cop27

È iniziata pochi giorni fa la Cop27, che, tra gli altri punti in discussione persegue l’obiettivo dichiarato di voler dare voce al continente africano nella sua richiesta di giustizia climatica e di finanziamento per la transizione ecologica da parte dei 54 Stati del continente, responsabili di meno del 4% delle emissioni globali, ma regione tra le più flagellate da fenomeni meteorologici estremi.

Le conseguenze del cambiamento climatico in Africa

Secondo il Carbon Brief, da inizio 2022 le manifestazioni climatiche devastanti in Africa hanno ucciso almeno 4 mila persone e costretto circa 19 milioni a lasciare la propria abitazione, sfollati interni o profughi in Paesi confinanti. Nel solo Corno d’Africa la siccità colpisce 19 milioni di residenti mentre in Nigeria oltre 1,4 milione di cittadini è sfollato a causa delle recenti alluvioni. Al di là della maggiore vulnerabilità del continente al riscaldamento globale, conseguenze altrettanto drammatiche di fenomeni di siccità estrema e di alluvioni, la più grave degli ultimi 40 anni in Kenya, sono la maggiore mortalità e il calo dei rendimenti agricoli che espongono un numero sempre maggiore di persone alla carestia ed a cercare riparo migrando in altre nazioni sia in Africa che in Europa. L’Europa è sempre più spesso la destinazione di migranti non solo climatici ed economici ma anche di persone che cercano di sfuggire all’insicurezza sociale ed alla povertà estrema provocate da guerre o da regimi dispotici che sfruttano senza alcuna pietà la propria comunità e la propria nazione.

Proprio a quest’ultimi ha dato voce Denis Mukwege, medico congolese (Repubblica Democratica del Congo), Premio Nobel per la Pace nel 2018 e Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 2014. Mukwege, infatti, ha denunciato apertamente che l’opaca oligarchia, a capo del suo Paese, da 20 anni tortura gli oppositori, tiranneggia le persone obbligandole tramite abusi sessuali e ricatti al lavoro forzato nelle miniere di coltan, cobalto ed oro per sfruttare le risorse naturali del Paese da vendere sul mercato globale per produrre telefoni cellulari di ultima generazione ed auto elettriche.

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Il ruolo dell’Italia

L’ Italia è tra i primi Paesi europei nella vendita di armi ai vari potentati africani, spesso protetti da influenti Compagnie industriali estere che si comportano come l’oligarchia congolese, e ci sono interi settori industriali specializzati nel costruire e vendere armi, localizzati nelle regioni del Nord Italia, che sembrano accettare di buon grado il ricavato della vendita e della produzione di armi ma non sembrano accettare con altrettanto favore l’immigrazione, che è figlia dell’insicurezza che l’uso delle armi produce in casa dei profughi e dei rifugiati. La decisa sterzata a destra del nostro Paese, con la conseguente maggior rigidità sull’accoglienza dei migranti, testimonia molto bene il fatto che la maggioranza degli elettori italiani ritiene che i migranti siano un problema ed una criticità e non una risorsa.

Come mai si è affermata molto diffusamente questa convinzione in un Paese Cattolico con una fortissima tradizione di migrazione come il nostro, visto che secondo il Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes l’8,8% dei cittadini regolarmente residenti in Italia sono stranieri mentre il 9,8% dei cittadini italiani risiedono all’estero? Il risultato della recente tornata elettorale indica chiaramente che i ceti popolari italiani non condividono la proposta dei partiti di Sinistra di un’accoglienza a maglie larghe, ma propendono per la proposta di Destra della sua regolamentazione. Come mai si è verificata questa condizione? La risposta si trova spesso nella percezione dell’immigrato come una minaccia vera o presunta che sia. Molti Italiani vedono nell’immigrazione incontrollata una minaccia alla tranquillità della propria vita sociale, temono che persone senza lavoro rapidamente finiscano per delinquere e, se almeno finora, la solidarietà  a favore delle donne, dei minori e delle famiglie viene accettata quasi senza riserve, quella nei confronti dei giovani immigrati resta molto contestata, anche perché si rinfaccia loro il fatto che non combattono e non s’impegnano per migliorare la qualità della vita politica del loro Paese, scegliendo di chiedere assistenza a Paesi esteri assorbendone risorse economiche senza aver mai contribuito a livello fiscale.

Molto spesso, purtroppo, le fondamenta etiche dell’accoglienza in termini di ragioni storiche, vedi la depredazione colonialista e postcoloniale dei Paesi poveri da parte di quelli sviluppati ed in termini di ragioni contemporanee di giustizia climatica, rimangono ai più sconosciute o lettera morta non in grado di smuovere le coscienze verso una reale fraternità.

Le possibilità della Cop27

Eppure, esistono opportunità di soluzione e nella Cop27 s’intravedono i primi spiragli.

Il vertice sul clima Cop27 ha concordato, nella sua sessione di apertura, un primo accordo molto importante: discutere nel corso dei lavori i finanziamenti specifici per aiutare le nazioni vulnerabili a far fronte ai danni inevitabili causati dal riscaldamento globale. Il tema del cosiddetto loss and damage era uno dei punti sui quali i Paesi più poveri e vulnerabili, poco responsabili del riscaldamento globale ma molto esposti alle sue devastanti conseguenze, insistevano da mesi ma non era stato ufficialmente inserito nell’agenda del vertice. Il recente rapporto del Programma Onu per l’Ambiente (UNEP) e le raccomandazioni del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico hanno avvertito che “la finestra di opportunità si sta chiudendo”. Numeri alla mano, il mondo si sta allontanando dall’impegno di contenere entro 2 gradi (meglio se 1,5) il riscaldamento globale rispetto ai livelli preindustriali. Allarmanti le previsioni dell’UNEP: entro fine secolo il riscaldamento del pianeta rischia di raggiungere quota 2,6 gradi, un livello “catastrofico” che rende urgente “un’azione climatica su tutti i fronti”.

Per riuscire a sviluppare con urgenza un’efficace risposta internazionale che contrasti la minaccia della crisi climatica dobbiamo volgere lo sguardo indietro ad una prospettiva di 60 anni fa, mai come oggi attualissima.

Era in fase di atterraggio l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’Eni Enrico Mattei quando una esplosione a bordo lo fece saltare in aria. Si trovava precisamente a 2000 metri da terra, sorvolando l’area di Bascapè, nel pavese. Era 27 ottobre 1962 ed era avvenuta una esplosione causata da una carica nascosta nell’aereo. I mandanti dell’attentato che costò la vita ad Enrico Mattei sono rimasti ignoti, ma certo è che Mattei era temuto un po’ ovunque nel mondo occidentale per l’audacia della sua formula contrattuale del 75/25, introdotta nel contratto Eni-Iran del marzo 1957 e grazie alla quale lo Stato iraniano percepiva il 75% dei profitti derivati dalle operazioni di estrazione del petrolio, il restante 25% andava all’Italia. Mattei era molto orgoglioso di questo schema, come emerge dalle sue parole al Cda di Eni dell’8 maggio ‘57: “per la prima volta era stato consentito agli Stati del Medioriente di elevarsi a rango di soci di un’impresa europea, di acquistare il diritto di controllare la gestione di risorse nazionali e quindi concorrere all’esercizio di attività alle quali sono legati l’avvenire e la prosperità di quei Paesi. Soprattutto nella presente situazione nazionale abbiamo ragione di ritenere che questo atteggiamento assunto da un Ente pubblico italiano concreti una giusta e lungimirante politica nei riguardi dei Paesi sottosviluppati ma che per le loro grandi risorse naturali sono ovviamente avviati a un prospero a venire.”

Rimane responsabilità della buona Politica trovare ogni mezzo incisivo per concretizzare rapporti di equa cooperazione internazionale nell’ambito delle Energie rinnovabili da sviluppare nei Paesi poveri allo scopo di realizzare il lucido disegno di Mattei che porta a destabilizzare la comodità del benessere predatorio, a sviluppare in modo sostenibile i Paesi più poveri ed a realizzare al loro interno condizioni di vita e di lavoro migliori.

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