celiachia

Quando si parla di discriminazione e di battaglie per i diritti civili si fa quasi sempre riferimento a quelle razziali, di genere o a quelle in favore di coloro che soffrono di una qualche forma di disabilità. Per fortuna negli ultimi decenni sono stati fatti grossi passi in avanti dal punto di vista normativo sugli accessi ai disabili, anche se ci si continua a scontrare quotidianamente con inadempienze, leggerezze, incapacità e più in generale distanza culturale. Tuttavia se ci si è giustamente concentrati sugli accessi per chi ha problemi di deambulazione, ci si è completamente dimenticati di tutti gli altri. La cartina di tornasole in questo senso potrebbe essere rappresentata dall’attuale condizione di chi soffre di celiachia.

Di cosa si tratta

La celiachia un tempo era classificata come malattia rara, ma oggi i numeri ci parlano di una incidenza sulla popolazione generale intorno all’1% e di una crescita costante (il numero di celiaci rispetto a 25 anni fa è raddoppiato), in parte dovuta anche alla disponibilità di tecniche diagnostiche sempre più fini, in grado di portare alla luce una condizione totalmente inconsapevole nel 70% dei casi. La celiachia, altrimenti detta intolleranza al glutine, è una malattia permanente di tipo autoimmune, scatenata da una predisposizione genetica latente.

L’assunzione di glutine, o meglio di una sua proteina chiamata gliadina, sostanza contenuta nel grano ed in altri cereali comuni come segale, orzo e farro, determina in questi soggetti una infiammazione cronica dell’intestino tenue accompagnata da una sindrome gastrointestinale caratterizzata da dolore addominale, astenia e diarrea cronica, oltre che il rischio di sviluppare altre concomitanti condizioni patologiche come anemia sideropenica, fragilità ossea, debolezza muscolare e in alcuni casi diabete mellito. Vi è poi una forma atipica di celiachia più infida e difficile da diagnosticare, che si sviluppa in assenza dei classici sintomi gastrointestinali ed è invece caratterizzata da anomalie di tipo neurologico. La celiachia si può sviluppare a qualunque età e per essa non esistono cure di tipo farmacologico o chirurgico, l’unica risposta possibile è di tipo comportamentale e prevede l’abolizione totale dalla dieta di cibi contenenti glutine.

L’aumento dei casi

Ma a cosa è dovuto allora, trattandosi di una condizione fondamentalmente genetica, questo aumento esponenziale dei casi conclamati? La risposta secondo gli esperti sta nell’uso a partire dagli anni Sessanta di farine maggiormente ricche di glutine, raffinate e selezionate per permettere una maggiore morbidezza del prodotto finito ma soprattutto una notevole riduzione dei tempi di lievitazione e di lavorazione industriale, con  conseguente riduzione dei costi e aumento dei profitti. Non di rado poi i mulini convenzionali aggiungono alle farine enzimi o glutine secco per renderle più appetibili al mercato e quindi più vendibili. Il risultato è che, pur essendo il grano a prescindere un mostro genetico e sebbene i cereali, così come i legumi, non siano stati oggettivamente pensati dalla natura per noi, assumiamo una quantità molto maggiore di glutine rispetto ai nostri antenati e questo può portare alla luce più facilmente una predisposizione. Le farine antiche contenevano dunque molto meno glutine.

La vita di tutti i giorni

Alla luce di tutto questo chi scopre di essere celiaco si vede piuttosto condizionato nelle proprie abitudini alimentari, soprattutto se all’impossibilità di assumere alimenti contenenti glutine si aggiunge il rischio di contaminazione ambientale, cioè la necessità per chi prepara alimenti per celiaci di non maneggiare contestualmente alimenti oppure oggetti venuti a contatto con la sostanza da evitare. Questo comporta per gli intolleranti al glutine un certo rigore nei comportamenti ma assolutamente nessuna limitazione nelle aspettative, come testimoniato di recente dal campionissimo del tennis Novak Djokovic, celiaco e fresco vincitore dell’ultima edizione del torneo di Wimbledon.

Semmai è sul piano dei diritti che bisognerebbe fare una riflessione. La legge quadro 123 del 2005 che ha riconosciuto la celiachia come malattia sociale, ha imposto alle ristorazioni scolastiche, ospedaliere e pubbliche di preparare alimenti adatti a chi ha un’intolleranza al glutine certificata, così come un’etichettatura trasparente sia per i farmaci che per gli alimenti. Tuttavia sebbene non si possa più parlare di malattia rara (ammesso che questo possa essere un’attenuante) oggi un celiaco se desidera mangiare fuori deve affidarsi o al buon cuore del ristoratore di turno oppure a una sua precisa scelta commerciale, tesa a differenziarsi nell’offerta andando incontro alle esigenze di questa tipologia di clienti. E allora, se “forse” non si può obbligare un ristoratore a rispondere a prescindere ad un precisa esigenza sociale, è giusto che eventi patrocinati da enti pubblici possano permettere questo tipo di discriminazione? È giusto cioè che a qualcuno (in realtà abbiamo visto molti) in un’occasione di festa si risponda: “No, tu no”? È possibile che un’istituzione pubblica non possa obbligare chi partecipa e lucra ad un evento da essa patrocinata a garantire la soddisfazione dei bisogni di tutti i cittadini? Il vuoto normativo in tal senso in un paese civile andrebbe colmato e in fretta.

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