corte suprema

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di ridimensionare l’autorità dell’EPA (Agenzia di Protezione Ambientale) per quanto concerne le emissioni dei gas serra generate dalle centrali energetiche esistenti.

La Corte, di maggioranza Repubblicana, ha stabilito che solo il Congresso ha il potere di redigere normative che possano limitare le emissioni delle centrali durante il passaggio dalle fonti non rinnovabili – nel caso specifico, il carbone – alle fonti rinnovabili. Tale decisione ostacola quanto previsto dall’agenda dell’amministrazione Biden, la quale si era posta l’obiettivo di ridurre a zero le emissioni da carbone fossile entro il 2035 e, in generale, di dimezzare le emissioni entro il 2100.

Secondo l’EPA, le centrali termoelettriche sono la seconda fonte di inquinamento negli Stati Uniti dopo i trasporti. Gli Stati Uniti sono anche il secondo produttore di gas serra dopo la Cina; questo significa che la loro azione è decisiva per contrastare il cambiamento climatico.

John Roberts, esponente repubblicano alla Corte Suprema, ha affermato che la limitazione delle emissioni di CO2 in modo da «costringere una transizione a livello nazionale dall’uso del carbone per la produzione di elettricità» può contribuire a risolvere la crisi climatica, ma «non è plausibile che il Congresso abbia dato all’EPA l’autorità di adottare da sola un tale schema normativo».

La Casa Bianca ha reagito all’ennesima limitazione imposta all’EPA con grande dissenso, definendola una «decisione devastante della Corte».

Uno scontro che dura da anni

Lo scontro con la Corte Suprema su questa tematica non è una novità: già sette anni fa l’amministrazione Obama aveva imposto dei severi limiti per le emissioni di CO2 in ogni singolo Stato, esortando le centrali elettriche a rispettarli passando ad alternative energetiche più pulite, come per esempio l’energia eolica e quella solare.

Il Clean Power Plan, questo il nome del provvedimento, è stato temporaneamente bloccato nel 2016 dalla Corte Suprema e poi abrogato nel 2019 dall’amministrazione Trump, secondo la quale il piano superava l’autorità dell’EPA ai sensi del Clean Air Act.

L’amministrazione Trump aveva, illo tempore, proposto norme più permissive per regolare le emissioni delle centrali termoelettriche esistenti. La revisione è stata contestata da Stati e gruppi ambientalisti e infine bocciata dalla Corte d’Appello degli Stati Uniti nel Distretto di Columbia.

Lo Stato della Virginia Occidentale, un importante produttore di carbone – insieme alle aziende del carbone e ai gruppi industriali – ha portato avanti il caso con il sostegno di alcuni procuratori Repubblicani, sostenendo che l’EPA non ha alcuna autorità per quanto concerne la transizione ecologica e che tale autorità appartiene al Congresso.

Gli avvocati che rappresentano l’EPA e le lobby dell’industria dei servizi pubblici statunitensi hanno respinto le argomentazioni che limitano l’autorità dell’agenzia, le quali porterebbero inevitabilmente ad azioni legali contro i fornitori di energia.

Buon compleanno, America?

A ridosso del 246mo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna, generatrice di un susseguirsi di eventi memorabili che nell’immaginario collettivo ha instillato l’idea di un Paese esemplare dedito all’impareggiabile progresso economico, tecnologico e socio-culturale, la disposizione maggioritaria “di partito” della Corte Suprema sembra puntare al regresso temporale di un’intera nazione.

Un dito invisibile che gira le lancette in senso antiorario, sopprimendo così il diritto delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza, ignorando le stragi provocate da una legge sulle armi troppo permissiva e negando il diritto alla vita attraverso i non-provvedimenti per contrastare la crisi climatica.

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