dissalatori

Trasformare l’acqua di mare in acqua potabile sembrerebbe l’uovo di Colombo per affrontare la grave siccità che sta imperversando in questi giorni nel Nord Italia, a prima vista una grandissima opportunità per dissetare i campi, mitigare la canicola e persino ridurre l’incremento del livello del mare che avanza. Ma le cose stanno davvero così?

La tecnologia è ormai consolidata e diffusa in diverse parti del mondo ma, tra costi di implementazione, consumi energetici, al momento basati principalmente sui combustibili fossili e la produzione di salamoia tossica, rimangono ancora punti controversi.

La situazione critica in Italia

Riduzione della fertilità del terreno, danni alle infrastrutture e perdita delle colture ittiche. Sono questi gli effetti devastanti della risalita del cuneo salino, ormai arrivato a 30 chilometri dal delta del fiume Po. Il fenomeno si verifica quando l’acqua salata del mare riesce a farsi strada nella falda acquifera dell’entroterra a causa di una ridotta portata del fiume. Per tamponare l’emergenza siccità e gli impatti negativi del cuneo salino che stanno colpendo il Polesine, è stato installato a Taglio di Po, (provincia di Rovigo) un dissalatore proveniente dalla Spagna. Per un costo di circa 75mila euro al mese di affitto ha la capacità di desalinizzare 100mila litri all’ora, garantendo acqua potabile per cinquemila persone.

Il dissalatore rientra nelle soluzioni annunciate durante una conferenza stampa dal gestore idrico Acquevenete, i sindaci dei comuni Polesani, la Prefettura, l’Arpav, l’Ulss 5, il Consiglio di bacino e la Provincia. Inoltre, alcuni comuni del Basso Polesine hanno emanato un’ordinanza per un utilizzo razionale, accorto e sostenibile dell’acqua. Il provvedimento vieta di impiegare acqua potabile per il lavaggio domestico di automobili e veicoli, cortili e piazzali, il riempimento di vasche da giardino e fontane ornamentali.

Come e dove funziona

La desalinizzazione si basa su un processo chiamato osmosi inversa, grazie al quale l’acqua viene forzata attraverso membrane filtranti che consentono alle sue molecole di passare bloccando i sali e altre impurità inorganiche. Con quasi 16mila impianti attivi o in fase di costruzione, la dissalazione è impiegata in 183 paesi; quasi la metà della capacità totale è installata in Medio Oriente. In Europa soprattutto i paesi mediterranei sono interessati alla tecnologia che, infatti, ha conosciuto un notevole sviluppo soprattutto in Spagna (al 2021 risultano installati circa 765 impianti). Tra questi è attualmente in funzione a Barcellona un sistema ibrido fatto di due potabilizzatori e due dissalatori, che riesce a garantire l’acqua potabile a 5 milioni di abitanti e a più di 8 milioni di turisti l’anno. Piccoli paesi quali Bahamas, Maldive e Malta riescono a soddisfare la totalità del loro fabbisogno idrico attraverso il processo di desalinizzazione. L’Arabia Saudita (34 milioni di abitanti) ne ricava circa il 50 per cento della sua acqua potabile, mentre Israele possiede un grandissimo impianto a Sorek, in grado di produrre 627mila metri cubi di acqua dissalata al giorno.

In Italia questi impianti non sono stati ancora sviluppati e oggi con l’ultima previsione della legge ‘Salvamare’ diventa ancora più complicato costruirli.

“Questa ultima normativa – dichiara l’economista Alessandro Marangoni, autore dell’articolo: la desalinizzazione, una risposta alla crisi idrica, elaborato dalla società italiana Althesys (di cui è Amministratore Delegato) e dalla spagnola Acciona – complica il processo autorizzativo per cui allunga i tempi e prevede una Valutazione di impatto ambientale che nella maggior parte dei casi potrebbe essere non necessaria trattandosi di impianti che hanno impatti ambientali limitati”.

Continua Marangoni: guardando al futuro e tenuto conto che il fenomeno del cambiamento climatico peggiorerà c’è bisogno in determinate aree di soluzioni strutturali e di impianti stabili di taglia industriale che magari impiegheremo due tre anni a realizzare ma che poi funzioneranno per altri due o tre decenni sul territorio.

Le potenzialità

Grazie al perfezionamento dei processi e allo sviluppo dei materiali si prevede, infatti, un’ulteriore diminuzione dei costi della dissalazione: se, nel 2019, erano scesi per la prima volta sotto i 3 dollari (tra investimento, gestione ed energia elettrica), il 2020 ha visto un nuovo record storico, con il prezzo che si è attestato a 1,5 dollari al metro cubo. Dal punto di vista energetico, poi, la desalinizzazione può offrire forti sinergie con le rinnovabili: le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più adatte al fotovoltaico. L’unione tra impianti di dissalazione, generazione solare, eolica e termoelettrica permetterebbe anche di limitare le emissioni, ridurre i costi energetici e la loro volatilità legata ai combustibili fossili. L’Italia presenta caratteristiche ideali per lo sviluppo della desalinizzazione: molte aree soggette a scarsità cronica di acqua e una linea costiera tra le più ampie al mondo, eppure da noi la desalinizzazione conta oggi solo per lo 0,1% dei prelievi idrici complessivi. Non solo: nelle isole la desalinizzazione in situ è assai più conveniente del trasporto. Il costo dell’acqua desalinizzata si attesta infatti sui 2-3 €/m3, mentre il prezzo di un metro cubo di acqua trasportata via nave si aggira su livelli molto più alti, circa 13-14 euro. Molte isole, soprattutto in Sicilia, Toscana e Lazio, hanno già iniziato a dotarsi di impianti di desalinizzazione. La maggior parte di quelli presenti nelle principali isole italiane è stata costruita dopo il 2005. Ricordiamo che il PNRR individua quattro voci di investimenti con lo scopo di “garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e la gestione sostenibile delle risorse idriche lungo l’intero ciclo” per risorse totali di 4,38 miliardi di euro, circa 51% nel Mezzogiorno, delle quali poco meno della metà sono dedicate ad “infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento idrico”.

Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica. I dissalatori inquinano perché il processo di osmosi inversa produce, come scarto, un liquido ultrasalato molto tossico per gli organismi acquatici e quindi si dovrebbe prevedere un costo aggiuntivo per il suo smaltimento e trattamento. Infine, con la guerra in atto i costi dell’energia elettrica sono incrementati e, per un consumo familiare medio di 200 metri cubi di acqua all’anno il costo dell’acqua dissalata aggraverebbe la bolletta energetica familiare di 600 euro l’anno, a meno di non accoppiare gli impianti di dissalazione a fonti d’energia rinnovabile ed a basso costo.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui