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Davide contro Golia o semplicemente una lotta per la propria sopravvivenza. La piccola Repubblica di Vanuatu vuole portare i cambiamenti climatici davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per definire più chiaramente come il diritto internazionale possa supportare le azioni in favore dell’ambiente e delle popolazioni in pericolo a causa dei cambiamenti climatici. Il dato più sorprendente è che potrebbe farcela.

Vanuatu potrebbe diventare una terra inospitale entro la metà del secolo

La Repubblica di Vanuatu è uno Stato insulare dell’Oceano Pacifico meridionale e ospita appena trecentomila abitanti. Secondo il World Risk Index 2021 elaborato dall’Università delle Nazioni Unite, Vanuatu è al primo posto mondiale nella classifica degli Stati più a rischio a causa dei cambiamenti climatici e, come altri piccoli Stati insulari, rischia di scomparire del tutto entro la metà del secolo a causa dell’innalzamento dei mari e dei sempre più frequenti fenomeni metereologici estremi come uragani e inondazioni.

L’iniziativa, lanciata in ottobre, ha trovato nuovo slancio e attenzione dopo l’esito fallimentare della COP27 di Sharm El Sheikh, dove l’unico risultato degno di nota è stato l’istituzione di un fondo loss e damage per supportare economicamente i Paesi in via di sviluppo più colpiti dai disastri climatici. L’obiettivo di Vanuatu è portare ora la lotta sul piano giudiziario e trovare una sponda nei giudici della Corte Internazionale di Giustizia per definire meglio gli obblighi degli Stati, derivanti dal diritto internazionale, per proteggere i diritti delle generazioni presenti e future contro gli effetti negativi del cambiamento climatico. Il lavoro diplomatico della piccola isola del Pacifico è stato notevole. Il testo della risoluzione è stato scritto in accordo con Antigua & Barbuda, Costa Rica, Sierra Leone, Germania, Mozambico, Liechtenstein, Samoa, Micronesia, Bangladesh, Marocco, Singapore, Uganda, Nuova Zelanda, Vietnam e Portogallo, e ha già l’appoggio dei leader del Forum delle Isole del Pacifico (PIF), della Comunità Caraibica (CARICOM) e del Gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (OACPS).

Il diritto internazionale come strumento in più contro l’inazione climatica

Il testo chiede alla Corte Internazionale di Giustizia un parere sulle implicazioni legali che ricadrebbero sugli Stati sulla base degli odierni trattati internazionali in caso di danno significativo, causato dal collasso del sistema climatico, soprattutto per i piccoli Stati insulari e i Paesi in via di sviluppo. In più, la coalizione vuole approfondire come l’attuale diritto internazionale può essere d’aiuto nell’azione contro il cambiamento climatico. Il tema, afferma la risoluzione, abbraccia i princìpi di giustizia climatica e di equità intergenerazionale, dal momento che nessun cittadino di ogni Stato del mondo è immune dagli effetti, presenti e futuri, delle alterazioni climatiche provocate dall’umanità. Ad oggi, gli Stati che hanno già espresso appoggio alla risoluzione sono ottantacinque e nelle prossime settimane si saprà se la coalizione guidata da Vanuatu raggiungerà la maggioranza semplice all’interno dell’Assemblea generale Onu, ossia novantadue voti, come richiede l’articolo 96 della Carta ONU e che permetterebbe al più democratico organo ONU di chiedere un parere alla Corte.

I pareri della Corte sono solo consultivi, ma ugualmente importanti

La Corte Internazionale di Giustizia è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite e il suo ruolo è quello di risolvere, in linea con il diritto internazionale, le controversie legali sottopostegli dagli Stati e di fornire pareri consultivi su questioni legali richiesti da organi ONU e dalle agenzie specializzate in ambito delle Nazioni Unite. Anche se i pareri non sono vincolanti, i pareri consultivi possono avere un grande peso legale e di autorità morale. Molto spesso sono uno strumento di diplomazia preventiva, base di futuri trattati e contribuiscono allo sviluppo del diritto internazionale, oltre al rafforzamento delle relazioni pacifiche tra gli Stati.

“La crisi climatica non riguarda semplicemente la gestione di tonnellate di emissioni di CO2, coinvolge l’uguaglianza tra le generazioni e la protezione dei diritti fondamentali delle persone che stanno perdendo le proprie risorse necessarie per sopravvivere e le loro vite”, ha affermato Ralph Regenvanu, Ministro del cambiamento climatico di Vanuatu, durante la COP27 in Egitto.

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