antropocene

L’immaginazione è il motore degli esseri umani

Nella storia dell’essere umano le narrazioni hanno sempre avuto un ruolo cardine. Tramite queste, ci posizioniamo nel mondo, calibriamo le nostre azioni, le nostre emozioni, mettiamo in scena il nostro pensiero, le nostre intenzioni, il mondo in cui viviamo. Ecco, le narrazioni sono esattamente il materiale di lavoro di chi scrive, della letteratura. Una storia ben assestata, che smuove l’immaginario comune, riesce a spingere più in là un concetto, un’idea politica, un risultato scientifico. Riesce a insinuare dubbi, a portare chi legge a farsi domande.

Pensiamo ad esempio a tutti i personaggi e situazioni di libri che popolano la nostra testa e che ci hanno messo in guardia nei confronti di certe derive: dalla tecnologia invasiva di 1984 alle ancelle di Margaret Atwood. Figure e arene che vanno a formare un immaginario condiviso e tramandato, situazioni ed emozioni che – evocate – rimandano a mondi paralleli che ci dicono qualcosa sul nostro. I romanzi permettono a chi legge di vivere vite che non sono la propria, dice l’autore Bruno Arpaia (autore del consigliatissimo Qualcosa, là fuori), quindi – fra le altre cose – possono aiutare a evitare un futuro catastrofico.

Come raccontare l’Antropocene?

Tuttavia, quando il mondo in cui viviamo è l’Antropocene – un’epoca geologica colma di rischi e minacce tanto grandi da risultare imprendibili con i sensi umani (come il cambiamento climatico) – qual è la maniera migliore per raccontarlo? È una domanda che l’ecocritica si pone da tempo.

Anche noi di Greencast ce lo siamo chiesti nella quinta puntata del nostro podcast focalizzata sulla prosa dell’Antropocene. È una puntata che ho voluto con particolare desiderio perché questo è il mio argomento, difatti sono ospite oltre che speaker assieme a Sara Segantin, scrittrice, divulgatrice, alpinista e fondatrice di Fridays for Future Italia.

Noi siamo ambiente

La prima parola chiave è interdisciplinarietà: il mondo di domani sarà caratterizzato dalla problematizzazione del rapporto fra umano e non-umano. Quindi l’umanista che vuole narrare l’Antropocene deve iniziare a dialogare con i testi scientifici, così lə scienziatə deve approcciarsi alle humanities per capire come siamo arrivatə, nei secoli, a questo punto anche per non rimanere vittima di narrazioni falsate. L’interdisciplinarietà porta a un ritorno del non-umano in letteratura, anche in quanto sistema climatico che fa da sfondo alle varie trame come accade con il genere cli-fi, ovvero climate change fiction. Del resto, noi siamo ambiente. Timothy Morton, il filosofo, direbbe che la parola “natura” non ha senso perché è divisiva: la verità è che tuttз siamo natura, non ha senso distinguere fra naturale e antropico.

E la crisi climatica – ma noi lo sappiamo bene – è anche crisi sociale.

Poi nei romanzi c’è il lato appagante, il lato che parla alle emozioni, che fa affezionare i personaggi e che parte dalle esperienze di chi scrive per raccontare qualcosa a chi legge. A questo proposito, Sara ci ha generosamente raccontato la sua esperienza: il suo libro Non siamo eroi è una cli-fi ambientata nel presente, una versione romanzata della sua partecipazione al movimento dei Fridays for Future. Spesso le è stato detto da lettori e lettrici, ha dichiarato ai nostri microfoni, che il suo libro li ha portati a riflettere. Bene. Il punto non è altro che quello.

Tramite l’attivismo letterario di Sara e la mia formazione teorica, speriamo non solo di interessarvi all’argomento ma di ritrovarci un domani a leggere sempre più materiale – specie in contesto italiano, dove di Antropocene si parla così poco – che voglia raccontare l’oggi e le sue sfide aiutando la creazione di un immaginario per fronteggiare il mondo di domani in maniera adeguata.

(C’è un corollario a questo articolo: tenete d’occhio il nostro canale Spotify perché abbiamo lanciato proprio in questi giorni un nuovo format: Ecologicast, il podcast di Ecologica)

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