microplastiche

Recentemente siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalle tante campagne di pulizia di spiagge, parchi e boschi. Sulle diverse piattaforme della rete, da Instagram a Facebook e YouTube, appaiono foto e video di volontari che liberano la natura da sacchi pieni di bottigliette di plastica, metalli e rifiuti di ogni genere. Anche le organizzazioni maggiori come il WWF e Legambiente hanno realizzato delle campagne di pulizia sotto slogan come #missionespiaggepulite e “Riprendiamoci la spiaggia”.

Gli sforzi dei volontari hanno avuto molteplici effetti: hanno recuperato il panorama naturalistico, impedito ad animali ignari di nutrirsi di rifiuti, hanno ristabilito l’equilibrio dell’ecosistema. Inoltre, la pulizia di quei luoghi va in extremis a proteggere anche la nostra salute. Infatti, proprio come l’inquinamento atmosferico va a scapito della nostra salute respiratoria, l’inquinamento del territorio va a scapito della nostra alimentazione. “Siamo ciò che mangiamo” e se visto che i rifiuti li troviamo nei campi come nei fiumi, essi raggiungono anche la nostra tavola.

Le microplastiche

Ultimo esempio, ormai ubiquo, che vi abbiamo presentato è quello delle microplastiche. Le abbiamo trovate nei mari, nel cibo, nel nostro sangue ed addirittura nella placenta di alcune donne incinte. Il “come” ci finiscono è legato proprio al motivo per cui le giornate di volontariato per la pulizia di spiagge, fiumi e boschi sono di una importanza primaria. I rifiuti che vengono buttati durante una scampagnata in montagna o al mare, tra mozziconi di sigaretta, a sacchetti ed involucri di plastica, poi rimangono nell’ambiente. Quando fino a qualche anno fa si parlava di centinaia di anni per la degradazione della plastica, non ci rendeva conto che la plastica “degradata” avrebbe continuato ad essere dannosa per l’ambiente e tutti gli esseri viventi (tra cui noi).

Risultato: il 5 Giugno, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, un team di ricercatori di Enea e CNR hanno pubblicato un’indagine che rivela come “nei laghi Maggiore, Iseo e Garda, hanno evidenziato un’abbondanza di microplastiche media per km2 rispettivamente di 39 mila, 40 mila e 25 mila simili a quelli riscontrati in alcuni grandi laghi americani e in alcuni laghi svizzeri”. Maria Sighicelli del Laboratorio Biodiversità e Servizi Ecosistemici di Enea dichiara: “Le indagini hanno mostrato la presenza dominante di frammenti (circa il 74%), di palline di polistirolo (quasi il 20% del totale) di polietilene (45%) e polipropilene (15%)”. Ricordiamo che del 70% d’acqua, da cui è coperto il nostro pianeta, solo l’1,2% è dolce e sostiene la maggior parte dei nostri bisogni, tra cui quello alimentare.

Queste microplastiche, poi, affliggono non solo i pesci, ma anche le comunità batteriche in superficie, coinvolte nei processi di biodegradazione delle plastiche. Francesca Di Pippo dell’Irsa-Cnr di Roma spiega che “sono tuttora in corso studi volti alla comprensione dei meccanismi di adesione dei microrganismi alle microplastiche, dei processi di biodegradazione e del ruolo delle microplastiche come veicolo di trasporto e di diffusione di geni di resistenza agli antibiotici, di microrganismi patogeni e/o microalghe tossiche per gli organismi acquatici e per l’uomo”. Il pericolo delle microplastiche è forse non solo legato all’alimentazione, ma anche potenziale vettore di malattie.

È quindi estremamente importante dare la nostra adesione alle giornate di volontariato locali, e sarebbe necessario chiedere ai partiti politici maggiore interesse nei confronti di codesti problemi: ne va di mezzo la salute di tutti noi e delle future generazioni.

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