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A chi appartiene la Terra? Messa così, brutalmente, la risposta istintiva potrebbe essere che appartiene agli uomini o magari a ben vedere a un ristretto gruppo di uomini. I più illuminati potrebbero rispondere che appartiene più in generale agli esseri viventi, anche se sappiamo bene che gli altri esseri viventi non se la passano troppo bene, vista la pressione a cui gli esseri umani sottopongono tutte le altre specie.

I padroni della terra

La domanda se la poneva qualche anno fa Stefano Mancuso, scienziato di fama internazionale e docente di Neurobiologia presso l’università di Firenze, declinando così il suo pensiero: “Lasciando da parte diritto di nascita e diritto divino, sui quali non si può effettuare alcuna verifica logica, rimangono essenzialmente due possibilità. La prima: siamo i signori della Terra perché siamo la specie più numerosa. La seconda: siamo i signori della Terra perché siamo migliori di ogni altra specie vivente del pianeta”.

Ebbene la prima tesi è facilmente contestabile, in quanto è abbastanza intuitivo che non rappresentiamo la specie vivente più numerosa, nonostante gli ormai sette miliardi e mezzo di esemplari. La quantità di biomassa umana rappresenta solo un diecimillesimo dell’intera biomassa della Terra. Peraltro i soli funghi hanno una biomassa sei volte superiore a quella di tutti gli animali messi insieme, mentre le piante da sole rappresentano ben l’80% del totale.

La seconda tesi è più complessa perché definisce un concetto di superiorità generica che andrebbe però precisato. In che cosa siamo effettivamente migliori? Si potrebbe rispondere che il nostro cervello di dimensioni superiori a quello di altre specie ci ha permesso di raggiungere risultati impensabili, basti pensare alle mirabili opere di ingegneria, alle incredibili opere d’arte, alla complessità della nostra società, alle fantastiche conquiste tecnologiche, all’autocoscienza individuale ed alla conseguente capacità di porci domande sul senso della nostra esistenza.

Ma siamo sicuri che questa sia la lettura corretta e che non sia invece un’aberrazione della cosiddetta teoria della bolla di filtraggio teorizzata da Eli Pariser nel 2011? Si tratta della teoria secondo cui, un po’ come succede con le informazioni che si raccolgono su Internet e che si autoselezionano sempre più in base ai nostri gusti personali, si tende sempre più ad escludere le informazioni lontane dal nostro mondo culturale.

Un altro criterio: il tempo

Cambiamo allora punto di vista. Il principale obiettivo degli esseri viventi oggettivamente appare essere la sopravvivenza attraverso un costante adattamento evolutivo e in una gara di mezzofondo, che metaforicamente può ben rappresentare la lunghissima storia della vita sulla Terra, chi può dunque essere considerato il migliore?

Evidentemente chi ha una durata maggiore, cosa che gli permette di arrivare sino in fondo e davanti agli altri. I dati ci dicono che si va dai 10 milioni di anni di vita degli invertebrati al milione di anni dei mammiferi. Anche in questo caso le piante vanno molto oltre, visto che una felce è stata ritrovata in rocce fossili di 70 milioni di anni fa o che un Ginkgo Biloba può vantare almeno 250 milioni di anni di vita. Naturalmente la gara è appena iniziata, ma onestamente chi di noi immagina che l’uomo possa sopravvivere anche solo, si fa per dire, altri centomila anni? Perché percepiamo questo obiettivo difficilmente raggiungibile quando per raggiungere la media degli altri esseri viventi dovremmo attenderci una capacità di sopravvivenza di almeno altri 4 milioni e settecentomila anni?

La scarsa fiducia nel genere umano o meglio nella sua proiezione di longevità ha evidentemente molto a che fare con i disastri ambientali che il nostro atteggiamento predatorio incontrollato ha già determinato fin qui e dei conseguenti pericoli che potrebbero spazzarci via da un momento all’altro. Mentre le altre specie viventi continueranno ad estinguersi in coincidenza di cicliche catastrofi apocalittiche, per noi il discorso appare essere molto diverso. Le piante, a quanto pare le vere padrone della Terra, rischiano di dimostrarci che il nostro grande cervello è in realtà uno svantaggio evolutivo.

E allora Stefano Mancuso ci ricorda che tutto sommato questa conclusione non è poi una sorpresa, visto che la foto più conosciuta del nostro pianeta, ossia l’alba della Terra immortalata da William Anders della missione Apollo 8 durante il primo viaggio orbitale di un equipaggio umano intorno alla Luna, ci mostrò il nostro bellissimo pianeta dominato da tre colori: il blu dell’acqua, il bianco delle nuvole e appunto il verde, il verde delle piante.

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