ausmerzen

Nel 1920, in Germania, uno psichiatra di nome Alfred Hoche ed un giurista di nome Karl Binding pubblicarono un libretto con un titolo decisamente inquietante: “Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute”, nel quale veniva definito per la prima volta il concetto di Ausmerzen, ossia la soppressione dei deboli, dei parassiti del popolo, dei nemici dello stato, dei mangiatori inutili, delle vite senza valore, delle esistenze zavorra, una sorta di eutanasia di Stato.

Ausmerzen è anche il titolo di un saggio di Marco Paolini di qualche anno fa, un libro toccante che racconta una storia sconosciuta ai più, oggetto di un secondo processo di Norimberga svoltosi nel 1946 e che riguardò prevalentemente personale medico e paramedico. È la storia di Aktion T4, un progetto che costò la vita a circa trecentomila tedeschi ritenuti non all’altezza, che avrebbero metaforicamente rallentato la marcia, ben prima di ebrei, omosessuali, zingari ed avversari politici. Altri quattrocentomila tedeschi furono sterilizzati in nome dei principi dell’Eugenetica, di cui Francis Galton, cugino di Charles Darwin, è ritenuto il padre scientifico.

Sperimentazione umana

Le conoscenze dei meccanismi ereditari erano peraltro piuttosto scarse. Mendel aveva infatti dimostrato che la combinazione dei geni è casuale e la trasmissione dei caratteri non lineare, oltre che la decrescita dei caratteri recessivi con l’aumento degli incroci. Il nazismo non inventò l’Eugenetica, ne raccolse l’idea e ne fece un imperativo politico. Purtroppo all’inizio furono in tanti, da altri paesi “progrediti”, a guardare con interesse a cosa accadeva in Germania e il successivo scoppio della guerra determinò una rapida escalation nelle pratiche eugenetiche. Si cominciò con i bambini, per passare rapidamente agli adulti, e furono individuati i luoghi, quasi tutti isolati ma non lontani da strade e ferrovie. Si trattò prevalentemente di strutture donate da istituzioni benefiche o ecclesiastiche per farne ospizi e ricoveri per malati di mente. In ognuno di questi entrarono in funzione una camera a gas e un forno crematorio. Soltanto la necessità di intrattenere rapporti con le famiglie li distingueva da vere e proprie macellerie.

Se reclutare coloro che già si trovavano in ospedali psichiatrici era piuttosto facile, più difficile era ottenere bambini in affidamento dalle famiglie. E qui purtroppo svolsero un ruolo cruciale i medici di famiglia che, sfruttando colpevolmente la loro credibilità e il rapporto di fiducia con i genitori, riuscirono a vincere le legittime resistenze di questi ultimi. Il destino era dunque segnato, prima il ricovero in un ospedale pediatrico e poi il trasferimento in “reparti per l’assistenza esperta dei bambini con malattie ereditarie”. Quindi le notizie diventavano via via sempre più frammentarie fino al decesso improvviso, comunicato da segretarie di conforto. Lettere, migliaia di lettere che non dovevano assomigliarsi per non destare sospetto.

Aktion T4 terminò nell’autunno del 1941, almeno nella sua versione ufficiale. Sui giornali c’erano pagine e pagine di necrologi simili, troppo simili tra di loro. Ad Hadamar c’erano fumo e cenere, le voci cominciavano a correre. Tre preti di campagna alzarono la voce nelle loro parrocchie contro questo orrore. Furono uccisi. Il progetto continuò in ordine sparso, senza una regia centrale. Tutto ciò fino a luglio del 1945, qualche mese dopo la fine della guerra in Europa. La storia di T4 non ha testimoni, perché sovente i protagonisti non sapevano parlare, ma qualche cattivo ragazzo sapeva scrivere: “Cara mamma! Se ne sono andati e mi hanno lasciato rinchiuso. Cara mamma io non resisto otto giorni qui con questa gente: io me ne vado, qui non ci resto. Vieni a prendermi. Anche la mia valigia è rotta, è caduta. Cara mamma, fa qualcosa affinché la mia richiesta sia esaudita”.

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