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Se l’aumento delle temperature causato dal riscaldamento globale si mantenesse entro gli 1,5° C entro il 2050, si potrebbero ridurre dell’85% i rischi per la salute e per la qualità della vita umana rispetto a quanto succederebbe con maggior incremento di calore.

Lo studio: l’importanza di 1,5° C

La stima arriva da una ricerca coordinata dall’Università dell’Anglia Orientale pubblicata su Climatic Change. Lo studio ha calcolato l’impatto sull’esposizione umana a una serie di rischi quali: scarsità d’acqua, siccità, stress da calore, incendi, malattie trasmesse da vettori ed inondazioni che deriverebbero dal riscaldamento globale a 1,5° C, 2° C o 3,66° C. Le simulazioni realizzate dai ricercatori in base a tali scenari hanno concluso che i rischi, a livello globale, si riducono in modo significativo se l’aumento delle temperature si mantiene entro 1,5° C. Per esempio, con un aumento delle temperature entro 1,5° C l’esposizione della popolazione mondiale alla malaria e alla dengue sarà inferiore del 10% rispetto a un aumento di 2° C. Ciò, tuttavia, avvertono i ricercatori, non significa evitare del tutto l’impatto dei cambiamenti climatici: l’aumento delle temperature di 1,5° C entro il 2100 esporrà 41-88 milioni di persone all’anno a rischio di inondazioni costiere a livello globale. Se tuttavia la temperatura dovesse innalzarsi di 2° C, a questi si aggiungerebbero ulteriori 45- 95 milioni di persone all’anno.

Per i ricercatori a rischiare di più a causa dell’aumento delle temperature sarà l’Africa occidentale, l’India e il Nord America. “I nostri risultati sono importanti perché l’obiettivo dell’accordo di Parigi è limitare il riscaldamento globale a ‘ben al di sotto di 2° C e ‘perseguire gli sforzi’ per limitare l’aumento a 1,5° C. I decisori devono comprendere i vantaggi di puntare alla cifra più bassa”, commenta Rachel Warren, prima autrice dello studio.

Un rischio crescente

Ma ad oggi, siamo davvero in linea con gli obiettivi indicati dagli Accordi di Parigi già sette anni fa? Sembra proprio di no secondo i risultati dello studio scientifico dei ricercatori del National Center for Climate Restoration australiano, guidati da David Spratt e Ian Dunlop, dal sinistro titolo “Existential climate-related security risk”. L’ipotesi dello studio è che esistano rischi di riscaldamento globale non calcolati dagli Accordi di Parigi e in grado di porre “rischi esistenziali” alla civiltà umana, tali rischi aggiuntivi si basano sul meccanismo di “long term carbon feedback” con cui il pianeta tende ad amplificare i mutamenti climatici in senso negativo. Se si tiene conto anche del “carbon feedback”, secondo diverse fonti (World Enviromental Outlook 2018) esiste un concreto rischio di arrivare a tre gradi di riscaldamento già nel 2050, che salirebbero a cinque gradi entro il 2100.

La maggior parte degli scienziati ritiene che un aumento di quattro gradi distruggerebbe l’ecosistema mondiale portando alla fine della civiltà umana così come la conosciamo oggi. Il vero problema, sottolinea lo studio australiano, è rappresentato da alcune “soglie di non ritorno” climatiche come la distruzione delle calotte polari e il conseguente innalzamento catastrofico del livello del mare. “Soglie di non ritorno” molto pericolose che, una volta oltrepassate, trasformerebbero il climate change in un evento non lineare e difficilmente prevedibile con gli strumenti oggi a disposizione della scienza. Dopo il superamento di quei “punti di non ritorno” il riscaldamento globale si autoalimenterebbe anche senza l’azione dell’uomo, rendendo inutile ogni tardivo tentativo di eliminare le emissioni. Quello della fine della civiltà umana è stimato, ad oggi, un rischio minimo ma non assente, sottolinea Ramanathan, che lo stima al 5% («e chi prenderebbe un aereo sapendo che ha il 5% di possibilità di schiantarsi?», nota lo scienziato). È oggi che dobbiamo agire, domani potrebbe essere troppo tardi.

A che punto siamo?

Ma l’Umanità è pronta a reagire senza ulteriori indugi alla gravissima minaccia della crisi climatica? In realtà la partita si gioca su più fronti. Il primo è quello delle grandi scelte politiche e degli accordi economici internazionali che vedono un progressivo impegno collettivo verso la produzione di energia da fonti rinnovabili. Allo stato attuale, a livello globale, un terzo dell’energia elettrica mondiale è prodotta da fonti rinnovabili e 2/3 da combustibili fossili, con l’obiettivo d’incrementare nel tempo la quota rinnovabile (vedi figura).

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Fonte: World Enviromental Outlook 2018

Il secondo fronte è quello delle scelte e dei comportamenti individuali, a torto spesso considerati poco incisivi rispetto alle scelte economiche ed energetiche degli Stati. In realtà le scelte di ciascuna persona tra 7,7 miliardi di individui, che diventeranno 8,6 miliardi nel 2030 e 11,2 miliardi nel 2100 non sono assolutamente trascurabili sul piano dell’alimentazione, della mobilità e delle scelte elettorali.

L’impatto dell’alimentazione

È noto che la crisi climatica, come stiamo già osservando, impatterà moltissimo sulla produzione del cibo e sulla sicurezza della catena alimentare. La scelta alimentare di ciascuno di noi, lungi da essere solo un fatto privato, presenta conseguenze collettive da non ignorare. Infatti, l’ultimo rapporto del Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dedica un’intera sezione alle scelte alimentari ed all’alimentazione sostenibile come meccanismo d’adattamento e mitigazione della crisi climatica in atto. A tal proposito è da sottolineare che il nostro appetito per la carne è assolutamente problematico in quanto è la principale causa di deforestazione, e tutti sappiamo come e quanto questa pratica assurda stia peggiorando il cambiamento climatico. Quindi prendersi cura degli animali è prendersi cura di noi stessi. Infatti, l’impatto ambientale del consumo di carne comprende anche lo spreco di risorse primarie e l’emissione di inquinanti che va a danneggiare pesantemente l’ecosistema globale.  Si calcola che per produrre solo 5 Kg di carne bovina serva la stessa quantità di acqua consumata da una famiglia media in un anno e che le calorie di combustibile fossile spese per produrre 1 caloria di proteine dal grano sono pari a 2,2 contro un valore medio di 25 per i cibi d’origine animale.

Sempre per sostenere l’allevamento del bestiame a partire dal 1960 si è realizzato un disboscamento intensivo accompagnato da deforestazione e desertificazione, ed è stato calcolato che ogni hamburger importato dall’America Centrale  abbia comportato il disboscamento e la trasformazione a pascolo di 6 mq di foresta pluviale col risultato che il 40% delle foreste pluviali è stato distrutto negli ultimi 40 anni con notevole riduzione ed impoverimento della biodiversità del nostro pianeta (Rapporto Centro per la Ricerca Forestale Internazionale  del 2003). A tal proposito dallo studio ecologico di Weber e Matthews è emerso che carne, pesce, uova e latticini sono responsabili del 58% delle emissioni di gas serra per la produzione di cibo, pari a quasi il triplo di quelle derivanti da alimenti vegetali, tali risultati sono stati anche confermati dal uno studio italiano del 2007 in cui si è evidenziato che una dieta vegana, che utilizzi cibi da agricoltura biologica, presenta un impatto ambientale ben 8 volte inferiore rispetto ad una dieta onnivora.

La locuzione latina” Video meliora proboque, deteriora sequor” è traducibile in italiano come: “Vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio”. Questi versi sono contenuti nelle Metamorfosi di Ovidio e queste parole ben descrivono la debolezza dell’essere umano, il quale, pur conoscendo ciò che è giusto, non riesce a seguirlo perché dominato da un’irrazionale “impazienza di godere qui e ora”. Tuttavia, a tal proposito, non dobbiamo dimenticare l’insegnamento di Charles Darwin che, nella sua Origine delle Specie, ammoniva: la selezione naturale è un meccanismo chiave dell’evoluzione secondo cui, nell’ambito della diversità genetica delle popolazioni, si ha un progressivo (e cumulativo) aumento degli individui con caratteristiche ottimali per l’ambiente in cui vivono. Vale a dire che la Natura non perdonerà le nostre scelte se le fonderemo sulla stupidità.

Letture consigliate

  • Weber, C.L.; Matthews, H.S. Food – Miles and the Relative Climate Impacts of Food Choices in the United States. Environmental Science and Tecnology 42 (10): 3508 -13, 2008
  • Baroni, L.; Cenci, L.; Tettamanti, M.; Berati, M. Evaluating the enviromental impact of various dietary patterns combined with different food production system. Eur J Clin Nutr 61 (2): 279-86. 2007

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