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Il traffico urbano rappresenta la quota più importante dell’inquinamento atmosferico dei centri urbani con effetti negativi su ambiente e salute umana. L’homeworking e la mobilità elettrica renderebbero le nostre città più pulite.

Intervenire subito sui veicoli più inquinanti

È di pochi giorni fa la notizia che il Parlamento Europeo ha votato a favore dello stop ai motori a combustibili fossili dal 2035, spingendo sull’elettrico. A dare forza alla posizione di Bruxelles si aggiunge anche lo studio italiano “Gross polluters and vehicles’ emissions reduction”, pubblicato su Nature Sustainability da Matteo Böhm, Mirco Nanni e  Luca Pappalardo dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isti),  in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria informatica, automatica e gestionale (Diag) dell’Università Sapienza di Roma. I ricercatori hanno condotto e studiato una serie di rilevazioni sul traffico di Roma, Firenze e Londra, concludendo che il 10% delle strade più trafficate di questi centri urbani, diversi per dimensione, popolazione  e rete stradale, può accogliere il 60% delle emissioni veicolari di tutta la città, e, allo stesso tempo, il 10% dei veicoli più inquinanti può arrivare ad essere responsabile di quasi la metà delle emissioni totali.

La ricerca evidenzia che rendendo elettrico anche solo l’1% dei veicoli più inquinanti, la contemporanea riduzione di CO2 emessa nell’ambiente sarebbe pari a quella ottenuta rendendo elettrico il 10% dei veicoli presi causalmente. Risultati simili si otterrebbero favorendo il lavoro da remoto, in Italia spesso chiamato smartworking, che eviterebbe i viaggi giornalieri di un’importante quota di popolazione.  La domanda su chi inquina di più nelle città può sorgere spontanea. “Dal nostro lavoro emerge che chi si sposta in modo più prevedibile, come nel tragitto casa-lavoro, è responsabile di una maggiore fetta di emissioni di chi ha, invece, un comportamento di mobilità più erratico ed imprevedibile”, spiega Luca Pappalardo ricercatore del Cnr-Isti e coordinatore dello studio.

Basta “targhe alterne”, servono politiche nuove contro il traffico

Quest’ultimo aspetto è diventato evidente durante i lockdown dovuti alla pandemia COVID-19. Anche se l’impatto di questi periodi di “fermo” è trascurabile nella sfida storica del cambiamento climatico, aiuta a comprendere bene gli effetti delle emissioni legate ai trasporti sulle nostre vite quotidiane. Le emissioni di gas a effetto serra dovute ai trasporti sono raddoppiate dal 1970 e, nel 2016, l’11,9% delle emissioni globali di gas a effetto serra proveniva dal trasporto su strada. Inoltre, il settore dei trasporti emette inquinanti diversi dalla sola CO2, come ossidi di azoto, ozono, particolato e composti organici volatili, che svolgono un ruolo cruciale nel cambiamento climatico, oltre ad essere pericolosi per la salute umana. I ricercatori citano, a tal proposito, gli Obiettivi ONU di Sviluppo Sostenibile da raggiungere entro il 2030 che richiedono maggiore attenzione alla qualità dell’aria. Diventa così importante la corretta misurazione dei veicoli  per la progettazione di politiche per ridurre le emissioni generate dai trasporti.

“Si tratta di un’evidenza scientifica di quanto sia importante compiere scelte che siano informate”, commenta Mirco Nanni, ricercatore di Cnr-Isti che ha condotto lo studio e direttore del Kdd-Lab. “Misure come le cosiddette targhe alterne, ancora in voga fino a pochi anni fa, sono incredibilmente meno efficaci di politiche di riduzione delle emissioni che compiano invece scelte mirate, come i più recenti divieti alla circolazione dei veicoli particolarmente inquinanti, o eventuali incentivi all’elettrico, che dovrebbero, però, essere concepiti per chi inquina di più”. Questo tipo di ricerche può essere di aiuto ai decisori politici a tutti i livelli di governo. “Nel concepire politiche di riduzione delle emissioni veicolari che siano veramente efficaci e riescano, così, ad avere un impatto positivo sulle nostre città, bisogna conoscere il fenomeno in modo approfondito”, conclude Matteo Böhm.

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