavazione del potassio e dei fosfati nei siti minerari sparsi per il mondo, indispensabili per fabbricare fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi, così come per produrre industrialmente azoto o per rendere possibile l’uso delle pompe idrauliche e delle innumerevoli macchine che hanno sostituito il lavoro umano.

Mangiamo petrolio

Di fatto è lecito affermare che il balzo produttivo senza precedenti della produzione agricola mondiale è stato reso possibile dal saccheggio del sottosuolo fossile, dal ricorso senza precedenti a una materia prima non rigenerabile. Come ha giustamente affermato il geologo americano D.A. Pfeiffer nel suo Eating fossil fuels, oil, food and the coming crisis in agriculture di fatto i consumatori di prodotti agricoli mangiano petrolio. E non solo loro. A questa riflessione va associata la preoccupazione per la crescente subordinazione del mondo agricolo agli interessi dell’industria, che ha finito per collocare in modo paradossale gli agricoltori, nonostante la crescita di produttività, in una condizione sempre più precaria e subalterna, riproponendo pratiche di sfruttamento del lavoro umano che sembravano, almeno quelle, definitivamente superate.

Il risultato è rappresentato da iperproduzione, distruzione volontaria di enormi quantità di cibo per ragioni di prezzo, organizzazione irrazionale dei mercati, stili di vita alla lunga insostenibili, basti pensare allo smodato consumo di carne nei paesi occidentali. Questa agricoltura capitalista riduce l’estensione delle terre agricole esaurendone la fertilità del suolo, inquina irreversibilmente terra, acqua e aria, consuma enorme quantità di acqua, contribuisce insieme all’allevamento per il 30% alle emissioni nocive e di riflesso al riscaldamento globale.

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