calenda

Carlo Calenda, dopo aver più volte detto di essere favorevole alla produzione di energia nucleare in Italia, si è spinto oltre, dichiarando che il nucleare è un’energia a basso costo e che riduce la dipendenza dell’Italia da approvvigionamenti da fonti straniere. Inoltre dichiara che il referendum sul nucleare (i “SI”, per l’abrogazione delle norme che consentivano la produzione nel territorio italiano di energia nucleare, presero il 94,05% dei voti) fu il primo atto del populismo.

Di fronte a tale campagna, fatta a braccetto con la Lega, il co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, si è più volte espresso in senso opposto, portando dati e numeri molto significativi. Inoltre la comunità scientifica ribadisce alcuni concetti che, probabilmente, a chi usa il nucleare per raccattare consensi, sfuggono o peggio fa finta di non capirli.

La volontà degli italiani

La considerazione che viene spontanea, prima di portare avanti i dati, è una riflessione sulla scarsa considerazione che Calenda ha dei suoi concittadini, che dichiarandosi per ben due volte contrari al nucleare, li consideri degli sciocchi babbioni (come direbbero a Roma), che abbindolati dagli stregoni ambientalisti, hanno abboccato al nascente “populismo ecologista” e così hanno espresso la loro contrarietà alla produzione di energia nucleare in Italia.

Al contrario, questo fatto dovrebbe essere preso in seria considerazione e non liquidarla come una semplice espressione populista.

In Italia siamo talmente “babbioni” che esprimiamo diffidenza nei confronti del nucleare, non soltanto attraverso uno strumento democratico, come il referendum, ma anche attraverso delle scelte, o forse è meglio dire “non scelte”, che vengono rimandate ormai da decenni, come quella che incombe, proprio in questi giorni, sul deposito unico delle scorie radioattive, che aspetta ormai di essere collocato da qualche parte in Italia da circa 30 anni. Non per costruire, quindi, ma 30 anni solo per scegliere il luogo idoneo per lo stoccaggio delle scorie, rifiuto delle centrali italiane ferme da decenni.

La SOGIN, società incaricata per il decommissioning delle centrali, ha individuato 67 (SESSANTASETTE) località potenzialmente idonee alla realizzazione del deposito nazionale delle scorie nucleari. Ebbene dopo NOVE incontri con enti pubblici, comuni, province, associazioni, il risultato è stato un secco e corale NO, aggiungeremo per far contento Calenda un populistico NO.

Perché in molti gonfiano il petto parlando di nucleare, ne chiedono, per l’Italia, la costruzione di nuove centrali di “ultima generazione”, ma poi, diciamoci la verità, nessuno la vuole? E soprattutto perché nessuno la vuole vicino casa sua? Non è semplicemente il fenomeno NIMBY (Not In My Back Yard), cioè la contrarietà alla realizzazione di opere di interesse pubblico nel proprio territorio, ma le ragioni sono molto meno populiste e molto più scientifiche di quanto creda qualcuno.

Le ragioni

Prima di tutto, in una situazione di emergenza climatica, come quella che stiamo vivendo, il nucleare non può essere la risposta. Innanzitutto se si pensa ai tempi di realizzazione di una centrale nucleare, di una sola. Abbiamo esempi in diversi stati europei, sotto certi aspetti, più efficienti, più esperti e meno a rischio di infiltrazioni mafiose nella realizzazione di grandi progetti: è il caso ad esempio della centrale nucleare di Okiluoto, che doveva essere terminata nel 2009 ma che è entrata in funzione alla fine del 2021, con un ritardo di 12 anni, doveva costare 3,2 miliardi di euro e ne è costata circa 11. Il governo finlandese aveva dato il via libera alla sua costruzione nel 2000, 21 anni per la messa in funzione! Su questo tema anche i francesi non sono stati proprio efficientissimi, dal 2007, data di inizio della costruzione della centrale di Flammaville, ancora oggi i lavori sono in corso con i costi lievitati da 3,7 miliardi a 12 miliardi di euro. Non proprio energia a basso costo e di rapida realizzazioni in situazioni di emergenza.

Se parliamo poi di sicurezza c’è da dire che, se pur gli incidenti sono stati pochi, sono stati molto disastrosi, con conseguenze che si pagano per anni e in territori vastissimi. Basti pensare a quanto accaduto a Fukushima, dove ancora oggi i livelli di radiazioni sono alti. Nel 2011 per alcune ore si è rischiato di rendere l’intero Giappone orientale disabitato, se fosse esploso il reattore numero 2 che, solo per una serie di eventi fortuiti, ancora da chiarire, non è andato distrutto. Per non parlare della decisione del governo giapponese di sversare nell’oceano 1 milione di tonnellate di acqua usata per il raffreddamento dei reattori di Fukushima, ritenendo di non avere soluzioni alternative.

Se poi pensiamo alla sicurezza informatica, che dovrebbe garantire il funzionamento delle nuove centrali, in Italia abbiamo già spazzato via ogni dubbio: a dicembre 2021 sono stati rubati alla già citata SOGIN ben 800 giga di file, grazie a una serie di falle nel sistema informatico, e se questi dati finissero nelle mani sbagliate?

L’approvvigionamento di materie prime per il funzionamento delle centrali nucleari non è così semplice e soprattutto l’Italia per questo dipenderebbe molto da paesi stranieri, su questo argomento è stato chiaro Angelo Bonelli: “La Russia ha un ruolo significativo nella produzione di uranio combustibile, rappresentando il 38% della lavorazione dell’uranio (conversione) in tutto il mondo e oltre il 45% della capacità di arricchimento del combustibile nel 2020. Gran parte dell’uranio lavorato e arricchito dalla Russia proviene dal Kazakistan, che è responsabile del 41% della produzione mondiale di uranio nel 2020″, anche su questo la propaganda nucleare sbatte il muso contro i dati.

Altra questione è legata all’acqua. Una centrale nucleare per raffreddare le turbine ha bisogno di tanta acqua, circa di 1.800.000 di litri di acqua al minuto, la Francia utilizza 16,5 miliardi di metri cubi di acqua per raffreddare le sue centrali. Come si può pensare in periodi di siccità, come quello che stiamo vivendo, che una centrale nucleare possa essere la soluzione per il futuro?

Nel resto del mondo

Il nucleare nel mondo non ha mai preso veramente piede, se si considera che soddisfa il 6/7% del fabbisogno energetico mondiale, questo perché costa tantissimo, tempi di costruzione lentissimi, costi elevatissimi di costruzione, gestione, smaltimento delle scorie e di dismissione, oltre che per uno scarso consenso sociale. Talmente poco conveniente che anche le aziende stesse si sono viste bene ad investirci troppo, tanto che spesso sono stati gli stati e quindi i cittadini a pagarne le spese.

E allora se la Germania ha deciso di abbandonare il nucleare, la California chiuderà nel 2025 la sua ultima centrale, quella di Diablo Canyon, in molti paesi si fa largo l’idea della denuclearizzazione, c’è chi in Italia sventola ai quattro venti il nucleare economico, veloce e sicuro, ma non nel suo giardino.

Ma soprattutto, come dice Angelo Bonelli: “Sostenere che il referendum sul nucleare sia stato il primo atto populista è un atteggiamento elitario e monarchico della politica. Se per Calenda i cittadini che hanno detto per ben due volte no al nucleare sono dei populisti, lui fa parte di una élite oligarchica e refrattaria all’esercizio della democrazia”.

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