gallerie

I primi passages parigini nacquero tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, semplicemente come passaggi coperti aventi la funzione di collegare tra loro due vie particolarmente frequentate. In seguito qualcuno ebbe l’intuizione di trasformarli in gallerie con una chiara vocazione commerciale e questa soluzione ebbe un successo immediato.

Un luogo di commercio e arte

Era come entrare in una bolla di silenzio, lontani dal trambusto e dai rumori che caratterizzavano le vie del tempo, che peraltro non brillavano né per decoro né per igiene. Chi vi si addentrava poteva perdersi nel luccichio delle vetrine o fermarsi a chiacchierare presso uno dei tanti caffè, che divennero spesso e volentieri fucina di idee e di veri e propri fenomeni culturali. I passaggi coperti, che in Italia furono chiamati gallerie, erano dunque un luogo pulsante di vita con un indice di umanità molto alto.

A tutto ciò contribuì non poco l’introduzione del ferro e del vetro negli arredi, soprattutto nelle coperture. Questo abbinamento ebbe infatti il merito non solo di garantire una soluzione esteticamente molto gradevole, ma anche di risolvere un evidente problema di luminosità. Inizialmente queste gallerie erano lunghe e strette, la larghezza raramente superava i 5 metri e i tetti erano a spiovente. Poi l’avvento di vetri curvi permise la creazione di spazi via via più ampi e confortevoli.

Le prime gallerie furono di iniziativa privata e furono spesso arricchite dalla presenza di teatri e più tardi di cinema, come ulteriore motivo di richiamo e di passaggio. La prima galleria italiana fu realizzata nel 1832 a Milano dai fratelli De Cristoforis, nell’area oggi compresa tra piazza san Babila e via Montenapoleone. Qui ebbe la propria sede il primo Caffè Gnocchi, dove i rappresentanti della Scapigliatura milanese erano soliti incontrarsi. Qui ebbe la prima sede anche la libreria Hoepli, fondata dallo svizzero Johannes Ulrich Hoepli, destinata a diventare una delle librerie più importanti e di riferimento per la città di Milano.

Le gallerie di Milano

La galleria De Cristoforis venne in seguito superata dalla più nota galleria Vittorio Emanuele II, realizzata a partire dal 1865 da Giuseppe Mengoni, il cosiddetto “salotto” di Milano. La galleria Vittorio Emanuele II rientra però in una tipologia già diversa di passaggio coperto, per il massiccio intervento di denaro pubblico e il dichiarato desiderio di monumentalità. Essa doveva infatti celebrare i Savoia e l’unità d’Italia. Nel corso della sua storia ha ospitato il celebre caffè Campari, di cui è sopravvissuto il Camparino, luogo antesignano dell’ormai rito dell’aperitivo, ma anche il Biffi o il Savini, quest’ultimo luogo d’incontro per i futuristi di Marinetti.

La galleria nuova soppiantò rapidamente la vecchia De Cristoforis, che finì per essere abbattuta negli anni Trenta del Novecento dal regime fascista, così da far posto alla nuova piazza San Babila. Nel frattempo però ne nacquero molte altre, con caratteristiche anche molto diverse. Si andò dall’austera galleria del Corso, a lungo centro della discografia italiana, alla galleria Mazzini, luogo più intimo e più adatto ad incontri amorosi, alla galleria meravigli, trionfo del liberty a pochi passi dalla nuova Borsa di Milano.

Oggi però le gallerie milanesi e non solo non se la passano troppo bene. La crisi profonda di cinema e teatri, di librerie e in generale dei luoghi di cultura, ne ha fortemente indebolito il ruolo. Anche i caffè resistono a fatica e soprattutto gli ambienti meno esposti paiono non avere più l’appeal di un tempo. I moderni centri commerciali sembrano averne ereditato il ruolo, ma su un livello molto più consumistico e molto meno di cultura, relazione, incontro e confronto. Sono lontani i tempi in cui Salvatore Quasimodo invitava Maria Cumani, la sua musa ispiratrice e futura moglie per un caffè alla galleria Mazzini, con i suoi caratteristici lucernari e le sue lampade in art deco, mentre il profumo dei panettoni di Angelo Motta, prodotti proprio in quei seminterrati, si diffondeva gradevolmente in quell’ambiente così sofisticato eppure così pienamente umano.

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