libro

Ho aperto Facebook e uno dei miei contatti gioiva perché dopo, a detta sua, una trentina d’anni, ha visto una lucciola. Nella mia mente intrisa di Literature and the Environment, l’equazione “lucciole: Pasolini” è immediata e da lì a Rachel Carson il passo è breve, mentre il resto dei titoli scorre a cascata. Vorrei quindi consigliarvi qualche libro, non di saggistica ma di narrativa, che vi accompagni in questa lunga estate caldissima.

Mary Shelley, L’ultimo uomo

Siamo nel 1826 e gli studi sui ritrovamenti fossili di animali antichi portano all’attenzione dei Romantici il concetto di estinzione. Attenzione – scriveva il famigerato Thomas Malthus nel suo An Essay on the Principle of Population (1789 – la specie umana cresce in maniera più rapida della disponibilità di cibo: così facendo potrebbe estinguersi.

Mary, oramai rimasta vedova, scrive questo libro ambientato nel futuro dove protagonisti sono una compagnia di amici simile a quella che era stata la sua. Dato che erano tutti morti, probabilmente anche lei si sentiva un po’ l’ultimo uomo. Ecco, a un certo punto in questa compagnia irrompe una malattia indefinita, volutamente indefinita, i sintomi sono così variabili da essere inafferrabili. Il genere umano si mostra totalmente impreparato: la notizia della pandemia che viene da lontano (il Nord America) arriva in sordina nelle Isole Britanniche. Ma la società non si ferma niente se non quando è troppo tardi. La guerra, a cui partecipa l’eroe simil-Byron, dà il colpo finale allo spargersi del morbo. Il governo e le istituzioni possono poco quando la sofferenza arriva dal non-umano in maniera incontrollata. Dio è assente e la fiducia nell’umano illuminista lascia spazio a una specie confusa, che ragiona di pancia, che il non-umano come fattore che innesca un disastro non l’ha considerato. Il mio personaggio preferito è Merrival, un astronomo che pensa e parla sempre di una dimensione futura di primavera perenne che non vedrà mai. Mi ricorda un po’ i discorsi sulla fusione nucleare. Quando si ammalano i suoi familiari, inutle dirlo, perde la bussola.

Il futuro, Mary lo aveva in parte intuito. Qua ne parlo più approfonditamente su ReWriters.

Solar, Ian McEwan (2010)

 Lui, per chi non lo conoscesse, è l’autore del bellissimo Espiazione (Atonement) che è un drama. Qua invece si ride – si ride delle nostre disgrazie.

Il protagonista – Beard si chiama – è uno scienziato mediocre, megalomane, irrimediabilmente consumista (consuma tutto, dal cibo alle mogli), un gran cialtrone insomma che diventa per puro caso il Premio Nobel da cui tutti si aspettano una rivoluzione nelle risorse rinnovabili. E accetta il posto per mettere spazio tra sé e i suoi casini coniugali, poi ruba le idee ad altri, fa figuracce per quello che dice, fa un viaggio esilarante in Artico circondato da artisti ecologisti che lo considerano l’unico che fa cose utili. Loro sono entusiasti ma poco pratici, lui invece è la figura da non mettere in nessun posto di rilievo un domani. Ian McEwans ci fa l’identikit preciso, intimandoci – ridendo – di stare attenti.

Sarebbe piaciuto a qualche cattivone della commedia all’italiana, tipo Risi o Salce. Qua ne parlo più approfonditamente su ReWriters.

Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori (2016)

 Bruno Arpaia ha scritto la prima climate change fiction (cli-fi) italiana perché è un letterato ma legge papers scientifici. È una condizione importante, abbastanza imprescindibile per come la vedo io, l’ascia di guerra seppellita fra Humanities e Scienze in vista di una letteratura che colga dove stiamo andando. Gli penso spesso, ad Arpaia e al suo libro, associandolo a una frase: “Ecco come finisce il mondo, non con un’esplosione ma con un gemito”. È T.S. Eliot. Il mondo che Bruno Arpaia mette in scena, la parabola di Livio il suo protagonista, somiglia più alla visione di Mary Shelley di quanto non si creda: nel passato, Livio vive una vita normale da scienziato, si trasferisce con la compagna negli Stati Uniti… eppure intorno a lui il mondo cambia e il cambiamento graduale porta alla catastrofe. Livio si ritrova allora vecchio e coinvolto in un viaggio della Speranza – come quelli raccontati dai rifugiati – verso la Scandinavia attraverso un’Europa totalmente cambiata, perché irrimediabilmente cambiato è il clima.

Se c’è una cosa bella di questo libro – che condivide con Shelley ma Arpaia lo attualizza perché siamo già nell’Antropocene – è questo scivolare lento verso la catastrofe. Serve a immaginarsi meglio un possibile scenario nel quale probabilmente viviamo già. Qua ne parlo più approfonditamente su ReWriters.

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