sinistra

Mi sento di rispondere a Giulio Cavalli che, dalle pagine di Left, giustamente si è sentito di esortare morettianamente a “fare qualcosa di sinistra” anche Europa Verde e Sinistra Italiana. Voglio – in amicizia – ribattere parafrasando un’altra frase di Nanni Moretti: sì, noi stiamo facendo qualcosa di sinistra, ma non è che abbiamo scelto di stare in disparte con l’idea che ci notino di più. Se non sembriamo presenti nell’attuale campagna elettorale è perché il presenzialismo mediatico di certi altri – certi anche con percentuali di voto ben al di sotto della nostra – si contrappone al poco tempo che ci è concesso in spazi di discussione amplificati dai media, televisione in primis. Noi, penalizzati sotto questo punto di vista, abbiamo scelto altre vie. Ci sarà modo di parlarne.

Discutiamo invece dei contenuti

L’alleanza Europa Verde/Sinistra Italiana non è un’unione di comodo ma è la presa di coscienza che giustizia ambientale e giustizia sociale sono oggigiorno parenti strette, entrambe prodotti di un sistema-zombie, come lo ha definito George Monbiot in questo Ted Talk, morto poiché insostenibile ma ancora inesorabilmente in mezzo a noi. Il consumo di suolo e il consumo del lavoratore sono due facce della stessa medaglia (il biocapitalismo) e sono spesso le stesse orecchie che non ascoltano le ragioni dal basso e le ragioni dell’ambiente. Sappiamo bene, ad esempio, che continuare con il business as usual, come vorrebbe “l’ignobile agenda Draghi”, salva temporaneamente il presente e affossa il futuro. L’abbiamo visto e lo stiamo vedendo quest’estate con la peggiore siccità in settant’anni, con le perdite dell’agricoltura, con certe zone calde per la loro conformazione geografica (la Pianura Padana) di cui non ci si sta occupando come occorrerebbe fare (in primis per ridurre le emissioni inquinanti), con l’aumento di mortalità per infarto da inquinamento nelle città perché abbiamo la più alta densità di auto d’Europa dopo il Lussemburgo (che è un piccolo stato). La transizione ecologica reale non sarà un bagno di sangue: questo scenario presente, se esteso al futuro, lo sarà eccome. E il lavoro, lo vorremmo regolato meglio e tutelato di più: non possiamo più permetterci tutte queste morti bianche, anche di adolescenti in alternanza con la scuola. E la creazione del lavoro: non più opere pubbliche fatte seguendo tutti i parametri tranne quelli ecologici (innescando perdita di biodiversità e magari negando di farlo perché non ci se ne rende conto o non si vuole rendersene conto), ma interventi mirati a una maggiore resilienza futura (e ce ne sono da fare, a partire dalle nostre case e a finire con l’economia circolare – quella vera – passando per gli acquedotti e la dispersione d’acqua al 47,9%). E chi è italiano di fatto deve diventare italiano su carta. E una società davvero inclusiva deve tutelare chiunque dalla violenza di che fa del privilegio un mezzo di prevaricazione.

Ci siamo

Insomma, caro Giulio e caro Left, avete ragione e siamo con voi. Il futuro lo vogliamo davvero differente, più egualitario, più consapevole, più sostenibile. Non svuotiamo di valore questa parola com’è successo con “green” che oramai è un brand. La linea che abbiamo scelto è quella della trasparenza e della razionalità, i cambiamenti fatti per il bene comune non ci spaventano e siamo consapevoli di quanto vadano studiati bene e di quanto occorra tempo per avere dei risultati concreti. Ma da qualche parte bisogna iniziare. Vorremmo anche che la comunicazione delle nostre richieste non fosse distorta e non passassimo per estremisti (un argomento su tutti: il nucleare o la distorsione nel racconto dell’Energiewende tedesca) ma che le nostre ragioni razionali passassero alle persone che vogliamo tutelare in futuro: i poveri (nuovi o vecchi), gli anziani, i bambini e il domani che li aspetta, gli immigrati, la comunità LGBT+, le donne, chi è reso disabile dalla struttura sociale (ho la sindrome di Asperger, so di cosa parlo) e perfino tutti quegli inconsapevoli elettori della destra perché oramai vedono la sinistra come un élite di cui si sentono di non fare parte. Dato che dai media il nostro messaggio gli arriva spesso distorto, non riescono a capire (e invece dovrebbero) che stiamo lavorando anche per loro.

Però, Giulio (e qua parlo a titolo personale, come un’amica che non conosci) una cosa mi sento di dirla: “Siamo persone che il 25 settembre andranno a votare con la consapevolezza dell’ennesima sconfitta”, scrivi. Bene, per fare qualcosa di sinistra c’è bisogno che si inizi a scrollarsi di dosso questa mancanza di speranza, che si inizi anche a smetterla di pensare in termini di vittoria o sconfitta: “ascoltare, pensare, fare” sono le parole chiave. Ascoltare gli ultimi, ascoltare gli scienziati che ci mettono in guardia da anni nei confronti del disastro ambientale, ascoltare chi lavora, pensare nuove maniere operative resilienti e poi fare qualcosa di sinistra a tutti i livelli della società. So bene che un innamorato con il cuore spezzato ci mette un po’ prima di credere ancora nell’amore, ma se il fine è desiderare di stare bene con qualcuno, occorre ricominciare a fidarsi e ad adoperarsi per il proprio benessere. Ecco, perdona questa metafora un po’ da Sex and the City, ma penso che il senso così sia più chiaro. Noi ci siamo, voi sosteneteci.

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